Il Comunismo archiviato

Budapest è stata, in questi giorni, la mia prima meta nell’Europa orientale dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Dal lontano 1988 non ho più avuto occasione di visitare una qualsiasi nazione appartenente all’ormai disciolto patto di Varsavia. I miei parametri di paragone tra passato e presente sono quindi ricchi di profonde incertezze, nonché di impressioni immediate che si rapportano al “prima” (ossia all’epoca socialista) ed immediatamente subito al “dopo” attuale.

In Ungheria la rimozione del socialismo reale non è consistita in una semplice cancellazione, ma si è realizzata in una sorta di convinta archiviazione storica. Molte vie hanno infatti cambiato nome, come testimoniano ancora le vecchie indicazioni toponomastiche sbarrate poiché affiancate dalle nuove, e di conseguenza gli eroi del comunismo hanno lasciato agli intellettuali dell’anziano regime il compito di affidare il loro nome a corsi e piazze cittadine. Le icone futuriste, di ispirazione sovietica, sono state invece poste al riparo nei musei e nel Parco Szoborpark (situato a circa venti minuti di auto dal centro di Budapest) dove interagendo con la statua di Lenin è possibile ascoltare le canzoni in voga nell’epoca comunista.

Senza doversi allontanare dalla capitale magiara, sino al Parco delle Statue, è sufficiente una visita al Museo Nazionale Ungherese per comprendere cosa significhi archiviare il comunismo. Le ricche sale espositive museali offrono, al pubblico, innumerevoli reperti della storia locale: dall’epoca medievale alle rivolte del 1848 passando per l’invasione tartara; dall’Ungheria filo nazista, fedele alleata di Hitler, sino agli anni della sua liberazione ad opera dell’Armata Rossa.

Il periodo storico democratico popolare occupa un’ampia sala del Museo Nazionale. Osservando la curata esposizione è possibile immergersi negli anni del socialismo, così come sembra di coglierne l’essenza imbattendosi nei giornali pubblicati in quegli anni, sia di governo che anti comunisti, oppure fermandosi innanzi alla statua di Stalin. L’allestimento di un alloggio modello ospitante una famiglia social consumistica circondata da piccoli elettrodomestici ed un televisore (il cui figlio indossa la tipica divisa scolastica con fazzoletto rosso al collo) segna la fine del percorso e pure del sistema in essere.

La sala successiva invece racconta, tra fotografie dell’epoca e manifesti, la caduta della repubblica democratica. Gli spazi nelle teche sono riservati alla propaganda delle opposizioni ed alle bandiere “bucate”, ritagliate per rimuovere i simboli statali comunisti. Infine le targhette toponomastiche tolte dalle strade, poiché recanti nomi di illustri marxisti, accompagnano al Paese attuale.

L’archiviazione storica del periodo socialista mi ha fatto riflettere molto. Altri Paesi dell’Est hanno percorso la strada della demonizzazione di tutto quanto partorito dall’ideologia leninista, sino a vietare la ricostituzione del partito comunista e l’esposizione pubblica dei suoi simboli. L’Ungheria al contrario ha optato per un ritorno al passato ante socialista, come avvenuto in tutto il blocco sovietico inclusa la Russia, affidandosi però all’oblio del ricordo per quanto concerne la fase storica post bellica: socialismo quale parentesi inevitabile oramai superata e, comunque, di accompagnamento all’ineluttabile presente europeista.

Il Museo Nazionale Ungherese conserva anche una delle tante effigi comuniste (il governo magiaro nel 1956 aveva modificato il simbolo nazionale dell’epoca stalinista) che dominavano la città dalle facciate degli edifici pubblici: un blocco bronzeo raffigurante lo stemma del Paese racchiuso tra due fasci di grano e sovrastato da una stella. Confrontare tale “pezzo da museo” con l’attuale simbolo dello stato ungherese è ulteriore fonte di riflessione, poiché sul tricolore (nato dopo le insurrezioni del 1848) è sovente collocato, seppur informalmente, lo stemma imperiale insieme alla croce e la corona di Santo Stefano.

Stupisce come il popolo di una nazione preferisca essere rappresentato dalla simbologia della monarchia e della Chiesa anziché da quella raffigurante comunque il potere in mano alla collettività, seppur sovente male esercitato nel suo nome. Evidentemente i principi di uguaglianza hanno la peggio innanzi ad una perenne nostalgia monarchico clericale di cui il tessuto sociale sembra intriso, ed è altrettanto lapalissiano il fallimento sul lungo periodo della filosofia sociale dei padri del comunismo.

Oggi Budapest è piena di locali turistici, come lo era anche in passato seppur con qualche luce in meno, ma anche di spazi etichettabili quali “alternativi” e di riferimento per molti giovani. Questi ultimi luoghi aggregativi di avanguardia sono situati in gran parte nel quartiere ebraico, lo stesso sopravvissuto alle deportazioni naziste e liberato dai sovietici ed oggi in bilico tra un’apparente decadenza dei suoi palazzi ed una marcata vivacità sulle strade e piazze.

In una capitale dove spicca l’assoluta assenza di immigrati africani e medio orientali, la popolazione più giovane sembra adattarsi al disimpegno politico ed alla mediocre qualità della vita odierna, così come ai lavori precari in ambito turistico, mentre in difficoltà grave appaiono gli anziani, sovente obbligati a vivere sulle panchine oppure a vendere oggetti per strada (gli stessi prodotti proposti da indiani e maghrebini in Torino) sperando nell’attenzione di chi vi transita per lussuosi shopping.

Le divisioni sociali, insieme alle ingiustizie, sono forse i testimoni più attendibili di un’Ungheria che ha archiviato la sua storia recente e si appresta a far parte dell’Unione monetaria europea. Il comunismo, quello che ha dovuto difendersi dal nazifascismo e poi dagli USA commettendo anche gravi errori, ha trovato il suo posto nelle sale museali come qualsiasi altro momento de passato nazionale magiaro, ma i presupposti sui quali l’ideologia marxista è sorta sono ancora di attualità scottante seppur nascosti dalla maschera del consumismo e del benessere.

Uscire dai musei e dal folclore, conservando utopia e memoria delle catastrofi politiche nonché delle loro cause, è certamente possibile ma prima occorre prendere coscienza che l’archiviazione storica è un dato di fatto: il dato da cui ripartire.

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1 Commenti

  1. avatar-4
    13:02 Giovedì 07 Settembre 2017 mork giusto

    io credo che lei sia una brava persona (sul serio). Se all'epoca avesse scritto, in buona fede, che il comunismo si cela dietro il liberismo, e che è solo più un'ideologia, o avesse solo espresso il desiderio di andare in vacanza, specie in occidente, sarebbe stato condotto subito in un gulag. Da anziano lettore di marx le propongo di analizzare al contrario la storia al patto molotovr/ribbentropp, l'alleanza Usa/stalin, a partire dalla sua vacanza. Lo ha raccontato laggiù che noi liberisti abbiamo ancora un corso unione sovietica che però va da nord a sud? Nemmeno in quello riusciamo a essere orientati.

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