RETROSCENA

Oltre Berlusconi (e Salvini),
Cirio fa asse coi governatori

Intesa istituzionale dalla marcata valenza politica. Siglato un patto di consultazione permanente per tallonare il governo e stemperare le tensioni interne al centrodestra. E quando verrà l'ora traghettare il ceto politico di Forza Italia nella nuova coalizione

Si fa presto a chiamarlo partito dei governatori del centrodestra. Quello che, pochi giorni fa, ha avuto il suo sigillo formale nell’incontro degli undici presidenti (in alcuni casi, come per il Piemonte, loro delegati) nella sede romana della Regione Lombardia appare piuttosto come un soggetto politicamente forte il cui ruolo va ben oltre quello dichiarato di “lavorare insieme in modo compatto per far sentire la nostra voce al Governo e dare – come ha spiegato il padrone di casa Attilio Fontana – ai cittadini servizi sempre migliori”.

Il loro è e sarà, piuttosto, il compito di traghettare, riformandolo e forse rifondandolo, un centrodestra post berlusconiano e, nessuno oggi sa, quanto ancora salviniano. Non è affatto irrilevante, a tal proposito, ricordare come proprio dai vertici delle Regioni da tempo o più recentemente nelle mani del centrodestra siano arrivati ripetutamente solleciti a Matteo Salvini di staccare la spina al Governo gialloverde quando lui ancora ostentava perfetta sintonia con Luigi Di Maio.

La riconosciuta debolezza di Forza Italia ormai in travaglio perenne e senza una successione, almeno abbozzata, al monarca insieme alle difficoltà (attestate da, pur leggeri, ma visibili cali di consenso nei sondaggi) di un Capitano che ha straniato le sue truppe con una strategia (se così si può definire la crisi di governo aperta come un ombrellone del Papeete in inverno) sono elementi che non sfuggono. Soprattutto agli occhi di quella classe dirigente sempre più autonoma e sempre più pragmatica che, non a caso, appare spesso molto differente e talvolta distante da quella più politica. Chi è chiamato ad amministrare territori e comunità importanti non se la può cavare con un video sui social o con slogan ripetuti come un tormentone da ballare sulla spiaggia.

“Si avvia un coordinamento politico che ha l’obiettivo di costruire proposte comuni su temi politici – politici, si badi bene – anche nazionali”. Questo si legge nella nota ufficiale e congiunta dei presidenti che non a caso spostando sul livello nazionale e nel campo non solo amministrativo la loro azione si pongono non come un partito, ma come un superpartito dei governatori. Al quale appartiene, non solo per diritto, ma ancor più per profilo quello del Piemonte. Alla riunione romana Alberto Cirio non c’era perché impegnato nella maratona per il referendum sulla legge elettorale e a rappresentarlo, non a caso, ha mandato non il suo vice, il leghista Fabio Carosso, bensì quello che politicamente è il suo braccio destro nella squadra di governo, Marco Gabusi. Anche da questo dettaglio si evince come sia molto politica l’iniziativa dei presidenti di centrodestra, o comunque come tale venga intesa dalla gran parte di loro.

Cirio, che ama definirsi pontiere nelle situazioni in cui i passaggi si fanno difficoltosi, pare aver ben compreso come quello che si presenterà per il largo fronte cui egli appartiene vada affrontato con un approccio e uno standing istituzionale in grado di preservarlo da facili inciampi sul terreno sempre più accidentato su cui si muove il suo partito e toccherà marciare anche alla Lega salviniana.

Amico di Giovanni Toti, Cirio ha gestito con oculatezza il suo rapporto con il collega ligure non incrinandolo mai, ma evitando di seguirlo nell’avventura scissionista. Fedele al Cavaliere, ma al contempo pronto a richiamare la necessità di un rinnovamento di Forza Italia, senza anche in qusto caso schierarsi con nessuno dei capicorrente. E poi con la Lega: nei confronti di Salvini, il governatore la mostrato assai più della lealtà di prassi tra alleati. Ha ottemperato con rapidità ed energia senza pari alla richiesta di far arrivare anche dal Piemonte l’istanza per il referendum sulla legge elettorale.

Fedele al Cavaliere, leale con il Capitano, lontano più di quel che basterebbe dalle beghe di partito, pronto ad andare insieme ai lavoratori a protestare sotto il ministero: l’identikit ideale per stare in quel superpartito dei governatori che senza troppi infingimenti si pone come la vera maggioranza del Paese, di fronte a quella parlamentare nata per il harakiri di Salvini e per arginarne le sue torsioni.

Una maggioranza non solo nei numeri, con undici Regioni contro dieci, ma anche rispetto agli stessi partiti di riferimento. Al netto delle dichiarazioni la Lega di Zaia e di Fontana non è quella del Papeete e le beghe interne a Forza Italia sono un vento che soffia fuori dalle finestre accortamente chiuse da Cirio nel suo ufficio di Piazza Castello.

Il profilo istituzionale, certamente convinto e sincero, datosi dal presidente del Piemonte non significa, tuttavia, distanza dalla politica. La riunione romana dei giorni scorsi che ha avviato uno schema organico di incontri, così come i sempre più stretti contatti con i suoi omologhi della Liguria, del Veneto e della Lombardia in quel rafforzato asse del Nord, sono per Cirio il naturale sbocco e sviluppo del suo cursus imboccato non appena eletto lo scorso 26 maggio. Il superamento del guado tra una vecchia classe dirigente e schemi ancorché recenti, ma fragili alla prova dei fatti e un nuovo centrodestra, probabilmente vedrà protagonista proprio il partito dei governatori. Il pontiere è pronto.

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