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ANALISI

Nel futuro del Piemonte non ci sono mezze stagioni

Dall’inverno demografico a una (possibile) primavera di opportunità. La fotografia di una regione in mezzo al guado nel nuovo saggio di Bargero, parlamentare e ricercatrice. La ricetta di Chiamparino: “Manifattura, cultura e territorio”

Stagnazione demografica. Quello che a una prima e immediata lettura può apparire come un termine da addetti ai lavori dell’analisi statistica, è in realtà uno dei problemi con cui il Piemonte – per alcuni aspetti in maniera più grave rispetto ad altre regioni – deve già ora e dovrà nei prossimi anni fare i conti e cercare di risolverlo per imboccare con decisione, ma non senza fatica, la via dello sviluppo e, ancor più dell’auspicabile definitiva uscita dalla crisi. Come, infatti, osserva Cristina Bargero nel suo libro “Il Piemonte oltre la crisi” (Edizioni Interlinea, Novara) in libreria dal prossimo 21 febbraio, “se nel 2009 (anno successivo allo scoppio della crisi) il Piemonte mostrava una dinamica demografica simile al resto del paese, dal 2014 ad oggi si assiste a una continua diminuzione della popolazione, con una intensità maggiore rispetto al resto del Paese, per via del saldo naturale negativo non più compensato dai flussi migratori”.

Una regione, dunque, che invecchia più di altre e nell’ambito dei cui confini “solo la Provincia di Cuneo in questi quasi 10 anni di stagnazione ha mostrato un andamento in controtendenza, segno di una capacità attrattiva, mentre i territori di confine, come Biella e Alessandria, sono quelli che hanno subito una maggiore flessione”. Conseguenza inevitabile di questo fenomeno, come osserva Bargero – ricercatrice dell’Ires già autrice di altri saggi e deputato del Pd, componente della commissione Attività Produttive nell’ultima legislatura – è per il Piemonte con la sua età media di 46,6 contro la media italiana di 44,9 l’aumento dell’indice di dipendenza strutturale, ovvero l’indicatore di rilevanza economica e sociale relativo al numero di individui non autonomi per ragioni demografiche: “Ogni 100  potenzialmente indipendenti (età compresa tra i 15 e i 64 anni), il Piemonte mostra valori peggiori di quelli del complesso delle regioni del Nord, del Nord-Ovest e nazionali”.

È, quindi, in questo scenario e con l’obiettivo di mutarlo in tempi ragionevolmente brevi che le attuali e future classi dirigenti piemontesi – dalla politica all’imprenditoria, dal sindacato alla finanza – dovranno muoversi per non limitarsi ad affrontare le contingenze di una crisi che per molti versi ancora attanaglia la regione, ma per disegnarne il futuro. Senza trascurare dati nient’affatto marginali come, tra gli altri, “la distribuzione territoriale della povertà relativa, che si mostra superiore tra le famiglie che vivono nei piccoli comuni (11,7%), quasi doppia rispetto a quella delle famiglie nelle aree metropolitane (6,9%)”.

Il tema dello sviluppo del Piemonte che animerà la campagna elettorale per le regionali del prossimo anno, è tuttavia già parte non residuale di quella attuale per il voto del prossimo 5 marzo in cui la battaglia per la conquista dei collegi uninominali la si giocherà, spesso, proprio su questioni legate al territorio e alla ricaduta di esso delle scelte nazionali. Ma non è (solo) un approccio legato a doppio filo al traguardo delle urne, quello di cui necessita una delle maggiori regioni del Nord il cui capoluogo è stato uno dei vertici dell’ormai storico triangolo industriale del GeMiTo. Lo ricorda, nella prefazione del libro di Bargero, Sergio Chiamparino. “Milano, allora importante centro industriale e terziario, è oggi l’unica città davvero internazionale d’Italia, con servizi strategici in grado di competere con le grandi capitali di tutto il mondo, da Londra a Shangai, da New York a Pechino”; “Genova, da sempre porto di primaria importanza, è finalmente in grado di afferrare nuove prospettive di sviluppo nelle rotte commerciali verso il Sud e l’Est del mondo, grazie un nuovo sistema portuale che si sta adeguando alle esigenze globali”. Per quanto riguarda Torino il presidente della Regione, ricordando “che con il Piemonte ha indubbiamente sofferto sotto i colpi della crisi” ne conferma il suo ruolo di “parte integrante di un sistema logistico di livello europeo”.

L’ex sindaco della Mole spiega che capoluogo e regione stanno “ritrovando nella manifattura, nella cultura e nella natura le risorse che servono per un rilancio strutturale e duraturo”. Per Chiamparino, inoltre, “è interessante, volendo aprirsi allo sguardo globale richiesto dal nostro momento storico, considerare nel loro complesso le potenzialità produttive di tre grandi città che abbracciano e delimitano un territorio che ha un altissimo potenziale produttivo, sicuramente maggiore di quello di 30 anni fa. E per facilitarne lo sviluppo e l’affermazione la strada più semplice – aggiunge il governatore – non è quella di pensare a nuove istituzioni o a cabine di regia, più o meno istituzionalizzate, che possono servire ma non sono decisive: c’è il rischio di troppa lentezza e di un eccesso di burocratizzazione che rende difficile far fronte al dinamismo richiesto dalla competizione globale in cui i nostri territori sono immersi. Basta invece una solida consapevolezza degli obiettivi da raggiungere, in termini di interconnessioni, di distretti industriali, di strategie di sviluppo turistiche e culturali da condurre insieme”.

Naturale conclusione del ragionamento di Chiamparino: “È necessario che gli amministratori pubblici si muovano tenendo presente dinamiche e finalità di contesto, evitando iniziative che replichino e si sovrappongano a esperienze analoghe, amplificando le reciproche potenzialità”.

Nessuna ricetta facile, insomma, per porre il Piemonte definitivamente oltre la crisi, ma un concorso di visioni e azioni della classe di dirigente, di cui il saggio di Bargero ospita un cospicuo contributo di testimonianze e analisi: dal presidente della Compagnia di San Paolo Francesco Profumo a quello della Fondazione Crt Giovanni Quaglia, da Fabrizio Palenzona al presidente nazionale di Piccola Industria Carlo Robiglio, passando il numero il vertice di Confindustria Piemonte Fabio Ravanelli, il fondatore di Eataly Oscar Farinetti e molte altre voci qualificate del mondo sindacale e di quello accademico.

Una sfida non facile, quella cui è chiamato un Piemonte ancora troppo vecchio e, come osserva Bruno Babando, direttore dello Spiffero, nella postfazione del libro, al quale serve “un cambio profondo, coraggioso di atteggiamento. Il vecchio adagio piemontese, inno alla temperanza, marchio indelebile dell’understatement sabaudo, va consegnato anch’esso alla storia. Senza rimpianti. Per il Piemonte è ora che la sua classe dirigente dica con convinzione esageroma, lasciando alle spalle l’eccessiva prudenza che spesso ha coinciso con l’immobilismo e una mesta incertezza. Insomma, occorre guardare al futuro con il coraggio di osare”.

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