Far ripartire l’Italia e il lavoro

Ho imparato  a iniziare i ragionamenti partendo dalla condizione reale del Paese e in un’epoca dove le forze politiche si distinguono per i programmi e non più sulle ideologie cerco di analizzare la condizione economica e sociale del Paese e di Torino. Non mi faccio incantare dai peana e dalla ricerca dei meriti sul fatto che la nostra economia sia ripartita negli ultimi mesi, anche se a una velocità più bassa rispetto agli altri Paesi europei, perché la poca crescita di questi mesi non sana assolutamente le profonde ferite sociali causate dalle crisi, i debiti di cui si sono caricate le aziende anche se non hanno chiuso, i debiti e i problemi di cui si sono caricate molte le famiglie. Sarebbe utile oltreché opportuno fare una specie di “due diligence”della Azienda Italia.

Negli anni della crisi, che da noi sono durati il doppio grazie alle manovre lacrime e sangue di Monti, noi abbiamo perso: almeno 200 miliardi di ricchezza, il 25% delle aziende manifatturiere, importanti aziende italiane sono state acquistate da aziende estere (la PIrelli dai cinesi, la Italcementi dai tedeschi, molte aziende della moda dai francesi...), il 41% degli italiani ha bruciato tutti i risparmi, dall’arrivo di Monti  il debito pubblico è cresciuto di 400 miliardi, sono aumentati come mai prima i poveri.

Il Sole 24 ore ha titolato venerdì 5 gennaio: “L’Italia dovrà  lottare per restare in prima fila” mentre la metà del Paese che ha visto peggiorare la propria condizione in questi anni impiegherà anni e non mesi a recuperare serenità e fiducia.

Nel dopoguerra mai era così elevata la disoccupazione e mai è stata così bassa la speranza di trovare lavoro. L’Italia è la terza economia europea ma ha il secondo debito pubblico. Tra poco terminerà la misura, del q.e., decisa da Draghi e l’Italia non ha utilizzato il periodo di bassi tassi di interesse. Ma l’Italia nella economia globale non ha più la posizione strategica che la scelta di De Gasperi gli aveva regalato all’epoca dei due blocchi. Ecco perché il Paese deve ritornare presto a crescere di almeno due punti di Pil all’anno per ricreare nuovi posti di lavoro e per ridurre il peso del debito pubblico dai conti dello Stato. Se il Ministro Padoan ha detto a settembre che ora occorre fare riforme “innovative” vuol dire che nei sei anni di governi non eletti le tante riforme propagandate non lo erano ed è per questo che non hanno dato i risultati previsti. Ricordate che ad agosto del 2012 il prof. Monti al Meeting di Rimini disse che lui stava “vedendo una luce in fondo al tunnel”. Aveva preso un abbaglio e non aveva capito che la sua linea salassava il Paese invece di rilanciarlo.

Se in questi ultimi anni non siamo andati a picco lo dobbiamo a quella parte di imprenditoria che avendo innovato ha potuto aumentare le proprie esportazioni. Qui una prima priorità: sviluppare il programma Manifattura 4.0 e puntare molto sull’Innovation Center proposto dagli Industriali torinesi. Lo stesso presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, ha detto che occorre rinforzare le riforme fatte. Con le ricette di chi ha governato in questi sei anni, da Monti ai governi a guida Pf, non pare possibile.

Occorre tagliare la spesa pubblica, ridurre la pressione fiscale e rilanciare gli investimenti in infrastrutture di trasporto che connettano meglio l’Italia all’Europa e al mercato globale, il più grande motore di crescita in atto. Altro che disinvestire la Tav e il Terzo Valico come ha detto Di Maio. Le infrastrutture rilanciano trasporti, logistica, turismo, lavori pubblici, settori che insieme valgono il 30% del il.

Il 4 Marzo però il Paese ha la possibilità di decidere da se il suo futuro. Il 4 Marzo il Paese, se vuole, andando a votare, potrà scegliere di votare chi sa bene che solo con taglio della spesa pubblica e taglio delle tasse sulle imprese e rilancio degli investimenti si potrà far ripartire economia e lavoro nel Belpaese. Ecco perché ho voluto raccogliere un po’ di spunti di riflessione di questi ultimi anni per aiutare le riflessioni di chi ha voglia di rilanciare il nostro Paese e non vuole consegnarlo alla rassegnazione e alla disperazione.

*Bartolomeo Giachino, già sottosegretario ai Trasporti, Forza Italia

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