La disciplina per legge

La nuova legge Madia sulla riorganizzazione delle società partecipate ha imposto agli enti locali un censimento delle società in proprietà totale o parziale, con individuazione di quelle fuori regola rispetto ai requisiti della nuova legge che devono essere vendute o liquidare entro i 12 mesi successivi. Tra le altre cose, la legge, pone un tetto ai compensi e al numero di componenti dei consigli di amministrazione. È dovuta arrivare una crisi di portata mondiale per iniziare a mettere ordine nei bilanci delle amministrazioni pubbliche. Un inizio, perché la legge non obbliga a vendere tutte le partecipate, ma solo quelle che non rispettano determinati requisiti quali quella di non svolgere un’attività strumentale ai fini dell’ente, abbiano un fatturato sotto i 500.000 euro, svolgano attività analoghe ad altre società dell’ente, non abbiano dipendenti o abbiamo un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti.

Una volta individuate le società, rimane comunque la possibilità per l’amministrazione pubblica di giustificare la mancata alienazione di alcune società con l’indicazione della funzionalità agli scopi istituzionali: si rischia un buco nell’acqua. Interessante in tutta la faccenda rimane il fatto che i bilanci delle amministrazioni pubbliche riceveranno una pulitura solo perché l’Italia è in piena crisi economica. E come si nota non è neanche sicuro che gli enti territoriali procedano alla vendita o alla liquidazione delle società non funzionali agli scopi dell’ente, perché c’è sempre la possibilità di giustificarne la presenza.

Bisogna sperare nei dissesti affinché si proceda ad una vera e propria ripulitura dei bilanci pubblici. Fintanto si potrà tirare a campare, gli amministratori pubblici faranno poco o nulla per mettere a posto i bilanci. Come abbiamo detto nel nostro precedente articolo ad ogni spreco corrisponde un beneficiario che non verrà perdere il beneficio. Ed è questa la massa critica che rallenta o blocca il risanamento del bilanci delle amministrazioni pubbliche.

Il Comune di Torino pressato da una situazione dei conti disastrosa ha proceduto alla ricognizione e deciso di vendere qualche società per un controvalore sperato di circa 30 milioni. Bisogna sempre aspettare il baratro prima di intervenire. Se queste operazioni fossero state fatte anni addietro si sarebbero risparmiati gli interessi passivi e il bilancio comunale non verserebbe nelle condizioni di predissesto. Un buon amministratore dovrebbe evitare di aumentare le spese e contrarre debiti solo se è strettamente necessario, tipo progetto di infrastrutture pluriennali che possano avere una sicura ricaduta economica per i cittadini. Certo, come liberali riteniamo sempre che qualunque spesa pubblica non sia accettabile, ma stante la realtà statuale presente, auspichiamo che almeno i soldi prelevati dalle tasche dei cittadini siano spesi in maniera da minimizzare gli sprechi e che vadano in progetti utili.

I 30 milioni che il comune di Torino spera di ricavare dalla dimissioni di alcune società sono ben poca cosa rispetto al debito di cui è gravato e sarebbe necessario mettere mano alle partecipate più importanti che al momento non vengono toccate. Dobbiamo sperare nel disastro affinché gli amministratori mollino la presa su alcuni ambiti riducendo il loro potere.

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