Ribellarsi è cosa buona e giusta

Il clima a Torino si appesantisce con l’avvicinarsi in città dei “Grandi”, ossia i blasonati componenti del G7 giunti in città per riposare tra una riunione e l’altra. La fibrillazione cittadina coinvolge, oltre gli ambienti politici antagonisti, molti torinesi che non riescono più a celare il loro malessere quotidiano.

Fanno eccezione solamente gli studenti universitari: intervistati a campione dalla redazione del Tg Piemonte, questi affermano quasi tutti di essere assolutamente indifferenti al summit, manifestando disinteresse per l’evento internazionale ed al contempo un’assoluta ignoranza in merito agli argomenti prossimi alla discussione, nonché profondi dubbi sullo stesso significato dell’acronimo “G7”.

Al contrario nei bar di quartiere, così come sulle piazze pubbliche, sono tanti i cittadini impegnati nella discussione incentrata sul prossimo vertice internazionale. Qualcuno azzarda anche un commento lapidario del tipo: “ma ca vadu al bar a ciaciaré, sensa che a rumpu le bale a nuiautri, sti balengu”, che tradotto dal piemontese maccaronico (di chi scrive) suona più o meno “ma che vadano al bar a chiacchierare, senza che rompano le scatole a noi, questi sprovveduti”. Nello specifico quest’ultima frase, di cui sono testimone, è stata l’espressione libera di una signora over settanta che è riuscita a fare la migliore sintesi di quanto pensano, in merito al G7, tutti quei torinesi non dotati di “Pass” per l’accesso alla Reggia di Venaria dal 25 settembre in avanti.

Il capoluogo subalpino, in questi ultimi anni, ha assistito incredulo al divaricarsi crescente della forbice sociale. Le sacche di disagio si sono ampliate in pochissimo tempo andando a colpire, soprattutto, i giovani e gli anziani.

L’incontro del G7 avrà al centro i temi della scienza, della tecnologia, del lavoro e dell’industria. Il fitto confronto, su tali complessi ambiti, si svolgerà nella galleria dedicata a Diana (Reggia di Venaria) sotto lo sguardo vigile di infinite schiere di polizia: un assetto militare che alcuni residenti giudicano simile ad un coprifuoco non dichiarato. Si tratterà, rassicurano i responsabili, di un evento organizzato sotto l’egida della moderazione, ossia ideato escludendo le serate di gala in onore dei coniugi a seguito dei VIP politici. L’immagine di élite isolate dal mondo esterno, poiché barricate nella residenza reale, che decidono i futuri destini dei sudditi delle attuali democrazie oligarchiche, evoca inevitabilmente le riunioni dei ministri a Versailles durante il regno di Re Sole.

Probabilmente la riproposizione dello sfarzo parigino seicentesco scatena il richiamo parallelo della Rivoluzione francese, per mezzo del suo simbolo per eccellenza: la ghigliottina. La farsa delle decapitazione dei fantocci raffiguranti l’ex premier Renzi ed il suo ministro Poletti (Politiche del lavoro) sulla piazza di Venaria prospiciente il palazzo sabaudo, avvenuta domenica scorsa ad opera degli antagonisti, è certamente una performance macabra quanto discutibile (per alcuni) ma che non cela i tratti di una reminiscenza storica attualizzata da un bizzarro presente.

Il termine “Lavoro” dovrebbe infatti essere rimosso dalla Costituzione italiana, per cedere il passo a quello di “Sfruttamento”. Consulenti e commercialisti, senza affaticarsi troppo, possono formulare in poche ore, per i loro clienti d’impresa, una miriade di soluzioni idonee a tagliare il costo dei dipendenti, e tutto a norma di legge. Gli stessi enti di proprietà pubblica, tra cui spicca GTT, sovente scelgono di esternalizzare alcuni servizi, precedentemente in house, per affidarli a precari esterni in organico presso aziende terze o cooperative di comodo: tattica utile, apparentemente, per poter stralciare dai propri bilanci i capitoli stipendi ed oneri previdenziali. 

