Monge
RESISTENZA

"Una lotta di parte, quella giusta"

Non c'è nessun fascismo alle porte, ma gli anticorpi alle torsioni illiberali e autoritarie vanno continuamente ravvivati. Piegare la storia agli interessi politici contingenti è un errore pericoloso. Ne parliamo con il professor Barbero, studioso e gran divulgatore

Quando il 25 aprile di settantaquattro anni fa l’Italia era “liberata”, per le strade ancora si sparava. Il Piemonte fu certamente tra le regioni che offrì il contributo maggiore alla Resistenza, come dimostrano le medaglie al valore sui labari di tante città e paesi. Terre che in quel crocevia della storia hanno visto scorrere il sangue di tanti italiani. Fu una guerra di Liberazione, ma fu anche una “guerra civile” come per primo certificò lo storico Claudio Pavone, attirandosi tante critiche tra gli ortodossi cantori del mito fondativo di una presunta religione civile, un muro di retorica e dogmatismo che iniziava a mostrare ampie crepe. “Il 25 aprile è una festa di parte, non c’è nulla di male a dirlo. Lo è perché nel dna di tanti italiani c’è ancora lo spirito che portò i loro padri a scegliere il fascismo” afferma il professor Alessandro Barbero, oratore ufficiale alle celebrazioni di Vercelli. Docente all’Università del Piemonte Orientale, Barbero è uno studioso per nulla chiuso nella torre eburnea dell’accademia, non ha certo la puzza al naso come testimonia la sua efficace opera di divulgatore che l’ha reso uno dei volti più noti del piccolo schermo, trasformandolo (a sua insaputa) in un influencer con ampio seguito in rete.

Professor Barbero, dunque il 25 aprile non sarà mai la festa di tutti gli italiani?
«È certo che il 25 aprile sia la festa di una parte. Perché trattandosi di una guerra civile c’è una Italia che ha vinto e una Italia che ha perso e non c’è nulla di sbagliato ad ammettere che sia stata una guerra civile. Il 25 aprile è la festa dell’Italia che ha vinto e allora bisogna chiedersi: sarebbe stato meglio se avessero vinto le Ss? I costruttori dei lager? I grandi dittatori? È un grande equivoco che si tratti della festa di tutti gli italiani: è la festa degli italiani che stavano dalla parte giusta».

Intanto, col passare degli anni, il 25 aprile risulta sempre meno coinvolgente, sempre più distante dai temi e dai problemi della contemporaneità…
«Da una parte questo è inevitabile, dobbiamo rassegnarci al fatto che accada. Così come non vibriamo più, al pensiero del Risorgimento, di fronte a figure come Garibaldi e Mazzini che pure ritroviamo nella toponomastica di ogni città. Per i più giovani la Resistenza è ormai un qualcosa avvenuto troppo tempo prima della loro nascita».

C’è forse l’esigenza di sfrondare questa ricorrenza da un surplus di retorica?
«La Resistenza ne soffre come tutte le celebrazioni; nel momento stesso in cui qualcosa viene istituzionalizzato c’è il rischio che venga corroso dalla retorica».  

Alcuni osservatori paventano, da tempo, rigurgiti fascisti connotati da intolleranza e xenofobia, con il riproporsi di tematiche sovranistiche che evocano anacronistiche azioni a difesa del suolo patrio. È questo l’ennesimo fenomeno di quell’“eterno fascismo italiano” sottolineato per primo da Carlo Levi nel 1944, poi ripreso con varie modulazioni da Sciascia, Pasolini fino ad  arrivare all’Ur-fascismo di Umberto Eco? E dunque: lei intravvede davvero un pericolo alle porte?
«Il fascismo fu un fenomeno dalle mille facce: l’amore per l’ordine, l’antipatia per chi manifesta in piazza, l’immedesimazione con le forze dell’ordine che manganellano. Sentimenti, questi, diffusissimi ancora oggi ed è giusto riconoscerlo. Ma il fascismo era anche l’idea di una Italia armata fino ai denti pronta a espandersi, otto milioni di baionette, lo stato organizzato in modo totalitario: e di questo mi pare non ci sia alcuna nostalgia».

Dunque non è giusto evocare il ritorno del fascismo, seppur in altre forme?
«Io non ravvedo questo rischio. Piuttosto c’è un ritorno al nazionalismo dovuto al fallimento dell’Europa, ma è diverso».

Da studioso del Piemonte, qual è stato l’apporto specifico, peculiare, di Torino e del Piemonte all’antifascismo?
«Innanzitutto va premesso che in Piemonte, soprattutto a Torino, c’erano meno fascisti che nel resto d’Italia. Qui il fascismo attecchì poco, grazie anche alla forte tradizione liberale di questa terra: noi avevamo avuto Giolitti e Gobetti mentre a Napoli c’era Benedetto Croce. Anche per questo il Piemonte è stato per anni il centro della Resistenza».

Perché il centro?
«Perché in Piemonte la lotta partigiana è stata particolarmente intensa come risulta anche dalle fonti di parte fascista. Nei carteggi di Mussolini emerge la preoccupazione per una regione in mano alle bande partigiane. Per fare un paragone basti pensare che in Lombardia erano 8mila i partigiani in armi contro i 30mila del Piemonte. Furono i piemontesi a liberare Milano».

Come mai tanto ardore?
«In parte, come ho detto, c’è il fatto che il fascismo fin dall’inizio faticò ad attecchire. Certamente più che altrove. E poi c’è un retaggio storico risalente ai secoli precedenti, al Settecento e Ottocento, quando formare bande partigiane, si chiamavano proprio così, era in uso con i Savoia per respingere gli invasori. E non dimentichiamo che la Resistenza è stata anche una guerra contro l’invasore tedesco».

Chi fu a fare la Resistenza?
«C’erano gli ufficiali di carriera, gli alpini nelle valli, i conservatori, i monarchici. Settori ampi di una popolazione in cui l’antipatia verso il fascismo era diffusissima».

Veniamo all’Italia e al Piemonte liberato. L’insediamento dei Cln (espressione di quello che poi diventerà l’arco costituzionale), da Roma alle grandi città fino ai piccoli paesi, ha rappresentato, secondo alcuni, l’embrione di quelle tare che hanno caratterizzato la partitocrazia per oltre mezzo secolo di vita repubblicana. Lei è d’accordo?
«I Cln ebbero un ruolo fondamentale perché diedero una visione politica alla Resistenza e grazie a questo furono in grado di tenere un contatto con il re al Sud e cioè con l’unico governo legittimo. Il 25 aprile vengono insediati sindaci, prefetti e questori dello Stato italiano, il Paese si rimette in piedi nella sua fase di maggiore debolezza. Questo è storicamente qualcosa di molto grosso. Che lì ci fossero i germi di quella vituperata partitocrazia è possibile, ma mi pare un effetto collaterale sopportabile».

print_icon