Inutile (e incoerente) carneficina

Pasqua è una delle rare feste religiose che celebra la Vita, poiché la resurrezione pasquale coinvolge tutto il Creato. I riti pagani salutavano l’arrivo della Primavera nei tempi antecedenti l’affermazione del cristianesimo, ed oggi la settimana Santa si lega imprescindibilmente agli alberi fioriti, ai colori vivaci che seguono l’inverno ed alle uova di cioccolato con tanto di sorpresa.

Come tutte le ricorrenze, la Pasqua si nutre di tradizioni e cerimoniali popolari: anche quest’anno i torinesi, quelli credenti, parteciperanno alla “Via Crucis” per poi gettarsi a capofitto nella preparazione dei cestini da viaggio per dare sostanza alla grande gita fuori porta della Pasquetta.

Coperte gettate sui prati in fiore, tra erbetta verde e narcisi da poco spuntati dalla terra rinata, ed ovunque panini accompagnati da bibite e buon vino: la tavola campestre è bandita per la riconciliazione con la natura appena risvegliatasi.

Festa della Vita quale essenza della Pasqua, quindi, ma con una grossa contraddizione in seno poiché al contempo è anche la festa della Morte. Il rito primaverile saluta la fertilità con un grande tributo di sangue raffigurato dalla costolette gettate sulle tavole bucoliche. Il tripudio di salse, olio, carbonella e birra ha un solo indiscusso protagonista: l’agnello.

La ricorrenza, che giunge dopo il cupo gelo del generale Inverno, coinvolge ogni essenza terrestre ma grazia, quindi per assurdo condannandoli, i piccoli animali (per non dire i cuccioli) a cui è riservato il macabro ruolo ancestrale di corpi sacrificali: a loro si affida la rievocazione della Morte.

Alcuni lettori certamente considereranno queste poche righe quali l’ennesima espressione di un bieco integralismo animalista, mentre al contrario ritengo che esse possano semplicemente essere etichettate con la dicitura “Buon senso” oppure “Coerenza”. Nel nome della Vita, infatti, ci arroghiamo il diritto di mandare al macello migliaia di esseri viventi, alcuni addirittura definiti “da latte” per indicare la loro giovanissima età, garantendo un grande profitto a chi di tutto questo fa commercio.

Una pratica incontestabile, che occorrerebbe accettare acriticamente per non essere additati quali “rompiscatole dalle fisime snob”, ma che in realtà merita il termine di “Genocidio”: al pari della strage che nel nome del progresso e della velocità coinvolge un numero incalcolabile di esseri viventi (gatti, cani, volpi, cervi, e tante altre specie) arrotati da automobilisti cultori dell’acceleratore a tavoletta. Privi di qualsiasi senso di colpa i conduttori di potenti cavalli fiscali travolgono e passano sopra tutto, schiacciano ogni cosa preoccupandosi dei cerchioni in lega sporchi di sangue e budella. Assistere al colpo di grazia inferto ad una volpe che piange e si trascina a causa della schiena spezzata, grazie al solito automobilista incurante di tutto, lascia un ricordo indelebile e tanta rabbia.

Voler far scorrere la giornata “al massimo” per rinunciare a niente, egoismo, profitto rappresentano il pericoloso mix responsabile dell’estinzione di gran parte della fauna terrestre. Pochi giorni or sono è deceduto l’ultimo esemplare maschio di rinoceronte bianco, fatto che condanna alla scomparsa dalla faccia del pianeta dell’intera sua specie.

La tutela degli animali e dell’ambiente non è una battaglia riservata a persone ricche quanto annoiate (modello Brambilla) ma la presa di coscienza di un elementare dato di fatto: il pianeta Terra è unico e la sua distruzione è di fatto un suicidio collettivo da cui non si fugge neppure conquistando Marte.

Il disprezzo verso la Vita umana, come dimostrano le guerre e la fame, cammina parallelo a quello diretto alle altre specie, ritenuti utili solo per arricchire ricette tradizionali o di chef blasonati. Animali quali oggetti da abbattere per soddisfare il palato oppure, come l’avorio, per assecondare la vanità e le credenze assurde. La rivoluzione si racchiude oggi in due sole parole: rispetto ed equità per tutti gli esseri viventi.

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