Senza lavoro non c’è speranza

I piemontesi sono meno felici perché è calato il lavoro, è aumentata la precarietà, è diminuito il Pil procapite ed è diminuita la speranza di futuro. Secondo la Banca d’Italia il Pil procapite piemontese che nel 2011 (Governo del Cav.) era 110 sui 100 della media europea dei 28 Paesi, nel 2015 è sceso a 103 su 100. Ma questo è il risultato della minore crescita economica della nostra Regione negli ultimi 10-15 anni. Negli anni 80 il Pil piemontese valeva il 10% del Pil nazionale ora ne vale solo più il 7,5%. Con questa diminuzione del Pil procapite, che è il risultato del calo di affari di commercianti, artigiani e piccoli professionisti, oltreché per l’aumento della disoccupazione non può veder felici almeno la metà della città che sta male secondo la felice definizione dell’Arcivescovo di Torino.

Certo per coloro che hanno un posto di lavoro a tempo indeterminato, per la parte benestante della nostra Regione a Torino e in Piemonte si vive bene sia dal punto di vista delle tante alternative per il tempo libero: montagna, laghi, campagna, le colline delle Langhe, Roero e Monferrato oltre a città belle e interessanti e a una cucina molto ricca e a vini strabilianti. Ma per i tanti che hanno lavoro a tempo determinato, per i tanti cassaintegrati, per i ragazzi che agli autogrill percepiscono 600 euro al mese, per gli addetti ai call center a 750 euro al mese la felicità è una chimera.

I giovani ricercatori dell’Ires quando dicono che il Piemonte è l’ultima regione del Nord dovrebbero ricordare che  venti-trent’anni fa il Piemonte era tra le prime regioni d’Europa, dovrebbero sottolineare le cose da fare per ripartire come faceva appunto l’Ires degli anni 50-60. Vorrei comunque ricordare ai ricercatori, ma non solo a loro, la frase di Daniel Pennac quando dice che “statisticamente tutto si spiega ma personalmente tutto si complica”. Quel “personalmente tutto si complica” si riferisce a chi ha perso il lavoro, ha finito i risparmi suoi e dei suoi genitori, ha dovuto vendere i gioielli e oggi visto che la ripresa è quel che è deve tagliare pasti e spese per la salute.

Se l’Ires avesse denunciato, secondo il compito proprio degli intellettuali in questo caso pagati col denaro pubblico, prima e con forza che Torino e il Piemonte stavano crescendo meno della media nazionale e avessero tirato per la giacca i politici secondo i quali “tutto va bene madama la Marchesa” forse Torino e il Piemonte si sarebbero tirati su le maniche per rilanciare economia e lavoro e magari avrebbero accelerato i lavori della Tav, della Linea 2 della Metropolitana e della tangenziale est, invece di gioire per manifestazioni di 3-4 giorni, belle e importanti, ma che portano 30-40 milioni di euro di lavoro, una inezia rispetto a un Pil piemontese che vale 120 miliardi di euro.

Proprio ieri il nuovo Sindaco di Genova ha convocato per ottobre gli “Stati Generali della economia e del lavoro” per rilanciare la crescita di economia e lavoro, perché il rilancio economico della nostra regione arriverà solo sa un impegno e uno spirito di rinascita che coinvolga tutti.

*Mino Giachino, già Sottosegretario ai Trasporti

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