Tutti populisti nessun populista

Molti si chiedono la differenza tra le campagne elettorali della prima repubblica e dell’inizio della seconda e quelle attuali. Specialmente quest’ultima. La differenza è abbastanza semplice e al contempo facile da descrivere. Un tempo, neanche molto tempo fa, si parlava di programmi dei partiti perché semplicemente esistevano i partiti. Certo, anche nel passato c’erano le promesse. Ma, di norma, a quelle promesse seguivano quasi sempre i fatti perché la verifica elettorale era abbastanza ravvicinata e la credibilità di quei politici non poteva essere messa seriamente in discussione.

Oggi, invece, il quadro si è radicalmente capovolto. Per due motivi di fondo. Innanzitutto nei “partiti personali” - dal Pd a Forza Italia al Movimento 5 stelle - conta solo ciò che dice il “capo”. E i partiti personali individuano nel populismo e nella demagogia permanente la loro cifra politica. Non a caso, noi registriamo quotidianamente una politica del “rilancio”, cioè di chi la spara più grossa su singoli temi pur di raccattare consenso e simpatia tra gli elettori. Si tratta, com’è sempre più evidente a tutti, di promesse del tutto prive di fondamento perché destinate ad essere cestinate appena finisce la campagna elettorale. In secondo luogo sono scomparsi i “programmi”, cioè una visione progettuale come si diceva un tempo. Per questo motivo il pensiero, la cultura politica, la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si fa, il profilo di governo e la serietà delle singole dichiarazioni sono elementi del tutto secondari ai fini della raccolta del consenso.

Ora, di fronte ad un quadro del genere - che giustamente ogni giorno gli organi di informazione più liberi descrivono, anche se ormai sono rimasti pochi - è persin scontato che l’astensionismo è destinato a crescere e, al contempo, a rafforzarsi paradossalmente il fronte cosiddetto “anti sistema”.

Come reagire di fronte ad un quadro del genere? C’è una sola strada praticabile. Non prendere affatto sul serio la reciproca accusa di populismo che si rivolgono i leader populisti delle principali forze politiche e, al contempo, condurre una campagna elettorale sobria, realistica, concreta e di governo. Ovvero promettere solo ciò che si può poi tradurre in atti legislativi con le rispettive coperture finanziarie. Il resto appartiene al magico mondo del populismo a buon mercato, alla demagogia distribuita all’ingrosso e alla sostanziale e cronica assenza di cultura di governo.

Solo i fatti ci diranno se prevale questa strada o se, al contrario, dovremmo assistere passivamente ad uno spettacolo che indebolirà ancora di più la politica, i partiti e le stesse istituzioni democratiche.

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