MALAGIUSTIZIA

"Giustizia devastata dalle correnti, calpestati diritti e vite innocenti"

Padalino, tra i volti simbolo della magistratura (gip di Mani pulite e poi pm delle inchieste sui No Tav), finito nel tritacarne di alcuni suoi colleghi e assolto da accuse inesistenti, pronuncia un duro e amaro j’accuse. Da leggere e meditare

Nel 1991 sono entrato in magistratura. Nel corso di più di trent’anni ho potuto svolgere diverse funzioni: Pretore del lavoro, Giudice per le indagini preliminari, Pubblico Ministero, Giudice Civile. Ho sempre operato nella convinzione di dover fornire un servizio a tutti coloro con i quali, per una ragione o l’altra, avevo a che fare e, vi assicuro, che in tutti questi anni sono stati veramente tanti, ma non ho mai avuto problemi particolari con gli utenti del mio servizio. Anzi, devo dire che il rapporto con gli avvocati e tutti i professionisti operanti nel settore, mi ha fatto realmente crescere professionalmente, garantendomi stimoli sempre nuovi e sfide emozionanti.

Ho vissuto, per quasi tutta la mia vita professionale, sotto scorta, correndo seri pericoli a causa delle attività che svolgevo e costringendo familiari e amici a comprimere le proprie libertà ed a subire delle forti limitazioni in tante piccole o grandi situazioni. Mi sono occupato di processi di grande rilievo pubblico e di vicende assolutamente minori, con lo stesso impegno e lo stesso entusiasmo che mi hanno sempre accompagnato nel lavoro fino ad un terribile momento del quale, però, vi parlerò più avanti.

La scelta di fare il magistrato risaliva all’epoca della fine degli studi superiori, tanto che ricordo che all’esame di maturità, alla solita domanda dei commissari: “ma che cosa farà da grande?”, risposi con un po’ di incoscienza e tanta sicurezza: il magistrato! (naturalmente).

Prima di vincere il concorso in Magistratura ero già Procuratore Legale (oggi si dice più esplicitamente Avvocato) e ho maturato una rilevante esperienza in un importante studio milanese, che ha certamente contribuito positivamente alla mia formazione professionale. Quando, però, è giunto il momento di optare per l’una o l’altra attività, non ho avuto alcun dubbio nello scegliere di fare il magistrato.

Credo che poter operare delle scelte, qualsiasi sia il risultato poi ottenuto, sia comunque una grande fortuna nella vita e di questo ringrazio la mia famiglia per avermi lasciato tutto il tempo necessario per studiare e prepararmi in modo adeguato.

Ho creduto in valori quali l’autonomia e l’indipendenza di una funzione, certamente delicata e da assolvere con il massimo impegno, che, nella quotidiana attività di applicazione della Legge, può contribuire allo sviluppo ed al benessere della collettività la quale, attraverso i propri rappresentanti, pone delle regole uguali per tutti e che tutti devono rispettare.

Il lavoro del magistrato, perlomeno come lo intendo, può e deve essere sottoposto ad un vaglio critico esterno, positivo o negativo, e deve, per questo, essere visibile a tutti, ma, per essere conforme alla funzione dalla quale deriva, deve fondarsi solo sulla autonomia e indipendenza da ogni sollecitazione esterna, qualsiasi essa sia, traendo in questo il fondamento e la forza della propria credibilità.

Ma questi valori di immediata percezione e doveroso rispetto, in una parte della odierna magistratura si sono miseramente confusi in una inaccettabile commistione con quella politica con la “p” minuscola che ha portato al dominio incontrastato delle correnti, al tradimento di principi che dovevano essere intangibili, al degenerare di un sistema, con devastanti danni per quel popolo italiano in nome del quale si celebra il rito della giustizia.

Peraltro, più il potere politico ha perso il contatto con le persone ed i loro problemi e, quindi, con la nostra società, più una parte della magistratura ha occupato spazi che dovevano restarle estranei, con inaccettabili commistioni con media spesso compiacenti e asserviti, in grado, però di scatenare orchestrate campagne di stampa tali da distruggere l’immagine di chiunque.

