Carretta

La situassion a l’è cola ca l’è, i quader a son cui ca son, per la rivolussion a jè temp”. Con la necessaria dose di realismo, indispensabile a temprare (e stemperare) le passioni, il buon Tino Pace, mitico segretario della Camera del lavoro, comunista introverso dalla foggia antica come i suoi paltò, commentava lo stato del gruppo dirigente della sinistra torinese del suo tempo. Erano i primi anni Settanta e, nonostante nel sindacato e nei partiti (Pci e Psi) militassero figure di indiscutibile valore, il vecchio capo (leader non si usava) mostrava grande preoccupazione per il ricambio generazionale. Insomma, per dirla con Flaiano: “Viviamo in un’epoca di transizione. Come sempre”.

Probabilmente Mimmo Carretta è uno dei quadri migliori del Pd torinese. Per quanto è possibile in questa stagione, il segretario provinciale in pectore ha svolto la sua corvée politica partendo dalla militanza di base: è uomo concreto, alieno dalle fumisterie intellettuali quanto refrattario alle manfrine di partito. La questione però è quale Pd ha in testa non solo Carretta, ma coloro che ne propongono l’investitura. Perché a noi semplici osservatori non è affatto chiaro e temiamo che la stessa procedura che, probabilmente, lo porterà a raccogliere l’eredità di Fabrizio Morri, lungi dal segnare quella discontinuità indispensabile per un partito uscito pesto dalle urne e in carestia progettuale, finisca per sancire l’ennesimo compromesso tra i capibastone e le correnti. Il Pd ha bisogno come il pane di ripensare non tanto e non solo la propria presenza organizzativa, ma deve anzitutto ripensare alla propria identità e funzione, riallacciando i rapporti con la cittadinanza torinese, quella che l’ha severamente punito alle scorse elezioni comunali. Imprecare contro il destino cinico e baro è un’idiozia (non solo politica) e neppure l’alzo zero (spesso pretestuoso) sulla giunta di Chiara Appendino alla lunga pagherà. L’elezione del nuovo segretario potrebbe essere l’occasione per aprire un dialogo con la città, fuori dai miasmi delle conventicole e dalle camarille intestine. Altrimenti l’irrilevanza (non solo elettorale) sarà la condanna pressoché inevitabile.

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