TRAVAGLI DEMOCRATICI

Pd, mezzo Piemonte in subbuglio

Cresce il malcontento nelle province. “Penalizzati i territori, il prossimo segretario regionale non sia torinese”. Si dimette De Dominici, numero uno del partito di Vercelli. Fibrillazioni anche nella minoranza: sotto accusa i vertici degli orlandiani

“Il ricambio deve essere completo. Questione di coerenza”. E la coerenza per il segretario provinciale del Pd di Vercelli, Gian Paolo De Dominici, ha come sinonimo le dimissioni. Lui le ha rassegnate, irrevocabili. Resterà il suo un caso isolato nel Piemonte, oppure altri lo seguiranno più o meno convintamente aprendo un altro fronte, dopo quello nazionale e regionale, ma avviando realmente un processo di ricambio (o comunque di discussione) senza eccezioni? I presupposti perché ciò possa accadere, in base alle ragioni che supportano la decisione di De Dominicis, non mancherebbero, almeno in gran parte delle altre province.

“Ho sempre sostenuto Matteo Renzi e adesso che lui lascia, mi sembra giusto e coerente che passi anch’io la mano” spiega l’ormai ex numero uno del Pd vercellese che, in sovrappiù, mette pure l’avvio dell’iter per il rinnovo accelerato (non si sa quanto) della fase congressuale per dare al Piemonte un nuovo segretario regionale o riconfermare l’attuale, nel caso l’uscente Davide Gariglio decidesse di ripresentarsi e vincesse le primarie, quando si faranno. Della mozione Gariglio, De Dominici era stato capolista per la sua provincia. Ma c’è un altro aspetto, oltre all’adesione alla linea Renzi che già accomuna parecchi segretari provinciali al loro ormai ex collega ed è la questione della composizione della liste: “Cinque province sono rimaste senza un rappresentante in Parlamento del centrosinistra”. Il tema era già emerso prima del voto quello “tsunami”, come lo chiama lui, che se possibile ha avuto da Vercelli a Biella, passando per Novara, Asti e Alessandria un effetto peggiore proprio per quell’assenza di eletti, diretta conseguenza di come sono state compilate le liste nei listini nel proporzionale di Camera e Senato. “Scelte che non ho condiviso fin dall’inizio e anche per questo ho deciso di dimettermi. Nessuna polemica, ma solo la rappresentazione dei fatti”. Già, fatti che, di riffa o di raffa, tirano in ballo anche lo stesso Gariglio.

Il segretario regionale, direttamente o tramite i suoi più stretti collaboratori, ha sempre risposto di non aver potuto toccare palla al tavolo del Nazareno sul proporzionale a chi ancora prima delle elezioni gli chiedeva conto di quelle liste che garantivano, oltre i torinesi, di fatto solo i cuneesi (tanto da portare in Parlamento la capolista alla Camera Chiara Gribaudo e il secondo al Senato, Mino Taricco) tagliando fuori tutti gli altri con l’eccezione dell’ossolano Enrico Borghi, grazie all’elezione della pluricandidata Lucia Annibali nel suo collegio.

“Il risultato è che una gran parte del Piemonte ha mandato il parlamento due cuneesi, Borghi, una ligure e un pugliese, lasciando senza rappresentanza una vastissima parte della regione” dice un altro dei segretari provinciali, l’alessandrino Fabio Scarsi. La ligure citata è la ministra della Difesa Roberta Pinotti, candidata anche in Toscana e inizialmente pure in Campania da dove poi all’improvviso era stata sostituita dalla collega Valeria Fedeli, facendo svanire la possibilità di lasciare la strada aperta verso Palazzo Madama per la terza in lista, l’alessandrina Cristina Bargero. Il pugliese è Alberto Losacco, paracadutato e piazzato appena dopo la Gribaudo e prima dell’astigiana Angela Motta, ma anche privando nell’alternanza di genere obbligata la candidatura in posizione eleggibile di un uomo del territorio.

Il segretario alessandrino non pare affatto intenzionato, almeno per ora, a seguire l’esempio del collega vercellese  – “Credo ci sia necessità di tenere unito il partito e non aprire a nuove battaglie interne” – ma certo non rinuncia a tenere il punto sulla questione dell’asse Torino-Cuneo che “ancora una volta ha lasciato un vasto territorio senza rappresentanza. Anche se questo, al momento della definizione delle liste, era chiaro e non è stata certo una sorpresa. Non faccio una questione di campanile, ma prima di assicurare il secondo eletto a Cuneo sarebbe stato meglio bilanciare rispetto alle altre province”. La sua, poi, già ha dovuto ingoiare il rospo di rimanere fuori, per la prima volta nella storia, dalla giunta regionale. E tanto basta a spostare la questione sul prossimo tavolo, ovvero quello dell’elezione del successore di Gariglio.

“Credo opportuno, anche in vista delle elezioni regionali del prossimo anno, considerare con attenzione la possibilità che a guidare il partito sia qualcuno che, ancora una volta, arrivi da Torino o da Cuneo”, aggiunge Scarsi. Una grossa fetta del Piemonte orfano di rappresentanza parlamentare non aiuta certamente il Pd a uscire da una situazione difficile, in cui è finito certamente a causa dei tanti che nelle urne gli hanno girato le spalle, ma anche per scelte – subite o avallate da vertice regionale – che hanno finito per rendere ancor più devastante lo tsunami. Che le dimissioni del segretario vercellese restino o meno un caso isolato lo si vedrà, ma almeno parte delle ragioni che lo hanno indotto a lasciare appaiono condivise da più di un suo collega. E mentre anche nella minoranza gli ex civatiani di Retedem puntano il dito contro gli orlandiani lasciando trasparire la loro dura critica nei confronti dei vertici regionali della corrente del ministro della Giustizia, Enzo Lavolta e Giorgio Ardito, gli occhi restano puntati sulla direzione nazionale. Le primarie si allontanano aprendo all’ipotesi dell’elezione del nuovo segretario da parte dell’assemblea. Si allontaneranno, dopo l’annunciata accelerazione, anche quelle in Piemonte?

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1 Commenti

  1. avatar-4
    14:51 Lunedì 12 Marzo 2018 Paladino Bravissimi!

    Bravissimi! Tutti geni nella dirigenza PD, continuate così, si vede che da tempo non siete più all'opposizione. Durante una crisi, nulla di meglio di litigare tutti con tutti, così si sparisce prima....

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