PASSATO & PRESENTE

Il non governo della libertà

Un Paese che sulla Liberazione dal giogo nazifascista costruisce una fragile identità nazionale. L'intransigenza degli azionisti torinesi. E quell'arte repubblicana del (mal)governare. La lettura anti retorica del 25 aprile dello storico Craveri

“Il giorno in cui Mussolini dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra, a Torino furono assai pochi i tricolori fuori dai balconi”. È anche in quell’immagine di un 10 giugno del 1940, era un lunedì, la conferma di come in un’Italia ancora fascista, la nuova coscienza che sarebbe maturata proprio con la guerra al fianco della Germania nazista era già in nuce, non più e non soltanto tra coloro che avevano fin dall’inizio combattuto il regime guardando alla libertà, a una democrazia che ai più parevano irraggiungibili e ai giovani erano addirittura ignote. Piero Craveri, storico, autore di moltissimi saggi tra cui una biografia di Alcide De Gasperi, ricorre a quelle sparute bandiere esposte nella sua città natale come a corredare di una fotografia nitida un concetto altrettanto definito, seppure spesso nascosto da un’epica resistenziale che condensa il tutto e non il molto nella guerra di Liberazione e riduce l’antifascismo al pensiero di chi, indubitabilmente, ebbe il merito di incanalare quel desiderio di libertà, di ripulsa (sia pure talvolta timida) verso il fascismo. Che comunque, già c’era.

“A Torino ci furono i primi scioperi nelle fabbriche”, quindi una coscienza già piuttosto, seppur insufficientemente, diffusa in “un’Italia era fascista. C’era un adesione al fascismo – sottolinea lo storico, nipote di Benedetto Croce, nel colloquio con lo Spiffero – che, però, verrà costantemente meno proprio per le vicende della guerra che avranno il loro punto di emergenza nell’8 settembre con la distruzione dello Stato, di cui sarebbe rimasto solo il principio della sua continuità e il restante vuoto sarebbe stato colmato e riempito di contenuti dalla Resistenza nella nascita della Repubblica”. Prima della guerra a concorrere a quel non facile processo verso una nuova coscienza “fu senza dubbio il mutamento di rotta di Mussolini che si avviava a costituire uno Stato sempre più totalitario, le leggi razziali rappresentarono un momento cruciale, così come la stretta alleanza con la Germania nazista e infine la guerra”. Su quella terra rasa, esito finale del fascismo, dove ci si è appigliati per ricostruire? “La lotta di Liberazione – spiega lo storico – è stato un riferimento fondamentale. La prima grande prova dell’Italia posta fascista è proprio la lotta di Liberazione. Celebrarla è fondamentale, è il momento della ricostruzione di un identità nazionale”.

Un 25 aprile che “è giusto che sia festa nazionale perché il Paese si liberò dal nazifascismo, e non fu cosa da poco quell’occupazione, fu un momento estremamente drammatico”, ma vissuto in maniera diversa dagli italiani. E di questa differenza che rimanda alla geografia, ancora una volta il nord e il sud, Craveri dà una spiegazione basata sul fatto che “il meridione fu liberato prima, così come Roma.  Abbiamo una parte d’Italia che non ha partecipato alla lotta di Liberazione che, va rimarcato, sta al pari delle altre Resistenze europee, la si può elevare anche a quella francese”. Un’Italia fascista, in parte ormai liberata e dunque non più tale e un’altra che pur occupata ormai in quella piena coscienza raggiunta (sia pure rimanendo sacche di un fascismo che non sarebbe del tutto scomparso neppure dopo la Liberazione) può far sì che, “con l’armistizio e la cobelligeranza il Paese  rientrerà, ancora con il conflitto in corso, nell’area dei potenze alleate e paesi democratici. Qui sta anche un significato profondo del 25 Aprile”.

Una data che per moltissimi anni è stata oltre che la celebrazione della Resistenza, una sorte di summa dell’epica e di una retorica partigiana in un tratto politico ben delineato. “Possiamo ben dire che della Resistenza se ne è fatta una valutazione storica sopra le righe e sopra la realtà” sottolinea Craveri che nel ripercorrere l’evoluzione di quegli eventi e le loro conseguenze sulla appena nata Repubblica osserva come “dal ’48 in poi il sistema politico sia dominato dalla Dc. Il movimento politico dei cattolici entra, tuttavia, nella vita del Paese con don Sturzo, nella prima guerra mondiale e dunque non è rappresentante della vita unitaria, ma cerca di farsene comunque carico per bilanciare e unire altri significati a quelli messi maggiormente in evidenza dalla Resistenza”.

