Equo compenso per la gig economy

La sentenza del tribunale di Torino sul caso Foodora evidenzia la necessità di colmare un vuoto nei diritti dei lavoratori di fronte al cambiamento portato dalla rete e dalla tecnologia: è indispensabile una legge per il salario minimo legale e l’equo compenso per garantire la retribuzione di tutti i lavoratori, norme che permettano loro di avere contributi dignitosi per raggiungere la pensione e che ne tutelino sicurezza e salute. I “platform workers”, da Uber a Foodora alle migliaia di persone che producono contenuti per il web, sono un fenomeno in crescita in tutto il mondo e sono facilmente ricattabili perché lavorano spesso singolarmente e non hanno quasi mai un’interfaccia umana alla quale presentare le loro istanze. Non è un caso che le prime mobilitazioni di questo settore, in Italia come nel Regno Unito, siano state quelle dei rider: si tratta di lavoratori che hanno modo di riconoscersi facilmente fra loro nella realtà e di condividere disagi e problematiche. 

In questi anni abbiamo iniziato ad “illuminare” questa zona grigia, a metà fra lavoro autonomo e subordinato, costruendo dal punto di vista legislativo nuovi strumenti di tutela, invertendo la rotta rispetto all’infatuazione neoliberista che negli ultimi vent’anni aveva coinvolto sia destra che sinistra. Abbiamo segnato una prima conquista per l’equo compenso, introdotto ammortizzatori sociali per chi non li aveva mai avuti e in particolare per i più precari, disciplinato la disoccupazione per collaboratori, dottorandi e assegnisti di ricerca, abolito i co.co.pro.. Ora è necessario dare continuità e risposte rapide alle sfide della gig economy: serve stabilire diritti universali, a cominciare da salario, salute, sicurezza. Penso stia in questa complessità che politica, sindacato ed energie intellettuali devono muoversi. Sta a noi tracciare sentieri sicuri per il lavoro che cambia.

*Chiara Gribaudo, deputata del Partito democratico

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