Vince chi fa alleanze

Insomma, senza alleanze in politica si perde. O meglio, non si governa. Le ultime elezioni lo hanno persin platealmente confermato. Del resto, come diceva in tempi non sospetti un grande leader cattolico democratico, Mino Martinazzoli, la “politica in Italia è sempre stata politica delle alleanze”. Così era nella prima repubblica, così è stato nella seconda repubblica e così sarà nel futuro. Puoi fare tutti i sistemi elettorali, dal maggioritario più spinto al proporzionale puro, ma questo preambolo resterà inamovibile. E questo per una semplice ragione: in Italia, anche quando vige il sistema maggioritario, la tentazione di proporzionalizzarlo è troppo forte. E questo perché il nostro Paese è attraversato, da sempre, da una profonda divisione e frammentazione del quadro politico che nessuna regola e nessun codicillo è mai riuscito a neutralizzare.

Ecco perché alcune scommesse politiche sono miseramente naufragate. A cominciare dalla cosiddetta “vocazione maggioritaria” del Partito democratico o dalla sistematica negazione di fare alleanze di altre forze politiche. Atteggiamenti che portano inesorabilmente all’isolamento e alla autoreferenzialità del partito. Perché negando pregiudizialmente le alleanze non solo si nega un principio basilare della politica italiana, come abbiamo già ricordato all’inizio, ma si gettano le premesse per perdere tutte le elezioni. E a nulla valgono le coalizioni improvvisate a cui abbiamo assistito in occasione delle ultime elezioni politiche ed amministrative.

Liste e sigle del tutto virtuali, anche quando sono “benedette” da leader del passato - penso alla lista “Insieme” supportata da Romano Prodi o a Civica Popolare sostenuta da qualche vecchio notabile centrista - sono destinate ad essere cancellate nell’arco di poche settimane accompagnate, come da copione, da un risultato elettorale quasi virtuale per non dire nullo. E, sempre per questo motivo, si comprende il successo politico ed elettorale del centrodestra italiano tanto alle recenti elezioni amministrative quanto in quelle politiche generali. Perché dietro alla capacità di creare e consolidare una cultura della coalizione c’è anche e soprattutto la capacità di riconoscere il pluralismo politico e culturale che anima e caratterizza una coalizione.

Solo con una smisurata arroganza e un inguaribile narcisismo è possibile immaginare di vincere le elezioni - di qualsiasi livello istituzionale siano - attraverso la centralità e l’autosufficienza del proprio partito o facendo ricorso a cartelli elettorali del tutto virtuali e finti. E, appunto, le ultime elezioni politiche ed amministrative lo hanno confermato. Pertanto, le ormai prossime elezioni politiche - frutto e conseguenza di una sciagurata legge elettorale e, quindi, della sostanziale impossibilità adesso di dar vita a maggioranze di governo politicamente stabili ed autosufficienti - saranno vinte solo da chi riuscirà a costruire una coalizione. Cioè, a tradurre politicamente sino in fondo quel principio cattolico democratico che in “Italia la politica è sempre stata politica delle alleanze”.

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