“Solamente” un piccolo ratto

La morte scioccante di un piccolo topolino, avvenuta in città pochi giorni addietro ed a cui ho assistito impotente, mi obbliga nuovamente a trattare il tema “animali” e, nel dettaglio, commentare ancora una volta la relazione tra “altro creato” ed “umani”. Il minuscolo roditore, purtroppo, ingerendo dosi letali di veleno, posato probabilmente da una delle tante aziende che si occupano di derattizzazione, ha iniziato un penoso viaggio verso un’orribile, e cruenta, fine. Per circa un'ora l’esserino ha scalciato nel vuoto, ha ceduto a violenti spasmi muscolari, ha corso in cerca di un rifugio inesistente, ha fatto salti e perso conoscenza, ha “gridato” senza sosta sino al sopraggiungere del decesso.

 

Nessuno di chi ha assistito, insieme a chi scrive, al dramma ha avuto il coraggio di sopprimere il topo, evitandogli così una lunga quanto inutile agonia: atto di timidezza che ci ha trasformato tutti in forzati spettatori di un’orrenda danza macabra. Alcuni, durante e dopo il fatto, hanno ritenuto adatto rasserenarmi dicendo che “tutto sommato” si trattava solamente di un ratto: quindi di una piccola cosa. Altri hanno, invece, voluto ricordarmi l’eterna lotta tra i mangiatori di grano e l’Uomo. Altri ancora, al contrario, si sono commossi chiedendosi il perché di tanta sofferenza in un essere minuscolo.

 

Il rapporto tra nostra specie le altre, che animano il pianeta Terra, è molto complesso nonché estremamente razionale: tu animale mi servi, allora vivi; non mi sei più utile allora muori. La nostra razza da sempre si arroga il diritto di scegliere tra chi può essere, esistere in questo mondo, e chi no: un potere assoluto che si credeva assegnato solamente alla Natura (o a Dio per i credenti) ma di certo non a noi umani (ad esclusione dei meccanismi soliti dettati dalla sopravvivenza, come ad esempio la fame “vera” che porta a sopprimere altre vite).

 

Un esempio tra i molti, di quanto affermato, giunge dal mondo ippico. Nel caso in cui un cavallo da corsa si ferisca alla zampa, nell’adempimento del dovere impostogli dal fantino, questi verrà abbattuto poiché inutile allo scopo, business e divertimento, non certo perché incurabile, come spesso, viceversa, si vuol far credere. Il denaro, sia per chi percorre gli ippodromi che per un amministratore di stabili, condiziona di certo le scelte inerenti il regno animale (e non solo): veleno meno caro significa morte lenta; veleno rapido nella sua mattanza vuol dire, al contempo, costi maggiori per i condomini che hanno contattato i “bonificatori”.

 

Expo 2015 non perde occasione per dichiarare, tramite la voce del variegato universo di politici che l’hanno voluto ed inaugurato, quale sia la vera intenzione alla base della manifestazione mondiale: quello di “nutrire il mondo” e combattere con forza la denutrizione. Forse proprio guardando a tal nobile scopo il padiglione dello Zimbabwe, in pochissimi giorni (quattro), ha affettato decine di coccodrilli sino ad un rapido esaurimento delle proprie scorte. Azione svoltasi, naturalmente, non nel nome della solidarietà verso chi non può nutrirsi, bensì con l’unico fine di regalare nuove esperienze alle sempre più insoddisfatte papille gustative occidentali: vite sacrificate in cambio di una manciata di minuti piacevoli a favore di palati troppo annoiati dalla routine dei pasti quotidiani.

 

Ogni anno l’Uomo affetta, trita e macella circa 50 miliardi di animali di allevamento, al fine di trasformarli in (presunte) prelibate portate. Un genocidio senza precedenti le cui conseguenze, con buona probabilità in un futuro oramai prossimo, saranno tutte addebitate all’umanità stessa (e senza sconto alcuno). Sterminio di massa ed allevamenti intensivi significano, in sintesi, un consumo ciclopico delle scarse risorse del pianeta; l'impoverimento irreversibile del nostro unico e prezioso mondo. La Terra, con le sue migliaia di specie animali e vegetali che animano il freddo e desolato cosmo, cammina a passo spedito, nella distrazione quasi totale dei diretti interessati, verso il baratro della catastrofe: alla volta della sesta estinzione di massa.

 

Un piccolo topo in agonia, alla fine della sua breve esistenza, consegna un messaggio indelebile alle persone a lui vicine: che senso ha tutto questo?  Un messaggio che deve diventare coscienza collettiva: ultima possibilità per non annientare, nel nome dello sfruttamento spietato, un pianeta irripetibile.

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