GRANDI OPERE

Fermare la Tav costa 2 miliardi

Ue, imprenditori, politica e sindacati contro lo stop alla Torino-Lione inserito nella bozza del contratto di governo M5s-Lega. I costruttori: "Tornare indietro è un'assurdità. Si penalizzerebbe tutto il Piemonte". L'Europa ammonisce: "L'Italia rispetti gli impegni"

“Una decisione dal forte sapore ideologico ma che penalizzerebbe un intero territorio, quello piemontese”. L’allarme è scattato ieri sera, quando tra i punti controversi e ancora oggetto di discussione del contratto di governo tra Lega e Movimento 5 stelle è spuntata la Tav in Valsusa. “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia ci impegniamo a sospendere i lavori esecutivi e ridiscuterne integralmente il progetto” si legge a pagina 34 del contratto, nel capitolo relativo alle grandi opere. Una frase evidenziata in rosso, a indicare che per quanto quello è attualmente l’orientamento emerso dal tavolo tecnico, la questione dovrà essere affrontata in sede politica dai due leader, Matteo Salvini e Luigi Di Maio. Le posizioni sono agli antipodi: la Lega è tradizionalmente favorevole alle grandi infrastrutture, i pentastellati, sin dai loro esordi, hanno utilizzato la battaglia contro la Tav come totem ideologico. Era il 2007 quando Beppe Grillo iniziava a scagliarsi contro l’ormai celebre “mozzarella” che grazie all’alta velocità “arriverà mezz’ora prima a Kiev” e in Valsusa il dissenso verso l’opera si trasformava in consenso per i suoi seguaci. Ora hanno l’occasione per fermare il treno, anche se di strada intanto se n’è fatta.

Per la tratta ad alta velocità, 65 chilometri tra Susa-Bussoleno e Saint-Jean-de-Maurienne, sono già stati spesi 1,5 miliardi (il 50 per cento a carico della Ue, l’altro diviso a metà tra Italia e Francia). Sono stati destinati agli studi e alle attività preliminari e allo scavo di quattro gallerie esplorative, tre in Francia, la quarta in Italia, a Chiomonte (quest’ultima costata 173 milioni di euro). È già stato scavato anche un terzo dell’ultima galleria geognostica, tra La Praz e Saint-Martin-la-Porte, in Francia, destinato a essere un tratto della futura maxi-galleria da 57,5 km. Il costo dell’opera finale, i cui lavori dovrebbero cominciare a inizio 2019, è di 8,6 miliardi (certificato da un ente terzo), di cui il 40 per cento a carico dell’Unione Europa, il 35 per cento dell’Italia, il 25 per cento della Francia. La penale per la rinuncia all’opera sarebbe di 2 miliardi di euro, anche se il movimento No Tav sostiene che non è prevista se lo Stato porta gravi motivazioni. Attualmente per la Tav Torino-Lione lavorano circa 800 persone, tra Italia e Francia, nei cantieri, negli uffici della Telt, la società incaricata di costruire e gestire la nuova ferrovia, e in altre società coinvolte nei lavori. Entro il 2019 è prevista l’assegnazione degli appalti per 81 bandi di gara (43 in Italia) per un totale di 5,5 miliardi di euro. Telt prevede il coinvolgimento di 20 mila imprese, tra appalti e subappalti, e 8mila lavoratori (diretti e indotto).

Non cita penali e men che meno cifre la commissaria Ue ai trasporti Violeta Bulc, ma precisa che “il governo italiano nel 2014 ha firmato impegni per completare i corridoi 10 T di cui fa parte la Tav. E poi la commissaria ha aggiunto: “Aspettiamo e vediamo cosa propongono” sapendo che “agiremo sulla base del regolamento esistente” per le grandi reti infrastrutturali europee Ten-T e i finanziamenti Ue connessi, “che ha la sua struttura giuridica indipendente”. E conclude la commissaria: “Terremo naturalmente conto degli argomenti” del nuovo esecutivo italiano, “ma ci baseremo anche molto sugli impegni presi” in passato dal precedente governo.

Bastano questi dati e prese di posizione per far suonare più di un campanello d’allarme tra le associazioni datoriali e i rappresentanti dei lavoratori. “La Fillea Cgil del Piemonte non commenta né le bozze né le chiacchiere – fanno sapere dal sindacato -. Tuttavia se qualcuno pensasse di buttar per strada più di mille lavoratori edili Tav tra Terzo Valico e Torino-Lione sappia che siamo pronti a batterci con le unghie e con i denti per difenderli”. Una preoccupazione condivisa pure da Marco Razzetti, presidente dell’Aniem, l’Associazione nazionale delle imprese edili manifatturiere: “Mi pare un’assurdità anche solo mettere in discussione quest’opera – afferma Razzetti allo Spiffero – soprattutto in un momento in cui il Piemonte è alla ricerca di una sua identità economica e può trovarla anche grazie a un settore strategico come la logistica”. Il rischio è che sull’altare di un totem ideologico “si sacrifica una intera regione”.