In buona sostanza, in Italia il cedimento della classe politica è stato direttamente proporzionale all’acquisizione di spazi e potere di quella parte della magistratura che, imbevuta di ideologia e bisognosa di un nemico da combattere a tutti i costi, ha finito per travalicare il perimetro nel quale il nostro ordinamento aveva collocato il terzo potere dello Stato.

Quando, nel periodo di Mani Pulite, dove le luci ed anche le ombre della magistratura si sono proiettate con forza sulla società, chiuso a lavorare nel Palazzo di Giustizia di Milano sentivo fuori le grida, gli applausi, i cori delle manifestazioni in favore dell’inchiesta, rabbrividivo perché si stava materializzando l’errore più grave che i cittadini possono compiere verso la magistratura: investirla di un ruolo catartico della società e di cambiamento di un sistema che nessun processo potrà, in realtà, mai cambiare.

Il processo penale, infatti, si occupa e si deve occupare solo del passato, non certo del presente e tantomeno del futuro, ma ritenere che con esso una società cambi, significa attribuirgli un ruolo che non potrà mai avere. Sarebbe come ritenere che sia sufficiente processare i trafficanti di droga per farne cessare il consumo, ma sappiamo che non è così.

 

Le scuse

Mi fermo un attimo, però, perché, proprio come magistrato, mi rendo conto che devo a tutti delle scuse. Vi chiederete perché, ma, per mia fortuna, sono qui per spiegarlo e non lancerò il sasso, ritirando poi la mano. Mi sono sempre impegnato a fondo nel mio lavoro, anche troppo, ma mi piaceva e non sentivo la fatica, a volte non ne avevo neppure il tempo, come molti di noi sanno nel proprio ambito professionale. Mi sono occupato di rapporti di lavoro, della corruzione di Mani Pulite, dei primi collaboratori di giustizia della ’ndrangheta, di traffici di stupefacente grandi e piccoli, di sicurezza urbana, di terroristi islamici, di antagonisti e no-tav, di diritto di famiglia, di persone sconosciute o più che note, con l’orgoglio e la soddisfazione di non avere mai teoremi da dimostrare, nemici da incastrare, ideologie da assecondare, innocenti da perseguitare. Ma quell’orgoglio e quel compiacimento di fare correttamente il mio dovere, mi hanno portato presto ad ignorare che le falle del sistema di cui faccio parte erano molto più profonde e gravi di quanto credessi. 

Mi spiego meglio.

In molte occasioni, mi è capitato di sentire persone magari indagate, magari pregiudicate, magari impresentabili, magari per bene, lamentare di essere vittime di ingiustizie, di processi mal fatti e senza fine, di gogne mediatiche, di vere e proprie persecuzioni subite ad opera di appartenenti a forze di polizia, spalleggiate dal magistrato di riferimento. Ed in tutte queste occasioni ho sempre pensato: sicuramente saranno lamentele pretestuose di colpevoli che vogliono passare per innocenti; critiche infondate; tentativi di farla franca ad ogni costo. Infatti, questo era il mio ragionamento: io lavoro in un certo modo, rispetto le regole, ottengo in modo corretto i miei risultati e non perseguito mai nessuno, quindi sarà certamente così per tutti i miei colleghi. E concludevo: sono solo tentativi di minare la credibilità della magistratura e di mettere la mordacchia a chi compie esclusivamente il proprio dovere.

Mi sbagliavo, mi sbagliavo profondamente.

Convinto della onestà del mio operato e preso dal vortice di un’attività senza fine, non mi sono soffermato a riflettere sulle pericolose strade che il sistema aveva ormai imboccato. Del resto, ero convinto che il bene prezioso della autonomia e indipendenza del quale potevo beneficiare professionalmente, al quale per nulla al mondo avrei rinunciato, fosse un bene condiviso con tutti i miei colleghi, ma mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo!

Ho scelto di non prendere la tessera di alcuna corrente, perché ritenevo e ritengo sbagliato che un magistrato, attraverso l’iscrizione ad una corrente, debba manifestare di fatto il proprio pensiero politico, che sia di destra di sinistra o di centro. Il magistrato non dovrebbe in alcun modo partecipare a gruppi, associazioni o, peggio, correnti, termine orribile espressivo di qualcosa di fluido e spinto da altre forze ignote. Questo non significa comprimere diritti di valenza costituzionale che tutti i cittadini, magistrati compresi, giustamente hanno, ma per evitare che le funzioni del magistrato si vadano a mescolare con idee, pensieri o, peggio, ideologie che nulla hanno a che vedere con l’esercizio della giurisdizione.

