Monnezza nobilitata

Il “concerto” tra il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare Gian Luca Galletti e il Ministro dell’economia e delle finanze Pier Carlo Padoan è andato in onda il 20 aprile. L’intesa (il “concerto” nel linguaggio giuridico-burocratese) ha partorito un decreto ministeriale di pari data. L’oggetto del decreto ne indica il programma, intenso e (secondo i “concertisti”) risolutivo del problema: “Criteri per la realizzazione da parte dei comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati”.

Il decreto è figlio di atti importanti di legislazione. Si parte dal Codice dell’ambiente (d. legislativo 152/2006) - là dove tratta la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati - per arrivare alle norme che stabiliscono il principio per cui “chi inquina paga” (art. 1, co. 667 e seguenti, L. 147/2013). Il provvedimento prevede, quindi, le metodologie con le quali i comuni possono realizzare sistemi di misurazione della quantità di rifiuti prodotti da cittadini ed enti, e raccolti dal servizio pubblico. I sistemi devono dare tutte le certezze per far pagare a ciascuno il costo del servizio in base alla quantità di rifiuti che produce. Il decreto deve essere applicato dal 6 maggio. I comuni devono dunque darsi da fare per rispettarlo. Dovrebbero, infatti, cancellare la Tari (Tassa rifiuti), sostituendola con una tariffa che rappresenta quanto realmente dovuto al comune da ciascuno per il servizio di raccolta dei suoi rifiuti.

L’atto è complesso. Per questa complessità, si presta a più letture.

Si può partire dalla lettura fantasiosa. Applicando il decreto – cui, evidentemente, si riconoscono poteri taumaturgici -, non si avranno più le montagne di rifiuti che sommergono, sistematicamente, le maggiori città del Paese (e le campagne circostanti). I comuni disciplineranno, con regole virtuose, l’intero processo della raccolta rifiuti (e, si presume, del loro smaltimento). E così la “perfida” Commissione europea non avrà più motivi per deferire l’Italia alla Corte di Giustizia europea per le violazioni in materia di gestione dei rifiuti urbani, causa di gravi rischi per la salute umana e l’ambiente.

Per stare in argomento, si può ricordare che l’ultimo deferimento è di qualche giorno fa (17 maggio 2017). L’Italia è accusata di non aver ancora chiuso 44 discariche fuori legge. E i rilievi dell’Europa non sono indolore. Per queste inadempienze, nel 2014 la sanzione forfettaria è stata di 40 milioni di euro, più altri 122,4 milioni di euro pagati all’Europa, semestralmente, dal dicembre 2014 al dicembre 2016. L’ultimo deferimento del maggio 2017 potrebbe costare 8,7 milioni di euro più 680 euro al giorno da calcolare in base a determinati parametri. E, per pagare le sanzioni europee, nel bilancio dello Stato sono stanziati 50 milioni di euro per il 2016 e 100 milioni annui per il periodo 2017-2020 (ecco dove vanno anche a finire le spese dello Stato).

Un’altra lettura può essere la lettura fiscale. Scompare la Tari. Il comune, con grande perizia, determina il costo complessivo del servizio pubblico per la raccolta rifiuti. Ripartisce quindi questo costo tra tutti gli utenti del servizio facendo pagare una tariffa (cioè un corrispettivo) commisurata alla quantità di rifiuti prodotta da ciascuno. Nulla di più equo (sulla carta). Alla base di questo impianto, c’è però un problema. L’azienda che effettua il servizio pubblico di raccolta e smaltimento dei rifiuti applica sistemi di gestione con criteri di efficienza industriale oppure – come ahimè avviene in tutti i carrozzoni pubblici - i costi sono sempre superiori per le inefficienze gestionali e le possibili forme clientelari? Inoltre – e dopo tanto parlare di riduzione delle partecipate – sarà la solita partecipata che, senza gare e competizioni, gestirà il servizio in regime di monopolio? Il cittadino non avrà, ovviamente, alcun controllo sulle modalità di determinazione della tariffa. E, vista la fame di soldi dei comuni, non sarà che tutto il marchingegno sia introdotto per far pagare di più gli utenti per servizi pubblici sgangherati? Il dubbio è lecito. Solo il tempo (e sempre che si applichi il decreto) dirà se è fondato.

C’è poi una lettura realistica. Per l’applicazione del decreto, si prevedono più operazioni. Per il servizio pubblico di raccolta rifiuti, cittadini ed enti sono definiti “utenze”. Ogni utenza è identificata con un codice personale e univoco che serve per riconoscere il produttore dei rifiuti. Il collegamento dell’utenza ai rifiuti avviene “attraverso idonei dispositivi elettronici di controllo integrati nel contenitore o nel sacco con cui il rifiuto è conferito, ovvero mediante idonee attrezzature installate in appositi punti di conferimento quali ad esempio contenitori con limitatore volumetrico”. La misurazione della quantità di rifiuti conferiti avviene mediante pesatura diretta, con rilevazione del peso, o indiretta mediante la rilevazione del volume dei rifiuti conferiti da ciascuna utenza. La pesatura dei contenitori di ogni utenza può essere fatta a bordo dell’automezzo che effettua la raccolta, ovvero mediante un dispositivo in dotazione dell’operatore addetto alla raccolta. Alchimie matematiche consentono poi al comune di effettuare i conteggi per ciascuna utenza necessari per stabilire il corrispettivo da pagare. Sono previste modalità di calcolo particolari in casi di pesatura congiunta diretta e indiretta, o per le “utenze aggregate”, che si verificano quando due o più utenze utilizzano un unico punto di conferimento e non è possibile la misurazione della quantità conferita da ciascuna utenza.

Realisticamente, i comuni sono oggi in grado di dare attuazione a tutte queste operazioni? Si ritiene che, per passare al regime di tariffazione della raccolta rifiuti, siano in grado di procedere, tempestivamente, all’identificazione delle utenze, all’allestimento (previsto del decreto e usando le sue parole) delle infrastrutture informatiche di rilevazione, misurazione, elaborazione, gestione, aggiornamento e conservazione dei dati dei quali devono garantire l’esattezza, la disponibilità, l’accessibilità, l’integrità, l’inalterabilità e la riservatezza? Si faccia avanti chi è in grado di sostenerlo. E dubbi ci sono anche sulle disponibilità di risorse finanziarie dei comuni, qualora intendano provvedere alla raccolta rifiuti con una partecipata, per dotarsi di contenitori personalizzati, di automezzi e dispositivi idonei per fare la pesatura, ecc.

A conti fatti, il decreto ci fa sicuramente fare bella figura con l’Europa sempre alle nostre calcagna per sanzionarci in materia di rifiuti. Se poi resterà (com’è altamente probabile) lettera morta, continueremo a pagare qualche milione di sanzioni. Ma ai politici, vista l’attenzione che dedicano al problema rifiuti, questo evidentemente non interessa.

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