AUTUNNO CALDO

"Sì a un Patto per il Piemonte, ma ognuno faccia il suo mestiere"

Gli industriali raccolgono la proposta di Cortese (Uil): "Unire le forze per contrastare la crisi, senza proclami e ricerca di visibilità". Bocciata l'ipotesi di ingresso della Regione nel capitale delle aziende. Dal Poz (Federmeccanica): "Sbrighiamoci, il mondo non ci aspetta"

Testa bassa e pedalare. “I contributi per affrontare e superare la crisi devono arrivare da una pluralità di soggetti, ma è un lavoro che va fatto nella maniera più concreta possibile, senza eccessiva visibilità in modo da evitare condizionamenti”. Lo si chiami Patto per il Piemonte, tavolo o altro ancora, per Alberto Dal Poz, presidente di Federmeccanica, dovrebbe operare quasi a porte chiuse evitando quelle anticipazioni e quei proclami che tanto piacciono alla politica, ma che quasi sempre hanno la sola capacità di creare aspettative e spesso anche contrasti. Come l’idea, riproposta periodicamente dalla Regione, di un ingresso di capitali pubblici nelle aziende in difficoltà, addirittura fornendo manager. Ipotesi a suo tempo bocciata a livello nazionale dal numero uno di Confindustria Carlo Bonomi e che ora trova gli imprenditori altrettanto contrari nella riproposizione in chiave regionale. “Si possono immaginare interventi che servano per un temporaneo supporto pubblico senza del quale si rischierebbe di lasciar spegnere tecnologie e saperi. Ma, ribadisco dev’essere un intervento davvero temporaneo ed eccezionale. Ad ognuno il suo mestiere”, sentenzia Dal Poz. Davvero qualcuno arriva a immaginare che la Regione possa entrare in un’azienda privata con dinamismo e velocità di reazione che mai ha avuto nelle proprie corde? Piuttosto sarebbe più opportuno utilizzare strumenti già impiegati in altri contesti come i Sib, social impact bond, prestiti obbligazionari.

Presidente Dal Poz, Torino e il Piemonte hanno già vissuto troppe delocalizzazioni da parte delle multinazionali e adesso la crisi, come ricordava ieri il segretario regionale della Uil Gianni Cortese citando un’analisi di fonte datoriale, porterà un calo del pil superiore rispetto ad altre grandi aree del Nord. C’è una ragione chiara di questa tempesta perfetta?
“I settori di maggiore importanza della nostra regione, come l’automotive e l’aerospazio sono quelli che stanno più patendo in questo periodo. Il turismo arranca. La concentrazione dei settori più colpiti dalla pandemia, purtroppo, è evidente in Piemonte. Non possiamo, tuttavia, non ricordare che sono almeno due anni che stiamo affrontando una crisi di identità nel settore automotive dovuta alla tecnologia che sta dietro le nostre industrie, produrre componenti per motori a combustione interna non è la stessa cosa che produrli per auto elettriche”.

Un quadro che la crisi scatenata dal Coronavirus e dal lockdown ha reso molto più pesante. Anche per questo insieme alle misure attuali è necessario avere una visione sul futuro, da individuare in fretta, per il Piemonte?
“Dobbiamo ricordarci che il mondo non sta fermo, i grandi committenti del settore auto non hanno smesso di pensare all’auto elettrica, ibrida. Mi rendo conto che in questo periodo bisogna pensare all’emergenza, far arrivare soldi alle imprese e ai lavoratori, però c’è per tutti l’obbligo di pensare cosa fare dopo. L’accelerazione sullo sviluppo della mobilità elettrica e ibrida andrà avanti, l’aviazione subirà una flessione, ma non si fermerà certamente. Quindi non si può non essere preparati per dare un sostegno a chi ne ha bisogno nel brevissimo termine, ma sul medio termine dobbiamo pensare che si ritornerà ad acquistare automobili e a viaggiare”.

Il rischio è di arrivare dopo gli altri Paesi.
“E non ce lo possiamo permettere”.

Quanto è importante, davvero e oltre agli enunciati, la formazione per affrontare un periodo non si sa quanto lungo di difficoltà per l’economia e il lavoro?
“È  obbligatorio tenerla al centro dell’agenda delle priorità. Siamo spesso tentati di parlare solo di tecnologie, tuttavia le opportunità non si colgono solo investendo in attrezzature, ma soprattutto con le figure adatte. Dunque, spingere moltissimo su formazione, ma anche sull’addestramento operativo, soprattutto delle nuove generazioni”.

Ormai si guarda all’autunno con grande preoccupazione. Ma sarà quello il periodo in cui si capirà se i timori sono giustificati o eccessivi, pur non sottovalutando la situazione che è evidente?
“Penso che fine anno sarà il momento importante per capire se i mercati di maggior pertinenza della nostra regione avranno avuto possibilità di riprendersi e in che modo. Capiremo se i grandi consumatori di componentistica auto, Germania in primis, avranno incominciato a farlo con numeri sufficienti.  Certamente parlare adesso e nei prossimi mesi di una nuova normalità lo ritengo sbagliato. I mercati sono ancora fortemente depressi. Detto questo, bisogna guardare e lavorare al futuro. Il mondo non si ferma”.

Come imprenditori siete preoccupati per il probabile prolungamento del blocco dei licenziamenti, mentre la recentissima analisi congiunturale dell’associazione che lei presiede dice che un’azienda su tre pensa di tagliare posti di lavoro nei prossimi mesi.
“La preoccupazione non è tanto sulla proroga del licenziamento in sé, quanto sull’aumento dei vincoli per le imprese. L’eccesso di norme rende sempre più complicato fare impresa in Italia. Qualsiasi tipo di blocco imposto per decreto non è che permette alle aziende di migliorare le proprie performance o di esplorare nuovi mercati. Inoltre, non è difficile prevedere problemi molto seri sulle multinazionali che potrebbero accelerare decisioni drastiche”.

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