In altri termini, perché il magistrato deve associarsi con altri per ragioni, per così dire, di comunanza di idee, quando l’unica cosa che deve essere comune a tutti i magistrati è la cultura della giurisdizione e la difesa della propria autonomia e indipendenza?

Per dirla con un Avvocato, Piero Calamandrei, al quale tutti dobbiamo molto, “in tempi di libertà, quando le correnti politiche soffiano in contrasto da tutti i lati, il giudice si trova esposto come l’albero sulla cima del monte: se non ha il fusto ben solido, per ogni vento che tira rischia di incurvarsi da quella parte”. Ed io ho sottovalutato la potenza di quel vento e la pericolosità di quel sistema che, nel corso del tempo, ha perfezionato minuziosamente metodi, tecniche e spietatezza del proprio modus operandi.

Attenzione, però, che la questione non riguarda solo i massimi sistemi, quali le nomine dei capi degli uffici, gli incarichi, gli avanzamenti in carriera, ma attiene la vita quotidiana del magistrato che diventa “schierato”, da una parte o dall’altra, anche per farsi eleggere nei Consigli giudiziari, organo locale e di base rispetto al Csm, per fare il docente alla Scuola Superiore della Magistratura, o partecipare ad una missione all’estero. Le “correnti” non risparmiano nessuno, anche all’interno dell’ufficio di appartenenza, dove le carriere del singolo sono spesso condizionate dall’appartenenza ad un gruppo. Grumi di potere si potrebbero definire che, però, in questi ultimi anni, hanno assunto il controllo assoluto della magistratura, all’interno della quale la parte che è rimasta estranea a queste logiche è sempre più minoritaria e, soprattutto, deprivata di ogni ruolo decisionale. 

Ecco di cosa mi scuso.

Mi scuso di aver ignorato le vittime innocenti di questo sistema: indagati, imputati, gente comune o eccellente, colpiti dal maglio di una giustizia di parte, autoreferenziale e proiettata verso un delirio di onnipotenza ed in grado di distruggere vite, professionalità e calpestare esseri umani, colpevoli solo di essere un facile e magari utile bersaglio, da umiliare e mettere alla berlina su giornali e media compiacenti.

Mi scuso per aver creduto solo nel mio lavoro, dimenticando quanto accadeva intorno a me e pensando di riuscire a difendermi dallo strapotere delle correnti, solo con i risultati con fatica ottenuti, spesso anche notevoli ma che, in realtà, infastidivano quei grumi di potere ed il sistema di cui fanno parte.

Mi scuso di avere ignorato i mali e le devastazioni che, un sistema fuori controllo, ha fatto e continua a fare a troppe persone oneste e perbene.

Ma, almeno, oggi siamo qui per parlarne.

 

Il disastro

A questo punto, però, vi state chiedendo: siamo di fronte al primo magistrato pentito? E per quale ragione sta attaccando il sistema del quale fa parte? Come ho già detto di quel sistema non ho mai voluto fare parte, sin da quando ho passato il concorso in magistratura con impegno e sacrificio e senza l’aiuto di nessuno, per cui non posso essere pentito di nulla. Ho pagato a carissimo prezzo autonomia e indipendenza che ho avuto e coltivato e ne sono orgoglioso e soddisfatto, anche perché, in più di trent’anni di servizio, nessuno ha potuto impormi cosa dovevo fare o decidere.

In realtà, però, quel sistema fuori controllo mi ha pesantemente colpito, distruggendo le mie ambizioni, il mio orgoglio di magistrato, la serenità mia e dei miei familiari.

Non voglio in questa sede approfondire nei dettagli la vicenda che mi riguarda, anche perché per fare questo le sedi sono altre e sarebbe anche inopportuno, ma è, per me, necessario partire da questa orribile esperienza personale, per poter affrontare il tema centrale di questo convegno.

