Pd, fatta la norma trovato l’inganno

Doppie tessere, doppi gruppi e doppia morale nel partito del rigore. Fassino mantiene tre incarichi, Lubatti due. I democratici Bresso e Stara restano in gruppi consiliari autonomi. E le regole?

Fatta la legge, trovato l’inganno. Il Pd si costituisce, si autoregolamenta, si legittima agli occhi dei propri elettori e attivisti. Eterni dibattiti per redigere uno statuto condiviso, ma alla fine resta tutto immutato. In Piemonte non si contano i casi di doppi incarichi, doppie tessere, doppie morali. Tutto ebbe inizio l’aprile scorso, quando è proprio Lo Spiffero a porre i riflettori sulla doppia candidatura alle allora imminenti elezioni amministrative di Silvio Viale, radicale, inserito a Torino nelle liste del Partito democratico a sostegno di Piero Fassino e nella lista Legalizziamo Milano per Giuliano Pisapia.

 

E’ il terremoto: l’onorevole Stefano Esposito ne chiede il depennamento e l’ala cattolica del partito prende la palla al balzo e lo segue a ruota. Il segretario regionale Gianfranco Morgando si sente di dover fare chiarezza e invia a tutti gli iscritti una missiva nella quale si specifica che «Sono escluse dalla registrazione nell’anagrafe degli iscritti e nell’albo degli elettori del Pd le persone appartenenti ad altri movimenti politici o iscritte ad altri partiti politici o aderenti, all’interno delle assemblee elettive, a gruppi consiliari diversi da quello del Partito democratico. Gli iscritti che, al termine delle procedure per la selezione delle candidature, si sono candidati in liste alternative al Pd, o comunque non autorizzate dal Pd, sono esclusi e non più registrabili, per l’anno in corso e per quello successivo, nell’anagrafe degli iscritti». Dopo pochi giorni Viale decide di escludere il proprio nome dalla lista radicale milanese. Ma nel Pd le contraddizioni persistono, anzi si moltiplicano.

 

Partiamo dagli incarichi multipli ed ecco ovviamente il sindaco Piero Fassino: deputato della Repubblica Italiana da cinque legislature (il tetto per statuto sarebbe tre), sindaco di Torino e Inviato dell’Unione Europea per la Birmania. Ancora ieri in Sala Rossa ha assicurato le sue prossime dimissioni da parlamentare. Siamo in attesa, soprattutto sui tempi in cui saranno esecutive. Con lui a Montecitorio anche Giorgio Merlo, alla sua quarta legislatura e Mimmo Lucà, alla quinta. Nella giunta del sindaco c’è Claudio Lubatti, che a quasi un mese dalla proclamazione non ha ancora ritenuto di dimettersi da consigliere provinciale. Da Torino a Nichelino, dove fino a pochi giorni fa Franco Fattori era contemporaneamente assessore comunale, tesoriere del Pd e rappresentava la città di Torino in Sagat. La sua esautorazione dalla giunta, avvenuta sabato, non ha niente a che vedere con i regolamenti di partito, ma solo con i forti dissidi emersi tra lui e il sindaco Pino Catizone.

 

Parliamo poi delle doppie tessere, perché Viale non è l’unico caso: ad aver sottoscritto l’adesione all’associazione radicale Adelaide Aglietta c’è anche nientepopodi meno che la segretaria provinciale Paola Bragantini, contravvenendo a quanto scritto nella missiva proprio da Morgando, che questa volta, però, non ha profuso verbo. Poi ci sono i doppi gruppi: a Palazzo Lascaris, per esempio, Andrea Stara  e Mercedes Bresso, nonostante facciano entrambi parte del Partito democratico, sono unici membri di due gruppi consiliari: il primo di Insieme per Bresso, mentre la seconda ha costituito Uniti per Bresso, con conseguente esborso per la collettività di decine di migliaia di euro annui.

 

La domanda, dunque, sorge spontanea: che fine ha fatto quella lettera redatta meno di tre mesi fa da Morgando? E lo statuto del Pd?

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