ECONOMIA CRIMINALE

Seimila piemontesi in mano agli strozzini

La crisi economica e la stretta creditizia delle banche favoriscono anche al Nord l'usura. Un'attività svolta in gran parte dalle organizzazioni criminali, soprattutto 'ndrangheta. Nella nostra regione un giro d'affari, sporco, che supera i 700 milioni

Non è al primo posto al pari della Campania, ma neppure all’invidiabile ruolo del fanalino di coda che può vantare il Trentino. Nella classifica stilata dalla Cgia di Mestre sull’indice del rischio di usura, il Piemonte sta nel mezzo, o meglio alla tredicesima posizione:  un po’ meglio di Marche e Toscana, ma peggio di Liguria e Lombardia. Comunque quella più a rischio tra le regioni del Nord.  Nella classificazione che va da “molto basso” prerogativa del solo Trentino Alto Adige a “molto alto” attribuito unicamente alla Campania, Torino e le altre province allobroghe, raggruppate nell’analisi, sono considerate a livello di pericolo medio. Una situazione non certo da sottovalutare e che potrebbe ulteriormente peggiorare.

 

A lanciare l’allarme è il segretario dell’associazione artigiani e piccole, Giuseppe Bortolussi, che individua anche i motivi principali della crescita dell’usura: “Negli ultimi due anni le banche hanno erogato a famiglie e imprese quasi 100 miliardi di euro in meno. Ci sono meno soldi a disposizione e la disoccupazione è in aumento”. Bortolussi evidenzia il rischio soprattutto per le regione del Sud, quelle già più segnate dalla piaga dello strozzinaggio, ma non è che – salvo eccezioni – il Nord se la passi bene. Anzi. Se a fronte di una progressiva crescita del credit crunch avvenuta in questi ultimi anni, la Cgia  rileva che il fenomeno è presente soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno, le analisi relative al Piemonte per lo stesso periodo preso in considerazione dall’associazione mestrina, il 2013, indicano come le persone vittime dei cravattari siano non meno di seimila con un giro d’affari per la criminalità che supera i 700 milioni di euro. Un business che vede coinvolti soggetti differenti, ma dietro il quale sempre più spesso c’è la mano della criminalità organizzata, la ‘ndrangheta in particolare, come confermano recenti operazioni compite in Piemonte dalla Guardia di Finanza e dalla stessa Dia che hanno portato alla luce casi in cui piccoli imprenditori erano costretti a pagare interessi oltre il 30% mensile.

 

L’indice del rischio usura è stato calcolato dalla Cgia mettendo a confronto alcuni indicatori riferiti al 2013, come  la disoccupazione, i fallimenti, i protesti, i tassi di interesse applicati, le denunce di estorsione e di usura, il numero di sportelli bancari e il rapporto tra sofferenze ed impieghi registrati negli istituti di credito. E se come sottolinea Bortolussi “con le sole denunce effettuate all’autorità giudiziaria non è possibile dimensionare il fenomeno dell’usura poiché le segnalazioni, purtroppo, sono ancora molto poche”, va detto che con l’acuirsi della crisi questi numeri, riferiti allo scorso anno, potrebbero con ogni probabilità aver subito una crescita, facendo aumentare il livello di rischio anche per il Piemonte. “Ciò che pochi conoscono sono le motivazioni per le quali molte persone cadono vittime degli strozzini. Oltre al perdurare della crisi, sono soprattutto le scadenze fiscali a spingere molti piccoli imprenditori nella morsa degli usurai. Per i disoccupati o i lavoratori dipendenti, invece, - spiega Bortolussi - sono i problemi finanziari che emergono dopo brevi malattie, brutti infortuni o a seguito di appuntamenti familiari importanti, come un matrimonio o un battesimo”.

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