Inoltre i centri per il lavoro torinesi sono oramai in balia delle agenzie interinali, coloro che affittano l’opera altrui alle imprese private. Il paradosso più significativo del sistema riguarda il centro lavoro sito in Mirafiori Nord (sorto in seguito alla realizzazione del progetto Urban) dove la gestione è affidata al personale di un consorzio che riunisce le tre maggiori agenzie interinali dell’area metropolitana subalpina. Un conflitto di interesse gigantesco ed autorizzato dalla normativa in essere; un ricatto terribile verso i giovani disoccupati.

Le stesse iniziative a favore dell’impiego sovente presentano le medesime caratteristiche dei farmaci placebo: somministrazioni sostanzialmente inutili, prescritte ad un numero limitatissimo di torinesi. Tra queste le borse lavoro, affidate nella loro attuazione ad associazioni retribuite che si rivelano fautrici di piccole riduzioni del danno e dove, in sostanza, tutto si riassume nel fornire occasioni di lavoro ai tutor posti al fianco dei disoccupati stessi.

Luca, giovane senza occupazione, rifiuta una chiamata per un giorno di lavoro offertagli dalla sua agenzia interinale. Si tratta di vestire i panni del cassiere presso un iper mercato per circa 10 ore consecutive, a fronte di un misero compenso (un euro netto all’ora): “ghiotta” occasione che il ragazzo non coglie poiché in attesa di una proposta, in tempi brevi e coevi, inerente due settimane consecutive di impiego. Dopo un angosciante percorso di riflessione opta per i 15 giorni sicuri, un vero lusso, incassando così insulti da parte del referente in agenzia, nonché la sua messa ai margini dalla stessa che decide di non chiamarlo in futuro.

Non credo che il caso di Luca sarà all’ordine del giorno dei G7 e non mi stupisco degli applausi di chi ha assistito alla messinscena della ghigliottina innanzi alla Reggia di Venaria. Poche persone, che dovrebbero essere al servizio della loro collettività, si ritrovano in un lussuoso e storico palazzo protetto da cordoni di forze dell’ordine in assetto anti guerriglia, con il dichiarato fine di rispondere al mondo finanziario anziché a chi li ha espressi al vertice degli Stati. Un vertice che difficilmente porterà vantaggi alle popolazioni occidentali.

Un tradimento della democrazia nel nome del profitto altrui, del guadagno in capo a nuovi e vecchi sfruttatori. Indignarsi e ribellarsi, innanzi a tutto questo, credo sia davvero cosa giusta e sana.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    15:36 Venerdì 29 Settembre 2017 Conty A cosa hanno mai servito le ribellioni?

    Premesso che le uniche ribellioni accettabili sono quelle nonviolente, gandhiane, dei cittadini argentini che battevano le pentole in strada, e non certo quelle violente dei sanculotti nel XVIII secolo e di frange degli antagonisti oggi. Premesso che occorre vedere se al giorno d'oggi chi si ribella è una consistente fetta di popolo o non, come sembra, un'esigua minoranza rumorosa (e in democrazia, si sa, contano i numeri). Diciamo la verità storica: le ribellioni hanno sempre portato al rafforzamento dei potenti. Le jacqueries al rafforzamento dei feudatari, le rivolte anabattiste al rafforzamento dei nobili terrieri e delle Chiese istituzionalizzate, la Rivoluzione francese al rafforzamento della grande borghesia. Nel recente passato, la ribellione degli indignados spagnoli ha portato al governo Rajoy e quella degli occupy Wall Street ha spedito alla Casa Bianca Trump. Vale davvero la pena ribellarsi o, piuttosto, scegliere la via riformista del cambiamento graduale, sia pur lentissimo?

  2. avatar-4
    09:29 Mercoledì 27 Settembre 2017 mork sintesi

    è la decrescita felice, dove di felice c'è solo chi fa carriera proclamandola per gli altri (vedi i disocupati baciati dalla fortuna stellata)

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