DECADENCE

Tra il No e (qualche) Sì a Renzi
Forza Italia ha perso l’anima

Un gruppo dirigente arroccato, orfano dei padri fondatori, tutti schierati a favore delle riforme. Malan attacca Urbani, “sempre attratto dal potente di turno”, e invita alla mobilitazione. In Piemonte la macchina referendaria guidata dalla Porchietto

Ci sono date che non si dimenticano. Quel 22 aprile 2014 Lucio Malan lo cita senza esitare, non serve guardare l’agenda neppure per ricordare le parole esatte pronunciate in commissione a Palazzo Madama. “Dissi testualmente: il ddl Boschi è una cagata pazzesca”. Mica per tutti in Forza Italia, allora quando il Patto del Nazareno non s’era ancora rotto e il trio Fedele Confalonieri-Nicolò Ghedini-Denis Verdini era sceso in campo per frenare (lo avrebbero solo rallentato) l’impulso di Silvio Berlusconi a mandare all’aria la collaborazione con Matteo Renzi sulle riforme dopo l’incontro (andato male) con l’ancora Capo dello Stato Giorgio Napoliano per un gesto di clemenza che spazzasse via i domiciliari comminati al Cavaliere.

Oggi il gruppo dirigente si mostra compatto nel sostenere quel che aveva detto il senatore piemontese, ma è un partito che nel contestare le riforme costituzionali come la corazzata Potëmkin trova sul fronte opposto alcuni dei suoi storici fondatori, personalità che nel ’94 avevano evitato che Forza Italia fosse solo – come dicevano i detrattori – di plastica e da cui si sarebbero allontanati anni dopo (o progressivamente emarginati), lasciando spazio a quei cerchi tragici che hanno avvolto Berlusconi fino a pochi mesi fa. Marcello Pera, che sedette sullo scranno più alto del Senato è al vertice di uno dei comitati del sì, Giuliano Urbani, che fu ministro e ascoltato (fino a un certo periodo) consigliere del Cavaliere, ieri sul Foglio ha detto che “la riforma poteva essere scritta meglio. Però se la bloccano, se non passa non ci sarà un’altra occasione. Rimarrà tutto così per i prossimi venti o trent’anni”. Del resto è noto lo scarso entusiasmo per la battaglia referendaria dello stesso Stefano Parisi che anzi, mostra di non considerare affatto la consultazione lo snodo per la ripresa dell'iniziativa politica del centrodestra.

Padri fondatori ripudiati da figli disinteressati a quell’eredità ormai dimenticata, gettata fra le carabattole e sostituita da un armamentario che lo stesso ex ministro dei Beni Culturali assimila a una nemesi di cui Berlusconi e i suoi sono oggi carnefici, dopo esser stati ieri vittime. Un centrodestra che adesso “si trova a combattere contro riforme che assomigliano a quelle che Berlusconi aveva fatto e approvato, anche se poi respinta dal referendum, nel 2006”. Quella che Urbani definisce una “posizione strumentale, portata avanti per ragioni meschine” con “argomenti che sono gli stessi della sinistra di un tempo” oltre ad essere quella della classe dirigente (o quel che ne resta) di Forza Italia è anche quella del suo elettorato? Pochi giorni fa un “colonnello” azzurro piemontese conversando con lo Spiffero mostrava tutt’altro che granitiche certezze sull’atteggiamento “del nostro elettorato” al referendum: “Molte riforme in fondo piacciono a chi sta nell’area moderata, sono fatte male d’accordo, ma la riduzione dei parlamentari, l’abolizione del Cnel, sono temi che fanno presa. Noi diciamo di votare no, convintamente. Che tutti ci seguano, non ci scommetto”.

Lo stesso Malan non nasconde il rischio, pur addossando la responsabilità a “un’informazione quasi totalmente schierata a favore del sì, scorretta nel raccontare balle sui risparmi che le riforme comporterebbero, quando invece è provato che non si risparmierà un euro”. Per Urbani che annuncia di votare sì “per coerenza con la mia storia” e spiega che non è “il centrodestra ad essere in ripresa”, bensì “Renzi che è in calo”, il senatore barbet non riserva le parole che ci si aspetterebbero per un padre nobile, sia pure caduto in disgrazia. “Non mi stupisce, lui è sempre stato attratto dal potente di turno, dall’establishment. È, però, in malafede quando sostiene che questa è l’ultima occasione per poter fare delle riforme: non è vero. Semmai – attacca Malan – questa è l’occasione per impedire che passino riforme profondamente sbagliate, perché sa cos’è questa?”. L’ha detto quella volta, una c…: “Una schifezza. Il Pd dice che si tratta di cambiamenti di enorme portata, io di enorme non ci vedo la portata, bensì la porcata”. 

Dalla rivoluzione liberale, di cui Urbani con Pera, Lucio Colletti, Antonio Martino e altri fu uno dei teorizzatori, alla rivoluzione semantica: anche questo è un segno di come Forza Italia è cambiata, perdendo lungo a strada i protagonisti della stagione originaria, quella che in Piemonte ebbe le sue figure di spicco in Enzo Ghigo e Edro Colombini. Il primo alle ultime comunali ha appoggiato apertamente Piero Fassino, il secondo è stato un grande elettore di Sergio Chiamparino al vertice della Regione. E la stessa macchina di propaganda per il No che vede alla guida Claudia Porchietto pare più proiettata alle future elezioni regionali che non a vincere le consultazioni di novembre.

Forza Italia, oggi vista da Urbani è un partito che “si tiene insieme solo in base alle posizioni dell’avversario politico: guardano Renzi – dice l’ex ministro al giornale di Claudio Cerasa – e fanno il contrario. Come la sinistra con Berlusconi negli ultimi vent’anni”, quando la parola d’ordine nella battaglia contro il Berlusca era il rischio per la democrazia. “Mentre Renzi prova a mettere in campo giochetti di ogni tipo, a iniziare dalla data della consultazione referendaria, a noi spetta il dovere di mettere in guardia gli italiani da ciò che potrebbe accadere se dovesse vincere il sì – avverte Malan –. È necessario concentrarci per fermare la deriva antidemocratica e autoritaria”. Già, proprio come la sinistra con Berlusconi. Un film già visto, come la Corazzata Potëmkin.

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