Forza Italia
FIANCO SINISTR

"Non torniamo in questo Pd"

Al momento il rientro "non è nell'agenda" dei bersaniani. Serve una profonda revisione politica e una marcata cesura con il renzismo. Il capogruppo di Leu Fornaro. "Non ha senso e utilità ricostruire la casa dove è stata distrutta, meglio farla altrove"

“Il Pd nato nel 2007 in tutt’altra fase politica, oserei dire addirittura geologica, è finito. Quel progetto fondativo non è adatto all’Italia del 2018. Il tema oggi è come ricostruire un’alternativa progressista nel Paese e in questa ricostruzione non si può prescindere dal Pd, a patto di fare i conti fino in fondo con l’esperienza di governo, con il renzismo più ancora che con Matteo Renzi, evitando l’illusione che basti mandarlo via perchè tutto torni come prima”.

Affaccio giovanile alla politica nei socialdemocratici (sua è, tra l’altro un’approfondita biografia di Giuseppe Saragat), approdo nei Ds quindi in quel Pd di cui sarà anche vicesegretario regionale in Piemonte e del quale, lui bersaniano di ferro, nei giorni dell’”addio doloroso” dirà: “In questo partito mi sono sempre sentito a casa e mi ci sento ancora, solo che infilando le chiavi nella toppa mi sono accorto che era stata cambiata la serratura”, Federico Fornaro, oggi capogruppo di LeU alla Camera è uno dei protagonisti della scissione di un anno e mezzo fa di cui molti osservano mosse e soppesano parole per capire se davvero, dopo le primarie di marzo, nel Pd potrebbe esservi un ritorno.  

Onorevole Fornaro, aspettate che le chiavi le prenda la persona giusta, per tornare?
“Questo non è nella nostra agenda. E poi un nostro ritorno credo che non sarebbe neppure utile alla causa”.

Che sarebbe quella ricostruzione dell’alternativa all’ondata grillo-leghista, ai sovranismi, che lei indica come priorità assoluta?
“Esattamente. Perché la questione è chiara: l’elettorato non percepisce un’alternativa semplicemente perché non esiste. Oggi emerge con grande nettezza che pur di fronte ad alcuni primi segnali di incrinatura del consenso dei Cinquestelle e dei primi segnali di insoddisfazione verso la manovra, non aumenta il consenso verso le opposizioni. Il motivo? Quello appena detto: l’elettorato non percepisce una proposta diversa perché, bisogna ammetterlo, non c’è”.

Colpa del Pd?
“Il Pd si è arroccato sulla difesa ad oltranza dell’esperienza di governo che, non dimentichiamolo, è stata bocciata dagli elettori. Io, dopo il 4 marzo, parlai di un terremoto. E quando il sisma assume dimensioni devastanti, con la sinistra che ha segnato il più basso risultato storico dal 1946, occorre interrogarsi se ha senso ed è utile ricostruire la casa dove è stata distrutta oppure pensare a farla altrove”.

Non per mettere il coltello nella piaga, ma a proposito di case anche quella di Liberi e Uguali, pur costruita di recente ha perso in fretta pezzi e ormai di fatto non c’è più.
“Leu era ed è una lista elettorale, costituita da Possibile, Articolo1-MdP e Sinistra Italiana. Oggi per una diversa valutazione non solo del risultato elettorale, che certamente è stato al di sotto di ogni aspettativa, ma anche per diverse prospettive, in particolare per Sinistra Italiana che vede una ricostruzione di un campo della sinistra antagonista con De Magistris, ogni promotore, pur conservando il gruppo parlamentare, si e ripreso la propria autonomia.

E voi di Articolo1 siete i più vicini al possibile ritorno, il bivio per la strada della vecchia casa se vincerà Zingaretti potrebbe avvicinarsi. Non lo pensa anche lei?
“Io penso che sia un altro il bivio al quale è davanti la sinistra. Tornando alla metafora, se qualcuno pensa che dopo il terremoto causato dall’emersione di un magma di frustrazioni scontento e rabbia si debba ricostruire la casa com’era e dov’era, credo commetta uno sbaglio. Non ho la verità in tasca, ma ritengo si debba lavorare per costruire un’alternativa progressista con nelle fondamenta i valori della sinistra e del riformismo novecentesco, ma in un edificio nuovo che sappia interpretare la contemporaneità”.

