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Graziosi al Regio "inopportuno", ma Appendino s'impuntò

L'ex assessore regionale Parigi cercò in ogni modo di scongiurare la designazione. "Venivo subissata dalle telefonate, mi chiedevano se fossimo impazziti, ne parlai con Leon". La sindaca tirò dritto. Carretta (Pd): "Quelli dell'honestà-honestà ora spieghino"

Era il 3 maggio 2018, la Regione Piemonte – in particolare l’allora assessore alla Cultura Antonella Parigi – si opponeva alla nomina di William Graziosi al vertice del Teatro Regio. Chiara Appendino, però, s’impose: «Mi assumo pienamente la responsabilità della scelta e della proposta che ho fatto – disse – e mi assumo la responsabilità perché evidentemente penso che possa essere la persona giusta, se no non lo proporrei». Oggi Graziosi è indagato nell’ambito dell’inchiesta “Spartito” coordinata dal pm Elisa Buffa e dal procuratore aggiunto Enrica Gabetta. Le ipotesi di reato notificate questa mattina nei confronti di quattro persone, tra cui lo stesso Graziosi e il militante del Movimento 5 stelle Roberto Guenno, candidato nel listino alle regionali del 2014 e alle comunali del 2016 sotto le insegne della formazione grilline, sono a vario titolo corruzione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio.

«Quando iniziò a circolare il nome di Graziosi per la guida del Regio venni subissata dalle telefonate. Gente che mi diceva: “Cosa fate? Siete impazziti?”» ricostruisce quei giorni l’ex responsabile della cultura della giunta Chiamparino Parigi. Era l'aprile del 2018. Fu lei che più di tutti si batté contro quella designazione perché, racconta allo Spiffero, «sono sempre stata contraria alle nomine politiche, a maggior ragione per un’eccellenza come il Regio che viveva una fase così complicata». Si usciva dalla stagione di Walter Vergnano, sovrintendente per vent’anni, travolto da un buco di bilancio di 1,7 milioni e osteggiato dal nuovo corso per la vicinanza al cosiddetto Sistema Torino. Era uno degli emblemi dell’ancien regime e per questo il M5s, insiediatosi da due anni a Palazzo Civico, decise che la sua epoca era conclusa.

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Senza una selezione pubblica, Appendino impose al Consiglio di indirizzo il nome di Graziosi, origini svizzere e una laurea in Economia aziendale; ex numero uno della Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, dove aveva lasciato un disavanzo di bilancio intorno ai 600mila euro e tanti dubbi sulla sua capacità manageriale e gestionale. Dubbi che la Regione (e non solo) manifestò a più riprese ad Appendino finché Sergio Chiamparino, allora governatore, accettò obtorto collo, sull’altare della concordia istituzionale.

L’atmosfera nel mondo della cultura torinese, in quei giorni, era incandescente. Il Consiglio d’indirizzo nomina Graziosi con due voti contrari, Angelica Corporandi d’Auvare Musy e Vittorio Sabadin, i quali subito dopo si dimettono. Il rappresentante della Regione, Filippo Fonsatti non partecipa al voto. Secondo qualcuno, allora, la lealtà di Chiamparino ad Appendino si manifestò con il voto a favore di Giambattista Quirico, l’uomo certamente più vicino al governatore nel board, per quanto designato dalla Compagnia di San Paolo. Due giorni dopo il direttore musicale Gianandrea Noseda alza i tacchi e lascia il Regio. «Tutto il mondo della lirica rimase senza parole di fronte a quella nomina. Graziosi non aveva il curriculum per guidare il Regio, mancavano le competenze e su di lui giravano voci non rassicuranti» prosegue Parigi. Timori che le indagini ora sembrano confermare facendo emergere un preoccupante intreccio di interessi personali e politici più affini alla prosa che alla lirica.

Prova a mettersi di traverso anche l’allora direttore artistico Alessandro Galoppini che dopo un anno pagherà in prima persona i contrasti con Graziosi: nell’agosto 2019 Appendino lo liquida in quattro e quattr’otto e a nulla servono gli appelli delle maestranze per tenerlo in sella. Pochi mesi dopo, per la cronaca, venne ingaggiato dal Teatro alla Scala come casting manager. Un fuoriclasse, così come Noseda che se ne andò “disgustato” e come lo stesso Fonsatti, tra i migliori manager culturali d’Italia che a detta di molti sarebbe stato il successore naturale di Vergnano.

Ora che il bubbone è scoppiato il Pd in Consiglio comunale chiede che Appendino riferisca «urgentemente» in aula «per farci sapere se era a conoscenza della situazione emersa» chiede la consigliera Chiara Foglietta. Fra i capi d’accusa, ricorda Foglietta, anche «appalti e consulenze ad hoc, di cui io stessa chiesi conto nella commissione del 10 maggio dello scorso anno quando la direzione del teatro venne ad illustrare in commissione il Piano di Sviluppo». Durissimo l’attacco di Mimmo Carretta, segretario del Pd di Torino: «Gli apritori seriali di scatolette. Quelli che “tutto è marcio”, che tutti sono delinquenti. I moralizzatori. Quelli dell’“Honestà Honestà” davanti a Palazzo Civico. Quelli della cultura gestita dal Sistema Torino in maniera “discutibile”. Beh adesso dovranno spiegare un pochino di cose in aula e non solo».

La sindaca che nel 2018 disse di assumersi la piena responsabilità della nomina di Graziosi non commenta e fa intervenire il suo assessore alla Cultura, Francesca Leon, la quale in una nota si limita ad affermare che «delle indagini condotte dalla Procura di Torino, e collegate ad alcune criticità nella gestione della Fondazione Lirica del Teatro Regio ne siamo venuti a conoscenza oggi esclusivamente dalla lettura degli organi di informazione. Non possiamo che attendere le risultanze delle indagini e quanto, a tal proposito, sarà poi reso pubblico dai magistrati».

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