Iren e il gioco delle tre carte

Il bilancio del Comune di Torino rischia la procedura di predissesto e per scongiurare tale esito si stanno studiando misure straordinarie. Una di queste riguarda la partecipazione che ha il Comune in Iren. L’idea più semplice sarebbe quella di venderla e pagare i debiti, ma ovviamente non si farà così. Attualmente la partecipazione è detenuta tramite una società in quota paritetica con il Comune di Genova. Società che è un semplice contenitore perché non fa altro che gestire la partecipazione. La classica scatola cinese. Ma una società per quanto poco attiva ha bisogno di avere un consiglio di amministrazione, un presidente, una sede e così via. Spese del tutto evitabili.

Per recuperare un po’ di soldi e non perdere il controllo si è pensato di sciogliere la società con il comune di Genova e conferire la partecipazione ad una nuova società per poi vendere una quota di minoranza di questa nuova società alla Compagnia di San Paolo. Ci si ricorderà, tempo addietro, le critiche ai grandi capitalisti italiani, compresi gli Agnelli, che tramite lunghe catene di controllo con pochi soldi riuscivano a controllare grosse società. In maniera artigianale è quello che vuole fare il Comune di Torino.

Questo gioco delle tre carte per mantenere il controllo di Iren permette al comune di nominarne gli amministratori che pare l’interesse principale. Tra l’altro la vendita di una quota di minoranza alla Fondazione San Paolo risulta una sorta di partita di giro, dato che la fondazione è un ente il cui presidente è nominato proprio dal sindaco di Torino: tutto in famiglia.

Si spera che alla fine dell’operazione non si parli di privatizzazione, perché di privato non c’è nulla, e non succeda come  con l’Acea partecipata al 51% dal comune di Roma e solo perché quotata in borsa, più di qualcuno afferma che si tratta di società privata.

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