MALAGIUSTIZIA

“Corruzione” per gli affari della toga

Nello scandalo Gec l'ex gip Salerno aveva nominato amministratore un amico che aveva assunto il suocero Di Giacomo, ex presidente del Csi Piemonte. Per la Cassazione non era solo un abuso d'ufficio

“Mercificazione e affarismo”. Non era un semplice abuso d’ufficio, ma una corruzione vera e propria. Questo ha stabilito la Corte di Cassazione nell’autunno scorso confermando le pene volute dalla Corte d’appello di Milano nei confronti del giudice di Torino Giuseppe Salerno, del commercialista Claudio Giordana e di Carlo Di Giacomo, ex presidente del Csi Piemonte e, in questa vicenda, suocero del magistrato. Il caso è quello emerso nel corso dell’inchiesta sullo scandalo della Gec, società che riscuoteva il bollo auto in Piemonte: Salerno, giudice che aveva firmato l’ordinanza di custodia cautelare eseguita il 29 novembre 2012, aveva nominato come amministratore giudiziario della Gec un commercialista privo dei requisiti ed esperienze affini, ma di sua conoscenza, cioè Giordana; quest’ultimo - in seguito - aveva nominato come suo consulente il suocero del giudice, Di Giacomo, che avrebbe dovuto prendere l’incarico di amministratore unico di Gec. Presto contro alcuni di loro potrebbe intervenire anche la Corte dei Conti.

La vicenda, che aveva fatto discutere molto i professionisti di Torino, era stata denunciata da alcuni avvocati degli indagati dello scandalo Gec all’allora presidente della sezione gip/gup Francesco Gianfrotta e poi era stato inviato alla procura di Milano, competente per le indagini sui magistrati che operano in Piemonte. Lì nel dicembre 2013 il gup del tribunale di Milano aveva condannato Salerno (difeso da Antonio Rossomando) a otto mesi, Di Giacomo (assistito da Stefano Castrale) a un anno e quattro mesi e Giordana (difeso da Carlo Rossa) a otto mesi stabilendo che si trattava di un abuso d’ufficio. La Corte d’appello aveva confermato questa impostazione riducendo però la pena dell’ex presidente del Csi Piemonte a un solo anno di reclusione. Per i giudici del Palazzaccio, invece, era un altro reato e lo mettono nero su bianco nelle ultime righe di una sentenza di 38 pagine: corruzione. La pena, però, è rimasta invariata perché i pm di Milano non hanno fatto ricorso in cassazione.

Gli ermellini spiegano così la loro scelta: «Salerno e Giordana avevano posto al servizio di interessi privati le loro rispettive funzioni, in funzione di reciproci favori illeciti». I due erano d’accordo: «Il primo, quale giudice del procedimento, conferendo un ben remunerato incarico pubblico all'amico Giordana, affinché si prestasse a rendere possibile il coinvolgimento del suocero all'interno della procedura e poi la sua ascesa ad amministratore unico della Gec - si legge nelle motivazioni -; il secondo, quale commissario giudiziale nominato dal Salerno, aveva acconsentito, grato per l'incarico ricevuto, a nominare quale suo consulente "di fatto", lautamente compensato, il suocero dell'amico, per poi, abdicando alle sue funzioni, farne consolidare il ruolo di dominus della procedura, realizzando di seguito le condizioni, con la presentazione della richiesta di revoca del commissariamento, perché potesse assumere la carica di amministratore unico della Gec».

Le prove dell’accordo erano state individuate anche dalla Corte d’Appello e si basavano su una lunga serie di elementi. Il giudice Salerno e il commercialista Giordana si conoscevano da tempo. Il primo aveva contattato il secondo per discutere della nomina «recandosi personalmente presso lo studio del commercialista». Eppure entrambi sapevano che il professionista non aveva le carte in regola per l’incarico: non era iscritto all'albo dei liquidatori e di non aveva alcuna competenza specifica. Il giudice era anche stato avvertito da un suo amico notaio, ma niente. Inoltre Salerno aveva suggerito il nome del suocero che, senza una “formale investitura”, era diventato «l'effettivo punto di riferimento della gestione del commissariamento, mentre Giordana si era rivelato a tutti sfuggente, evitando le interlocuzioni con i soci (quand'anche sollecitate) e non preoccupandosi delle sorti dell'azienda (attenendosi alla soluzione suggerita dal Salerno di "non fare nulla")». Il giudice, sostengono gli ermellini, si interessava «alla cessazione del commissariamento (così che il suocero potesse diventare amministratore unico, ndr), prima valutando la fattibilità della proposizione di un’istanza di patteggiamento, poi sollecitando il commissario a presentare una relazione nonché a depositare nella sua cancelleria la richiesta di revoca del commissariamento». L’ex gip di Torino, ora in aspettativa, si era difeso sostenendo che nel periodo dei fatti si stava separando dalla moglie e non poteva quindi conoscere le attività dell’ex suocero, ma i magistrati romani non hanno creduto a questa versione. Alla fine il loro giudizio è durissimo: «Il rapporto creatosi tra il Salerno ed il Giordana era diretto alla "mercificazione e affarismo" nell'esercizio dei pubblici poteri, dando vita ad un univoco reciproco scambio di favori».

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