Inflazione, tassa occulta

Di inflazione abbiamo già parlato in passato cercando di spiegarne il funzionamento e di come, al contrario della vulgata corrente, una sua crescita non sia un fatto positivo. Ora ne affronteremo un ulteriore aspetto legato al debito pubblico e cercheremo di farlo con alcuni esempi.

Ipotizziamo di depositare ad una certa data una somma di 100 euro in una banca che ci garantisca un interesse del 5%. Un tasso stratosferico di questi tempi, ma lo utilizziamo giusto per facilitare i calcoli. Dopo un anno si potranno ritirare 105 euro. Ipotizziamo che una pizza margherita costi 5 euro, da ciò possiamo affermare che al momento del deposito si possono acquistare 20 margherite. Dopo un anno ritirando il deposito cresciuto a 105 euro ne dovremmo poter comprare 21 di margherite. Questo sarebbe vero se non  intervenisse un nemico invisibile: l’inflazione. Sempre per facilità di calcolo ipotizziamo che sia del 10%. Questo implica che per quello che riuscivamo a comprare con 100 euro dopo un anno sono necessari 110. Tornando all’esempio della pizza, se prima bastavano 100 euro per comprare 20 margherite, ora sono necessari 110 euro. Il deposito dell’esempio è cresciuto solo di 5 euro e ciò determina una perdita netta reale di 5: per comprare le 20 margherite che si potevano acquistare un anno prima e ora necessario aggiungere altri 5 euro. I risparmi sono falcidiati dall’inflazione. Negli anni settanta quando l’inflazione era a due cifre la situazione era proprio quella descritta dall’esempio, con gli italiani che compravano titoli di stato che avevano un rendimento inferiore al tasso dall’inflazione.

Questo ci permette di introdurre il secondo lato della medaglia. Abbiamo visto già che l’inflazione danneggia i risparmiatori, ma esiste qualcuno che ne trae vantaggio? Ebbene si, è dall’esempio fatto poco sopra si poteva già dedurre. Chi depositava  era danneggiato, ma chi doveva restituire la somma con gli interessi ne traeva vantaggio, perché al termine dell’anno restituita una cifra che in termini reali, il numero di pizze dell’esempio, era inferiore a quella ricevuta: un guadagno netto. L’inflazione è un toccasana per i debitori che debbono restituire delle somme che in realtà, nonostante gli interessi, risultano inferiori a quelle ricevute. Attualmente i più grandi debitori esistenti sono gli stati e hanno tutto l’interesse ad avere un tasso di inflazione positivo, in modo tale da svalutare i propri debiti. La manovra di Draghi con i tassi a zero e addirittura sotto zero aveva il doppio scopo di ridurre il costo in termini di interessi del debito pubblico per gli stati più indebitati come Grecia e Italia, e di spingere l’inflazione in modo tale da svalutare i debiti in termini reali. La paura per la deflazione è dovuto anche a questo fattore.

Considerato che spesso il debito pubblico di uno stato è detenuto dai suoi cittadini, l’inflazione si traduce in una sorta di trasferimento di ricchezza a favore dello stato. Inoltre tutti i detentori di risparmi anche sotto forma di liquidità vengono tosati di una percentuale pari al tasso di inflazione, il tutto trasformandosi in una sorta di tassazione occulta sui risparmi che si assottigliano. A beneficiarne è lo stato che vede diminuire il suo debito. A tutti quegli economisti che predicano che l’inflazione fa bene, bisognerebbe ricordare che sono solo i debitori, ed in particolare il più grande, lo stato, a trarne vantaggio, a discapito del comune cittadino.

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