La guerra per l’acqua

Scrivere di Torino diventa ogni giorno più difficile, a causa delle tante contraddizioni che marchiano a fuoco la città. Una moltitudine di elementi contrastanti aventi però il pregio di assegnare al capoluogo piemontese il tradizionale ruolo di città laboratorio. 

La stagione estiva consentirebbe di dedicarsi esclusivamente a servizi leggeri, inerenti il mondo dello spettacolo oppure le assolate spiagge balneari dell’Adriatico. Una speranza vana a fronte dell’evidente masochismo da cui è afflitto il curatore di questa rubrica. Lasciata quindi alle spalle l’immagine di una fantastica nuotata nelle acque azzurro verdi del Mediterraneo, ci dedichiamo ad altre acque e, soprattutto, ad una delle tante contraddizioni conflittuali subalpine: Smat, Società Metropolitana Acque Torino S.p.A.

Tra qualche giorno la battaglia in Sala Rossa avrà al centro un dibattito che da tempo segna il confronto pubblico, e politico, tra neoliberisti e difensori dei beni comuni. Argomento oggetto di un referendum tenutosi nel giugno 2011, in cui la maggioranza degli elettori si espresse contro la privatizzazione dell’acqua.

Alcuni consiglieri del Movimento 5 Stelle hanno sottoscritto una proposta di deliberazione consiliare che prevede la trasformazione giuridica di Smat. Quest’ultima, una volta approvato l’atto, muterebbe da società per azioni a consorzio pubblico.

Secondo i proponenti la variazione giuridica garantirebbe la non reversibilità dello status di soggetto pubblico in capo al gestore della società metropolitana acque. Molto probabilmente voteranno a favore della delibera anche alcuni gruppi di minoranza consiliare: Torino in Comune (Eleonora Artesio) e Direzione Italia (Roberto Rosso). I democratici invece contestano con forza il percorso teorico alla base della proposta pentastellata, sostenendo l’attuale assoluta inviolabilità della forma pubblica della società in oggetto, grazie ad un meccanismo fatto di maggioranze qualificate atte ad impedire qualsiasi colpo di mano da parte di eventuali speculatori: l’esatto opposto di quanto sostenuto durante l’amministrazione Fassino.

Ascoltare l’ex assessore Lavolta esporre le ragioni contrarie alla metamorfosi di Smat richiama alla mente di chi scrive i tormentoni in auge sin dagli anni ruggenti del governo Amato (anno 1992). Il “Dottor Sottile” ha infatti avviato un’epoca fitta di dismissione del patrimonio pubblico, attraverso un meccanismo che nel tempo ha fatto scuola: mutare le aziende di Stato in società per azioni, collocandone una consistente quota sul mercato, di cui il governo conserva la maggioranza azionaria a garanzia del patrimonio pubblico.

A detta dei vari esecutivi succedutisi nel tempo, la porzione azionaria in mano allo Stato sarebbe l’antidoto a qualsiasi scalata speculativa, ed al contempo tale soluzione favorirebbe il necessario incremento delle esigue casse del Tesoro. All’Europa, sin dai tempi di Amato, fu accollata la responsabilità di aver imposto all’apparato statale di fuoriuscire da ogni forma di gestione di servizi e dalla produzione industriale. Un obbligo a cui nessuna nazione poteva, e voleva, sottrarsi poiché essa si poneva in stretta sintonia con il pensiero degli economisti post anni ’80. In sintesi, discende dalle teorie dominanti, il mercato non deve essere inquinato dalla mano Pubblica poiché esso si autoregola sostenendo i desideri dei consumatori, a prescindere.

Non mancano purtroppo gli esempi concreti delle ricadute sociali conseguenti a tali dottrine, tra cui la desertificazione produttiva e l’azzeramento dei diritti dei lavoratori. Le industrie di Stato prima sono state svendute, poi spezzettate ed in seguito spesso fatte fallire (vedi Alitalia). Le stesse agognate logiche di mercato hanno determinato anche molte delle opzioni realizzate da due colossi ex pubblici: Ferrovie dello Stato e Poste.

Le prime valutando fosse giunto il tempo di ottimizzare le tratte ferroviarie alla luce dei cosiddetti rami secchi. Misura che ha comportato la soppressione di migliaia di chilometri ferrati nonché la contemporanea creazione di passeggeri di lusso, contrapposti ai bistrattati pendolari stipati in vecchi vagoni; mentre le seconde hanno propinato insidiosi “Gratta e vinci” agli anziani affacciatisi agli sportelli per incassare le proprie misere pensioni, educando al gioco d’azzardo schiere di disagiati economici.

L’acqua è un bene raro quanto prezioso, è elemento di sopravvivenza imprescindibile. Il nostro pianeta è segnato ovunque da guerre combattute per il controllo delle fonti idriche: il decennale e sanguinoso conflitto palestinese è in gran parte dovuto ad una disputa includente pure la questione dell’oro bianco. Dato di cui sono perfettamente a conoscenza quei consiglieri del PD che nel 2013 approvarono un ordine del giorno consiliare, presso la Circoscrizione 2, recante quale oggetto “Trasformazione di SMAT S.p.A. in azienda speciale consortile”.

Paperon de’ Paperoni, in una famosa striscia pubblicata da Topolino, ha compresso l’aria di montagna in scatole pronte alla vendita, per raggiungere nuovi quanto insperati profitti. Sovente laddove il Privato gestisce risorse idriche accadono sostanzialmente due cose: lievitano i costi in bolletta per i cittadini, oppure ci si deve affidare alle autocisterne per alimentare le riserva d’acqua dietro cospicua fatturazione.

L’ideologia neoliberista, trionfante ovunque, crede nel mercato e nel profitto. Dopo decenni di vittorie, ed altrettanti disastri sociali, è forse venuto il tempo di guardare ad altre mete, tra cui quella di rivalutare il Pubblico (ossia noi tutti) pur controllandolo attentamente nei suoi atti e nelle nomine dirigenziali.

Prima si amministra male il nostro patrimonio e poi lo si svende: trucco svelato che non può essere ancora efficace nei confronti di coloro che in pochi anni sono stati barbaramente saccheggiati di tutti i loro averi.

L’acqua pubblica è una necessità essenziale prima ancora che una battaglia ideologica. La vera scelta ideologica risiede nella sua privatizzazione.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    11:17 Mercoledì 05 Luglio 2017 mork che noia

    è sicuro che i pochi politici che in Italia gestiscono la cosa pubblica devastandola e impossessandone non siano diversi dai privati che lei comunque nemmeno cita, come sempre,esponendo dati e luoghi, limitandosi ad asserzioni di principio che chiunque è in grado di elargire? In altre parole lei è scontento del pubblico ma propone il pubblico sottoposto ad un controllo che non c'è. Sia realista può fare meglio. Proponga magari oltre ad un assessorato alle bici uno all'acqua pubblica da 300 mila e/anno, per risanare i conti.

  2. avatar-4
    09:41 Mercoledì 05 Luglio 2017 Conty Solo una domanda

    Solo una domanda, Juri. Ma i grillini, i cosiddetti difensori dell\'acqua pubblica, non sono gli stessi che hanno utilizzato gli utili di SMAT non per i fini previsti ma per ripianare, pardon, cercare di ripianare il bilancio del Comune di Torino?

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