Congresso Pd, cosa fare

In vista del prossimo congresso del Pd torinese, ci sono - almeno a mio parere - tre cose da non fare e tre cose da fare. Innanzitutto non può essere un congresso dominato dai sempre verdi “pacchi di tessere”. L’accumulo delle tessere, da sempre, ha accompagnato la fase decadente dei partiti politici. Almeno quando esistevano i partii di massa, popolari e profondamente radicati nel territorio. Sarebbe curioso se ritornassero di moda per un partito che ha subito una dura e sonante sconfitta appena un anno fa perdendo il Comune di Torino.

In secondo luogo non è consigliabile organizzare un congresso che non sia altro che la stesura e l’anticipo dei futuri organigrammi di potere: e cioè, candidature, sottogoverno, posti in lista e incarichi di partito. Se così fosse l’intero partito non rialzerebbe la testa e la crisi politica, di cui tutti ne parlano, si consoliderebbe.

Infine, non si deve trasformare il dibattito congressuale in un finto confronto politico tra correnti e sottocorrenti. Ovvero, in un confronto che prescinda da qualsiasi valutazione politica e culturale.

Sulle cose da fare, invece, è sufficiente concentrarsi su ciò che i vari commentatori e osservatori delle vicende politiche torinesi - nonché di molti iscritti e dirigenti di base - richiamano l’attenzione da tempo.

In primo luogo avviare un serio dibattito sulle cause politiche della sconfitta “storica” del giugno 2016 a Torino. A cui hanno fatto seguito, purtroppo, altre sconfitte altrettanto pesanti come Asti, Alessandria e via discorrendo ma che esulano dalla competenza della dirigenza torinese. Senza questo dibattito franco, aperto e trasparente sarebbe perfettamente inutile blaterare sulla utilità del prossimo congresso provinciale.

Inoltre, secondo aspetto, si tratta di decidere realmente - al di là delle declamazioni di principio e di rito - se si intende dar vita ad un partito comunità, autenticamente plurale, radicato e in servizio permanente oppure se si vuol consolidare il profilo del “partito personale” nazionale, per dirla con Ilvo Diamanti, funzionale ad essere nient'altro che un comitato elettorale utile per organizzare le varie consultazioni locali ma che poi si inabissa per il resto del tempo.

Infine - ed è questa, credo, la vera sfida politica dell’ormai prossimo congresso - si deve decidere se un grande partito, in questo caso il Pd, si vuole qualificare per il progetto che esprime a livello torinese e metropolitano e non solo come filiera locale degli equilibri politici nazionali. Insomma, se investe nella politica progettuale o se si accontenta di essere il terminale delle beghe nazionali.

Insomma, mai come questa volta, al di là delle chiacchiere e della propaganda, il congresso provinciale del Pd torinese assume un'importanza politica decisiva. Come, del resto, hanno evidenziato in queste ultime settimane alcuni osservatori intelligenti e disinteressati degli organi di informazione torinesi. Il tutto, come sempre, dipende dai dirigenti, dagli iscritti e dagli elettori del Pd. Vedremo.

*On. Giorgio Merlo, Direzione nazionale Pd

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