RETROSCENA

Fassino e Renzi, fine di un idillio

L'ex sindaco ha (quasi) elaborato la sconfitta, chiamando in causa le responsabilità del premier. Con Franceschini sta riannodando i fili di Area Dem la corrente del "grande centro" piddino. Un occhio al Nazareno e l'altro a Mattarella

Quando la sconfitta era un’opzione da negare in pubblico e scacciare in privato, toccando il cornetto dono di un’amica napoletana, Piero Fassino – sempre confidando nell’amuleto e in quella Torino la cui maggioranza invece gli avrebbe girato le spalle – aveva vaticinato: “Se perdo i primi due giorni mi arrabbio poi riconquisto la mia vita: dopo tanti anni spesi a lavorare magari ritrovo un po’ di tempo per me”. La conferma, dopo la scoppola a Cinque Stelle:  il tempo per sé, dopo una manciata di giorni in Toscana a smaltire le tossine elettorali sotto le amorevoli cure di Anna Serafini, sarà ancora quello della politica.

Quella che continuerà “a fare per passione, come ho sempre fatto, senza chiedere nulla”, tantomeno pretendere “da Matteo Renzi qualche forma di risarcimento: non ne ho bisogno”. La politica resta in Fassino e Fassino resta in politica. Già, ma come? La domanda che serpeggia tra i dem non è “se farà qualcosa”, ma “cosa farà?”. E con chi. Distante quel tanto che basta, ma non estraneo alle discussioni che seguono alla bastosta e preludono ai prossimi redde rationem, l’ex sindaco non dimentica che quel prefisso che oggi ha il bruciore di una ferita aperta, rappresenta l’immagine di tante medaglie al valore: l’ex, ma soprattutto ultimo segretario dei Ds dimissionario per far nascere il Partito Democratico (“Senza il mio sacrificio non sarebbe mai nato”). E poi ex ministro del Commercio con l’estero (dal 1998 al 2000), della Giustizia (l’anno successivo), ex inviato dell’Unione Europea in Birmania e altri incarichi di un cursus honorum che, ora, la sconfitta rischierebbe di confinare nelle nebbie se l’ex giovane funzionario del Pci, responsabile del cruciale comparto Fabbriche negli anni Settanta, alla politica avesse dato l’addio.

Non è così. Dopo la promessa di smaltire in fretta l’arrabbiatura, un lungo colloquio con Dario Franceschini ha segnato il ritorno in servizio. Un incontro quello con il ministro dei Beni culturali, ma soprattutto compagno di corrente, che ha fatto suonare campanelli d’allarme in varie anime del Pd, a partire dal ristretto cerchio del Giglio Magico. “Cosa fa Piero?”. Ah, saperlo. “Si sarà mica messo in testa di scalare il partito?”. Chi azzarda letture, ne fornisce una che racconta di un progetto, messo a punto con il “ginnasta” Franceschini, gran saltatore di correnti e sottocorrenti, di ridare anima e corpo alla vecchia Area Dem, rafforzare la componente richiamando altri personaggi di spicco. Tra questi viene dato in (ri)avvicinamento Cesare Damiano, amico da sempre di Fassino, ma anche una Marianna Madia, inaspettatamente a muso duro contro Matteo Orfini nei giorni scorsi e, sempre in probabile orbita Fassinian-franceschiniana, lo stesso capogruppo a Montecitorio Ettore Rosato e la vicepresidente della Camera Marina Sereni. Vicende domestiche con occhio allo scacchiere geopolitico, per cogliere al volo l’opportunità di un incarico internazionale, qualora se ne presentasse l’occasione.

Insomma mentre a Torino in vista di una probabile coalizione generazionale il giovane turco Enzo Lavolta posta su facebook il video di un volo in parapendio e giocando sulle ascensionali si riferisce a quelle interne al Pd scrivendo “sciogliamo le correnti”, Fassino pare già alle prese con quell’ala del partito pronta ad attrezzarsi in un eventuale dopo Renzi. Sia al Nazareno, sia non scartando l’eventualità di un governo del Presidente (profittando di una consolidata consuetudine con Sergio Mattarella) qualora il risultato del referendum dovesse far precipitare nel gorgo l’attuale inquilino di Palazzo Chigi. Per l’ex sindaco, in quel caso, sarebbe assai probabile un posto da ministro.

Il rapporto con il premier non è certo stato rafforzato dalle dichiarazioni di Fassino che, neppur troppo tra le righe ha attribuito gran parte della responsabilità della sconfitta torinese alle vicende di politica nazionale. Per contro Renzi non lo ha certo aiutato a sollevarsi dal ko inferto da Chiara Appedino: “avremmo dovuto rottamare di più” , le parole sibilline del segretario che in privato è stato ancor meno criptico (“Certo, potevamo non candidarlo ma come facevamo a dirgli di no?”). Ma leggere gli odierni movimenti solo ed esclusivamente sotto la luce del rancore o ispirati dal fiele della rivalsa sarebbe oltre che ingeneroso verso l’uomo decisamente fuorviante. Il rapporto si è guastato, nonostante Fassino sia stato determinante per la conquista del partito da parte dell’ex Rottamatore fiorentino. E, a onor del vero, il governo della Leopolda è (anche) un po' un gabinetto del Lungo torinese: sue creature sono molti volti di primo piano dell’èra renziana (“Tu lo sai che Mogherini, Martina, Orlando e Pinotti sono figli miei, no?”). La questione, per Fassino, è anzitutto e sinceramente “politica”. Sempre fatta “per passione”, ma non certo presa come un hobby da pensionato.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    07:44 Mercoledì 29 Giugno 2016 dedocapellano Con il PCI verso il benessere.....

    A volte una immagine rende più' di tante parole...... Marito e moglie, la famiglia Fassino,che hanno potuto diventare molto benestanti e borghesi con il Partito Comunista Italiano..... Bravi!!

  2. avatar-4
    11:23 Martedì 28 Giugno 2016 pericle ...

    ossignur!

  3. avatar-4
    09:33 Martedì 28 Giugno 2016 tandem Finalmente !

    Fassino può rimettere in salotto il busto di Stalin che teneva nascosto n cantina.....

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