Una posizione sostenuta anche dall’Amma, l’associazione delle imprese metalmeccaniche torinesi secondo cui “l’eventuale sospensione dei lavori sarebbe fortemente penalizzante per il futuro dell’industria piemontese” afferma il presidente Alberto Marsiaj. “Questa importantissima opera pubblica, ormai attesa da molti anni - osserva - è fondamentale per la crescita dell’interscambio commerciale con gli altri paesi europei, uno dei fattori che maggiormente contribuisce allo sviluppo economico del Nord Ovest. Tutte le ricerche e le analisi sottolineano, infatti, come l’incremento del Pil si situi proprio lungo l'Alta Velocità. Fermare la Tav equivarrebbe a porre un grave ostacolo alla competitività delle nostre aziende, in un momento in cui stanno ricominciando ad investire dopo la pesantissima crisi degli ultimi anni, e renderebbe il nostro territorio molto meno attrattivo per gli investitori esteri. A questo si aggiungerebbe una decisa perdita di credibilità dell’Italia, dal momento che l’opera è stata voluta e approvata dai Governi e dai Parlamenti d’Italia e Francia e sostenuta finanziariamente dall’Unione Europea”.

Secondo Dario Gallina, presidente degli industriali torinesi “se il nuovo governo sceglierà di recedere dall’impegno formale sottoscritto dall’Italia per la realizzazione della Tav, il Paese incorrerà in una drammatica perdita di credibilità nei rapporti internazionali, riesumando la deteriore immagine di voltagabbana che, con tanto serio lavoro, a fatica, ci siamo scrollati di dosso”. Poi aggiunge: “Bisogna essere davvero miopi per pensare di poter tornare indietro da scelte tanto rilevanti sia in termini economici, sia sociali per la vita del nostro Paese. Innanzitutto il recesso costerebbe all’Italia circa 2 Miliardi di euro, in quanto dovremmo restituire all’Europa il 50 per cento dei finanziamenti erogati per gli studi e i progetti, la quota di costi sostenuta dalla Francia, nonché sprecare tutti i soldi degli italiani già investiti nell’opera”. Gallina invita a tenere conto che “ad oggi sono già stati realizzati più di 23 chilometri di gallerie, pari al 14 per cento del totale, tornare indietro non si deve e non si può. I lavori sono a uno stadio troppo avanzato per recedere e non è vero che i costi per ultimare l’opera sono proibitivi. La spesa complessiva a carico dell’Italia è infatti di 2,3 miliardi, circa quanto ci costerebbe recedere, privandoci però di un’opera fondamentale per il trasporto di merci e persone e facendo di Torino una Città capolinea, merce di scambio nelle trattative sul programma”.

Tra i vertici istituzionali il primo a protestare, ieri sera, è stato il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, mentre Chiara Appendino per ora glissa, ben sapendo all’interno della sua maggioranza quanto l’argomento sia sdrucciolevole. Secondo quanto emerge da Roma il capitolo sulle opere pubbliche rimane “aperto”, per la necessità di valutare strada facendo gli investimenti: resta l’obiettivo - secondo quanto riferiscono fonti M5s - di ridiscutere con la Francia la Tav ma viene cancellato il riferimento al terzo valico che invece ha ottenuto il semaforo verde da entrambe le forze politiche.

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2 Commenti

  1. avatar-4
    00:35 Venerdì 18 Maggio 2018 moschettiere Indubbiamente

    Gli italiani hanno votato male. E la legge elettorale ha fatto il resto, dimostrando tutti i suoi limiti. Ma in realtà siamo ostaggi e vittime di una minoranza. Il "Duo Primavera" ha il 49percent. (32+17). Ma hanno votato il 74percent. degli aventi diritto, dunque il "Duo" è sostenuto dal 36percent. degli italiani. Senza contare che molti che hanno dato il consenso ad uno, non lo hanno dato pensando che sarebbe andato a sommarsi all'altro! In ogni caso il 64percent. degli italiani non li vogliono. E la matematica non è sindacabile. Questo il gioco perverso della cosiddetta democrazia. Per fortuna, incapaci come sono, non andranno lontano. Sempre che partano.

  2. avatar-4
    18:29 Giovedì 17 Maggio 2018 silvioviale PROVERBIO

    “Non si piange sul latte versato” Vi ricordate quel 4 marzo? Avete votato i 5stelle per fare un dispetto a qualcuno? Già, pensavate che scherzassero e di non farvi un dispetto da solo. E invece ... fanno ridere, ma qualcosa sul serio lo faranno. Con stop alla TAV il Piemonte sempre più dal c ...

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