De Tomaso, l’agonia continua

Campane a morto per l'azienda della famiglia Rossignolo. Dei misteriosi soci cinesi neppure l'ombra. E gli ammortizzatori dureranno fino a dicembre. Lavoratori sul piede di guerra

Manca solo l'ufficialità ma per la De Tomaso la fine è ormai segnata. L'azienda non ha presentato la richiesta di cassa integrazione straordinaria e il ministero non ha potuto firmare il decreto. Slitta cosi' di qualche giorno, almeno un paio, l'avvio del provvedimento che interessa circa 900 lavoratori dello stabilimento di Grugliasco (Torino) e 140 di Guasticce (Livorno). La cassa – e' ormai certo – sara' per crisi e non per ristrutturazione.

Venerdi' scorso l'assessore alle attivita' produttive della Regione Toscana Gianfranco Simoncini e l'assessore al Lavoro del Piemonte, Claudia Porchietto avevano sollecitato l'azienda a presentare la richiesta di cigs.

 

I sindacati hanno chiesto al ministero una dichiarazione formale del ministero che preveda il ritorno alla cassa per ristrutturazione se l'investimento ci sarà. Il ministero dovrà nei prossimi giorni firmare il decreto che recepirà questa intesa. «Abbiamo una garanzia – commenta Vittorio De Martino della Fiom torinese – di mantenimento del reddito per i lavoratori. Ora dipende anche dal ministero accelerare la firma del decreto. Registriamo un ulteriore ritardo negativo nell'avvio del piano industriale. C’è una responsabilità della De Tomaso che ribadiamo, un nuovo passaggio negativo». «Stiamo arrivando alla chiusura delle scatole cinesi», commenta con amara ironia il responsabile Fismic per la De Tomaso, Giuseppe Failli.

 

La notizia è arrivata come una doccia fredda sulla schiena delle decine di tute blu che da questa mattina presidiano la sede dell’assessorato regionale al Lavoro di via Magenta. I lavoratori, comprensibilmente arrabbiati, stanno valutando forme di protesta clamorose, a partire dal blocco della vicina stazione ferroviaria di Porta Nuova.

 

Fino all’ultimo si è sperato in un colpo di scena, che la famiglia Rossignolo portasse la documentazione sull’avvenuta cessione della maggioranza della società al fantomatico socio cinese, quel Qui Kunjian presidente del gruppo Hotyork Investment Group di Hong Kong. Di lui nessuna traccia. Né tantomeno si sono visti i finanziamenti promessi. Dal ministero, dopo gli ultimatum caduti nel vuoto, hanno deciso la trasformazione della cassa integrazione da “riconversione” a “chiusura stabilimento”. Cosa che avvicina la parola “fine” al capitolo De Tomaso. Niente corsi di aggiornamento, nessun reinserimento e, soprattutto, niente fondi per i corsi di aggiornamento professionale sui quali si contava per riconvertire l’azienda: solo il classico accompagnamento verso l'uscita dal lavoro.

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