SCENARI

Industria 4.0, il capitale è umano

Ricerca e formazione sono i pilastri della fabbrica digitale. Il Piemonte ha le carte in regola per giocare la partita della “quarta rivoluzione”, ma deve investire di più sulle nuove figure professionali. Un viaggio tra le eccellenze

A Torino ci sono “energie fresche e solide”, aziende che guardando alla potenzialità della tecnologia “fanno ben sperare per l’avvenire del Paese”. È trascorso un secolo e due lustri da quel 1906 quando Luigi Einaudi, in occasione della nascita della Lega Industriale (progenitrice dell’attuale Unione di via Fanti), benedisse l’iniziativa simbolo di un orgoglio rivendicato da quegli imprenditori che, guardando agli Stati Uniti, alla Germania e alla Gran Bretagna avevano mostrato di voler cogliere le nuove opportunità offerte dall’evoluzione tecnologica e da quella del mercato. Due fattori, questi ultimi, che oggi permangono – ovviamente attualizzati, ma non di meno accelerati nel loro continuo mutamento, rispetto ad allora – e caratterizzano nel bene e nel male l’economia di una regione, nel frattempo passata da una visione Fiat-centrica ad avere un capoluogo ex città dell’automobile, per la quale meno certa appare quella speranza circa l’avvenire suo e del Paese evocata dall’economista delle Prediche Inutili.

L’evoluzione tecnologica, la quarta rivoluzione industriale come viene ormai definita, è l’inevitabile risposta alla sfida indotta dalla globalizzazione del mercato. È l’industria 4.0, bellezza e tu non ci puoi fare niente, parafrasando Humphrey Bogart. E invece da fare ce n’è, ancora, eccome. “Il Piemonte ha tutte le carte in regola per raccogliere questa sfida, la sua evoluzione manifatturiera l’ha portato a sviluppare un know-how automobilistico invidiabile, capace di attrarre e far crescere risorse nell’Ict” ha affermato recentemente il presidente della Compagnia di San Paolo e già rettore del Politecnico Francesco Profumo intervenendo al convegno di Confindustria Piemonte dedicato proprio a Industria 4.0. Ma Profumo ha anche illuminato il lato grigio di questo cambiamento: “L’Italia – ha detto l’ex ministro – è ancora nelle retrovie come sistema Paese in merito ai fattori abilitanti”, incominciando dalla banda larga, ma non solo.

Uno spaccato che si ritrova nell’analisi approfondita condotta sul campo e racchiusa in un recente saggio, Industria 4.0 - Uomini e macchine nella fabbrica digitale (Ed. Guerini e associati) frutto del lavoro di Annalisa Magone e Tatiana Mazali. Un viaggio durato oltre un anno, quello raccontato nel libro, che si svolge per oltre la metà delle fabbriche protagoniste della svolta capace di averle fatte diventare “intelligenti” proprio in Piemonte. Quelle dove all’operaio non basta più sapere usare il computer, ma ormai opera con il tablet e il saldatore non è più quello che mette l’elettrodo come un chirurgo, ma quello che sa dialogare con la macchina che fa quello che lui faceva un tempo.

Comau, nata nel 1973 da un gruppo di aziende impegnate nella costruzione dello stabilimento Fiat di Togliattigrad e che, acquisita poi dal gruppo, oggi vende i suoi prodotti realizzati con ampio uso di robot per la gran parte ad altre aziende dell’automotive; Pirelli di Settimo con un nuovissimo stabilimento progettato da Renzo Piano; l’Avio di Rivalta dove il 35% degli operai è sotto i trent’anni e poi, ancora, Alstom di Savigliano erede di quell’antica officina in cui dal 1853 di producono treni oggi eccellenza mondiale; passando per  un impianto particolare come quello del Trm, il termovalorizzatore di Torino e , più a sud, la Solvay di Alessandria, valicando l’Appennino per trovare l’Ansaldo e altre aziende in Liguria e arrivando a must come Ferrari e Ducati.

Tante storie, ritratti dei fabbriche intelligenti, un viaggio “il cui scopo era verificare se e quanto l’industria italiana stia recependo il modello europeo della fabbrica intelligente” spiega Magone, attuale presidente e ad di Torino Nord Ovest, centro studi in ambito socioeconomico e con un passato di responsabile comunicazione a Torino Internazionale. “Quando abbiamo incominciato non avevamo idee precise su ciò che avremmo trovato nelle fabbriche”, racconta allo Spiffero. Le sorprese non mancano e molto spesso sono positive, confermando come il non facile cammino intrapreso verso la quarta rivoluzione industriale – soprattutto da grandi aziende, spesso multinazionali, pur non mancando pionieri nelle Pmi –sia non solo obbligato per reggere la competitività, ma anche in qualche modo naturale nella modificazione dei modelli industriali, così come dei rapporti sindacali e della partecipazione “addirittura sentimentale” tra dipendenti e azienda come osserva la coautrice raccontando una delle storie.

Un quadro rappresentabile, ma non racchiudibile in una cornice rigida quello della fabbrica digitale, perché “l’industria 4.0 è un menù, non una ricetta. Ognuno sceglie e applica ciò che ritiene più opportuno, funzionale”. L’offerta, tuttavia, è ancora minore rispetto a quella di altri Paesi “dove su questo fronte agiscono, come minimo, tre ministeri in sinergia: quello dello Sviluppo Economico, quello dell’Università e della Ricerca e quello cui è deputata da formazione professionale”. E proprio quest’ultimo anello della catena, oggi, appare in Italia e nello stesso Piemonte, preso approfonditamente in esame dallo studio poi esposto nel libro, ancora troppo debole. “Emerge con forza la necessità di politiche per l’aggiornamento del personale e della formazione di quello nuovo. Esperienze pilota come quelle attuate in alcuni istituti professionali come il Vallauri di Fossano, ma anche il Plana e l’Avogadro sono importanti e da accrescere, soprattutto continuando il modello della messa in rete di esperienze e laboratori.

Un ruolo importante – osserva Magone - spetta, oltre che allo Stato, di cui ancora non si vede una politica concreta su Industria 4.0, anche alle Regioni. La formazione deve essere proiettata concretamente su questi nuovi scenari, sulle nuove figure che vengono richieste e l’aggiornamento di quelle che già sono attive”. Storie di eccellenze, quelle raccontate nel libro dove ampio spazio è dato pure alle relazioni tra dipendenti e management così come a quelle sindacali, ma per ora solo tali. “La sfida è quella del passaggio da eccellenza a sistema”. Un obiettivo cui Torino e il Piemonte, “pur con le difficoltà prodotte dalla crisi, ma proprio per superarla e imboccare con maggior forza lo sviluppo” sono chiamate. Un secolo e due lustri dopo quelle profetiche parole di Einaudi.

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