Scusi, Fornaro, ma la contemporaneità è anche il linguaggio sempre più duro sui social, il lavoro che manca, la pancia più della testa è a essere sollecitata negli elettori. Un linguaggio che fa presa e contro il quale la sinistra sembra essere a dir poco impreparata, disarmata.
“Per questo mi vien da tirare fuori un vecchio vocabolo che si usava una volta in politica, ma che credo abbia oggi più che mai la sua attualità: l’analisi della fase. In che fase della vita nazionale siamo? Campagne come quella che mette alla gogna mediatica esponenti dell’opposizione, donne, sulle pagine ufficiali di facebook del ministro dell’Interno, come si devono interpretare al di là della loro volgarità? Forme rinnovate di pestaggi mediatici? E come si interpreta il razzismo recente? Di fronte a tutto questo, come cerchiamo da sinistra di difendere i principi della Costituzione? Che tipo di alleanze sociali e politiche costruiamo? Questo è il punto: tutto il resto, dalle primarie del Pd alle dinamiche di Leu, passano in secondo piano”.

Voi discuterete del vostro futuro nell’assemblea del 16, ma non dica che non guarda alle primarie del Pd.
“Ci mancherebbe. Il Pd è ancora un partito che fa i congressi e questo merita sempre assoluto rispetto. Però mi pare manchi l’analisi della fase e conseguentemente una riflessione in termini critici su perché avevamo ragione noi a dire che c’era un pezzo del nostro popolo che ci stava lasciando. È vero che anche noi non siamo stati in grado di raccogliere quel dissenso in uscita, ma che ci fosse quella rottura sentimentale col nostro popolo lo abbiamo detto e ripetuto, ma siamo rimasti inascoltati”.

Lei immagina che qualcuno tra i candidati alla segreteria faccia ammenda di quel mancato ascolto del vostro allarme?
“Mi piacerebbe che nel congresso del Pd emergesse questo contributo alla riflessione sul perché un pezzo del nostro popolo ha visto nel M5s e, soprattutto al Nord, nella Lega la risposta alle sue aspettative. Questo è il punto politico da cui ripartire”.

Lega e Cinquestelle governano in un clima da campagna elettorale continua. E la sinistra sembra stia a guardare.
“Per la prima volta siamo in un clima di egemonia culturale della destra che non s’è mai vista neppure nell’età berlusconiana. Forse questa è la ragione per cui la sinistra balbetta, al contrario di quando era anche minoritaria nelle urne ma culturalmente forte. Per questa ragione serve ricostruire un soggetto politico che sappia essere di nuovo sinistra di popolo. Anche il sindacato si è rinchiuso nella sua autonomia non capendo che questo vento che spira alla fine potrebbe portare anch’esso ad andare in difficoltà”.

Lei parla di una nuova costruzione del centrosinistra, ma il ruolo del maggior partito di quest’area quale dovrebbe essere, insomma che vi aspettate dal Pd, anche se dite che non è un vostro ritorno il tema?
“La ricostruzione di un’alternativa progressista alla destra passa per il recupero del rapporto con milioni di elettori del Pd che hanno votato nel 2018. Si è cercato di avvelenare i pozzi facendoci passare per quelli che non aspettano altro per rientrare nel Pd, ma come ho detto non  è questa la questione. Renzi ha trascinato con sè nella negatività anche il Pd. Ovviamente non è la stessa cosa se chi vincerà il congresso riaprirà un tema della ricostruzione, ci sono passaggi a breve come le elezioni europee che potrebbero segnare una discontinuità. Noi però dobbiamo provare tutti insieme ognuno dalle sue posizioni e dalla sua storia dare un contributo. Per una sinistra che sappia rispondere a sfide importanti come quella digitale per il lavoro e ambientale. E, poi, in battaglia il numero delle truppe non è variabile indipendente”.

Anche con mostrine differenti?
“L’importante è stare tutti dalla stessa parte e condividere l’obiettivo”.

Tra una decina di giorni in Piemonte ci saranno le primarie del Pd, se le chiedo una sua opinione lei cosa risponde?
“Che conosco i candidati alla segretaria e ho grande stima e rispetto per tutti e tre. Detto questo, ricordo che in tempi non sospetti, quando ero nel Pd, mi ero espresso contro le primarie per eleggere il segretario regionale. Una modalità figlia del delirio di onnipotenza del sistema maggioritario. Credo che in un partito i segretari vadano scelti dagli iscritti, tanto più se si tratta di quelli regionali”.

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