Olimpiadi, è quello che ci meritiamo

La decisione del Coni sulle Olimpiadi invernali 2026 non poteva che finire così. Mi stupisco molto dello stupore che alcuni esponenti politici ed istituzionali hanno manifestato in queste ore. È appena sufficiente tracciare un rapido confronto con le precedenti edizioni, quelle di Torino 2006, per rendersi conto che il clima politico, istituzionale e sociale che aveva preceduto quella designazione era radicalmente opposto rispetto a quello vissuto e sperimentato in questi ultimi mesi nella cittadella politica torinese e piemontese.

Se in quella stagione si parlò, giustamente, di un “modello Piemonte” e di “coesione istituzionale” tra i vari enti piemontesi nonché tra le forze politiche, sociali e culturali - salvo rarissime eccezioni, com’è del tutto naturale - subalpine, per le Olimpiadi del 2026 è prevalso un altro modello. Che non giudico, ma ne prendo atto. E cioè, la persistente e duratura polemica politica tra i partiti e i vari schieramenti politici nonché all’interno dello stesso partito dei 5 stelle; il tanto decantato territorio è stato incerto sino all’ultimo, salvo la determinazione del presidente della Regione Chiamparino e del sindaco di Sestriere Walter Marin; la cosiddetta società civile è stata, nella migliore delle ipotesi, disincantata se non indifferente.

Ora, se non vogliamo cadere nell’ipocrisia del giorno dopo, non possiamo non arrivare ad una semplice conclusione: la scelta all’unanimità del Coni forse ha registrato anche lo stato dell’arte della politica torinese e piemontese. Nulla di più e nulla di meno. Adesso, semmai, si tratta di verificare se ci sono ancora le condizioni per migliorare ed arricchire, a nostro vantaggio come ovvio, le condizioni di partenza. Ovvero, dare più spazio agli eventi nelle valli olimpiche e nella stessa Torino. E non per una richiesta puramente e banalmente campanilistica, ma per evidenziare che il territorio di Torino 2006 conserva intatte tutte le potenzialità, e non solo sportive, per ospitare e disputare le gare olimpiche. Ma lasciando perdere, per carità di patria, la giaculatoria sulla arroganza e l’insensibilità del Coni. Che avrà pure fatto scelte discutibili, ma purtroppo tenendo conto anche della indecisione e della scarsa unità dell’ormai ex “modello Piemonte” e della ex efficace “coesione istituzionale” subalpina.

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