Cattolici e sinistra marxista, ma anche quel Partito d’Azione che con la sua rigorosa religione laica ha contribuito a gettare le basi e far crescere il sentimento antifascista e a creare quel conformismo moralista e “intransigente” che ha innervato tanta parte dell’élite.“Erano colti, guardavano agli Stati Uniti del New Deal, alla necessità per un Paese di modernizzarsi in senso liberaldemocratico”. Ma la presenza degli azionisti in politica durò piuttosto poco nella giovane Repubblica e dei loro valori “affidati a una diaspora che si ebbe in temi brevi” il cui patrimonio maggiore reste forse legato proprio a quell’approccio religiosamente laico ai temi della libertà, fors’anche con qualche eccesso nel rivendicare un’assolutezza o quasi dell’origine del processo che portò poi, con il concorso di altri (dai comunisti ai socialisti e dei cattolici) alla Liberazione.

Perché la Liberazione riconsegna un’Italia libera e unita, ma vedrà presto separarsi con nettezza le forze che avevano combattuto nella Resistenza. “La guerra fredda è stata una barriera divisoria. Due i crinali su cui sono costruite visioni diverse delle origini della Repubblica, con la sinistra che le ha fondate esclusivamente proprio sulla guerra di Liberazione”. E, in fondo, mettendo le basi di tante divisioni che hanno accompagnato la successiva stagione repubblicana. A partire da quella separazione tra classi dirigenti e popolo che ha ipotecato il governo del Paese.

L’arte del non governo. L’inesorabile declino della Repubblica italiana è non a caso il titolo del saggio che Craveri ha da poco pubblicato con Marsilio nel quale ripercorre e analizza gli ultimi settant’anni del nostro Paese non risparmiando giudizi severi su gran parte dei politici del dopoguerra. E proprio arrivando agli ultimi decenni non si può non ricordare il tema della “riconciliazione”, entrato di prepotenza nel lessico del 25 Aprile con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e lo sdoganamento di alcune forze di destra (a partire da Alleanza Nazionale con la svolta di Fiuggi di Gianfranco Fini) con tutte le polemiche che generò. Sul punto lo studioso, professore emerito di Storia contemporanea all’Università Suor Orsola Benincasa, è netto più che mai: “Quando il sistema dei partiti della prima Repubblica è crollato, la dualità di interpretazioni sul ruolo fondativo della Repubblica da parte della Resistenza, si è come diluita in un più generale distacco complessivo dal tema della lotta di Liberazione. Si è andati alla ricerca di identità più complessive che non si sono trovate, evidenziando ancora una volta la fragilità dell’identità nazionale. Ma il tema della conciliazione, emerso dal ’92, per fortuna pare ormai scemato”. Per fortuna, dice Craveri, e ne spiega le ragioni: “La storia passata, i suoi contrasti profondi, i solchi e le divisioni non sono conciliabili. I morti non si possono conciliare, la conciliazione non può essere un mero atto, semmai può venire solo dalla comprensione dei fatti storici”.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    23:41 Giovedì 26 Aprile 2018 gastone MA OGGI E DA TEMPO TRIONFA L'INCIUCIO

    Caro Dedocapellano, i tempi di Cartone e Bruto e Cesare e Silla sono estinti da millenni, da decenni il modello vincente è l'inciucio, il navigare a vista verso chi ha il potere, niente mi toglie dalla testa che se il fascismo fosse sopravvissuto (sostanzialmente non alleandosi con Hitler e non sottoscrivendo le orrende leggi antisemite del '38), Mussolini sarebbe morto nel suo letto (come Franco), e la stragrande maggioranza degli italiani lo avrebbe seguito, basta leggere i diari di Galeazzo Ciano e vedere i filmati Luce per capire l'atmosfera di quegli anni, tento solo un'analisi storica, e non mi permetto giudizi fuori luogo! Certo la storiografia post bellica è altra cosa!

  2. avatar-4
    16:52 Mercoledì 25 Aprile 2018 dedocapellano I vinti hanno sempre torto? chi vince ha sempre ragione?

    Come asserito dal filosofo francese Etienne de la Boètie nel 1549 opporsi ad uno Stato ingiusto è giusto e doveroso, Etienne de la Boitie ci dice che Catone e Bruto fecero bene ad assassinare rispettivamente Silla e Cesare..... quindi i Partigiani fecero cosa giusta nel combattere lo Stato. Ma anche oggi chi ritenesse che il nostro Stato sia ingiusto e corrotto farebbe bene ad opporvisi?

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