Stavolta sto con Renzi

Nulla di nuovo sotto il sole, dice un vecchio e sempre attuale proverbio. In effetti è così. Nella vita come nella politica. E questa volta mi riferisco alla vicenda che riguarda l’ex segretario del Pd, Matteo Renzi.

Tutti sanno, al riguardo - almeno quelli che seguono le vicende politiche - che non ho quasi mai condiviso la strategia politica di Renzi. Ma, soprattutto, la sua concezione del partito. Il famoso “partito personale”. O del capo, come si suol dire. L’ormai celebre “PdR”, per dirla con l’autorevole politologo Ilvo Diamanti. Al tema ho dedicato due libretti e decine e decine di articoli. Ma, al di là di questo aspetto che appartiene al dibattito culturale e al confronto politico, quello che mi ha sorpreso - fino ad un certo punto, comunque sia - è l’atteggiamento concreto che è maturato nei confronti di Renzi dal giorno dopo l’esito del voto del 4 marzo. Mi ricorda, per citare le dinamiche di un altro grande partito a me caro, la Democrazia Cristiana, la reazione nei confronti di Ciriaco De Mita sul finire degli anni '80 dopo un dominio incontrastato in quel partito. Dal 1982 al 1989 nella Dc erano tutti demitiani, seppur con intensità diversa. Anche a Torino e in Piemonte tutti si riconoscevano nella leadership dello statista di Nusco. Tranne quella piccola pattuglia della sinistra sociale di Forze Nuove guidata da un altro statista, Carlo Donat- Cattin. Ma, dopo 7 anni di potere assoluto ed incontrastato nella Dc, appena si è capito che non era più il segretario nazionale del partito, si stentava a contare chi, per fermarsi a Torino e in Piemonte, era ancora “demitiano”...

Ora, con le dovute differenze del caso, e dei tempi, lo stesso atteggiamento si registra oggi nei confronti del segretario dimissionario del Pd, Renzi. Dopo un esercito di adulatori, di laudatori, di incensatori e di “clienti” osannanti per anni, adesso addirittura si parla di un processo politico di “derenzizzazione”. Al di là e al di fuori di qualsiasi valutazione politica, quello che resta insopportabile - almeno a mio parere - nella politica di ieri e, sopratutto, in quella di oggi, resta quello di scaricare con una rapidità fulminea quel leader che sino al giorno prima avevi rumorosamente applaudito. Per questo mi sento di dire che, almeno su questo versante, sono con Renzi. Non credo francamente che se il neo senatore fiorentino ha commesso errori politici e di strategia siano stati concentrati tutti ed esclusivamente nella gestione della recente campagna elettorale. Com’è possibile essere quasi tutti “renziani”, seppur a diversa gradazione, per 4/5 anni e poi riscoprirsi quasi d’incanto ed improvvisamente, anti renziani o comunque tiepidi e quasi distaccati rispetto al disegno politico dell’ex sindaco di Firenze?

Questo atteggiamento però, al di là della concreta vicenda che riguarda il Pd e il suo ex segretario, evidenzia ancora un volta la fragilità e la debolezza dei “partiti personali”. O del capo. La vicenda che riguarda il Pd, e che può essere estesa a qualsiasi modello di “partito personale” nel nostro Paese, ci dice con molta semplicità che forse è giunto anche il momento di riscoprire il valore del “partito comunità”. E, soprattutto, di favorire e consolidare quel pluralismo politico e culturale che resta l’unico e vero antidoto alla degenerazione personalistica ed autoritaria dei partiti e della politica.

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