Il disastro inizia quando, come spesso accade, a mezzo stampa ti viene comunicato che sei un poco di buono, che sei a capo di una “cricca”, che hai calpestato il giuramento che hai prestato sulla Costituzione, piegando la tua funzione al fine di ottenere vantaggi illeciti. Naturalmente la campagna di stampa prosegue, giorno dopo giorno, con ogni dovizia di dettagli investigativi, nel silenzio degli uffici inquirenti che ne sono, di fatto, gli artefici e tu non sai cosa fare. Pensi di trovarti un bravo Avvocato che possa difenderti, ma non tutti hanno la fortuna o la possibilità di trovarlo o sanno quanto è importante la scelta del professionista. Scrivi ai giornali per smentire certe affermazioni, ma ottieni solo il risultato che ti sparano ancora di più addosso. Ti senti in imbarazzo per come le persone, con le quali ti relazioni, iniziano a guardarti e a porsi nei tuoi confronti. Dal collega che ti batte una mano sulla spalla, dicendoti che non ha dubbi sul fatto che tutto finirà nel nulla, all’avvocato che, per educazione, finge di non sapere quello che tutti sanno, all’indagato che ti sembra quasi esprimere una certa soddisfazione. Torni a casa e tua figlia ti chiede: “Papà, ma cosa è l’abuso di ufficio?”, perché, ormai, tutti usano internet, persino i tuoi anziani genitori che, sconvolti, ti chiedono che cosa ti sta succedendo.

Inizia così il tuo calvario personale, professionale ed esistenziale nell’assoluta indifferenza degli inquisitori, che hanno nelle mani la tua vita e non mostrano di avere alcuna fretta nel chiudere le indagini nei tuoi confronti.

Ti chiedi anche perché, pur esistendo una circolare del Csm che raccomanda, giustamente e non per privilegio, la massima celerità di svolgimento dei procedimenti a carico del magistrato, nulla per mesi o per anni si muove, pur avendo dovuto, nel frattempo, lasciare l’ufficio di appartenenza, cambiare funzioni e materia, inventarti un nuovo e sconosciuto percorso professionale.

E, in proposito, va aperta una piccola parentesi.

A differenza di tutte le altre categorie professionali, il magistrato inquisito ha la possibilità di proseguire a lavorare ad una condizione: che lasci l’ufficio di appartenenza, spostandosi in un altro luogo e mutando funzioni. Ho usufruito di questo “privilegio”, ma vi assicuro che deve essere assolutamente eliminato, proprio perché espone il “privilegiato” all’ultima cosa alla quale vorrebbe essere sottoposto: il disprezzo ed il sospetto dei soggetti che per motivi professionali hanno a che fare con lui. Tutte le volte che, in questi anni da “privilegiato”, ho tenuto udienza, mi sono messo nei panni di chi avevo davanti e che avrebbe avuto il sacrosanto diritto di dire: ma io devo farmi giudicare da uno che è sotto processo per corruzione in atti giudiziari? Come direbbe Antonio De Curtis: “ma mi faccia il piacere!!!”.

E, invece, è proprio così: per quattro anni ho amministrato la giustizia in un Tribunale, sentendomi umiliato e sopportato da chi incolpevolmente veniva da me giudicato e se si considera che, nel frattempo, con tutta calma si svolgeva il procedimento a mio carico, si comprende che sarebbe stata molto più logica una sospensione dal servizio in attesa del giudizio.

Ma così non è stato e, quindi, al dolore ed alla sofferenza che per anni ho patito si è aggiunto anche questo “privilegio” del quale avrei fatto volentieri a meno, insieme a tutto quello che lo ha accompagnato: notti insonni costellate da incubi; alzarsi al mattino e non avere voglia di fare nulla; dolore e sofferenza sempre presenti, come una ferita che non si chiude mai; un carcinoma maligno con annesso intervento chirurgico; una separazione; la banca che non ti eroga un mutuo perché “sa dottore, con quello che scrivono i giornali, non possiamo correre dei rischi”; la paura di intervenire in pubblico con il timore che a qualcuno non venga in mente la tua condizione e te la ricordi; quelli che ti ossequiavano o che dicevano di esserti amici che svaniscono nel nulla; avere paura di aprire un giornale e vedere il tuo nome; aver paura di essere continuamente spiato e intercettato, spiattellando la tua vita privata con il concorso del pennivendolo di turno, brutto termine ma, mi spiace, non ne ho trovato uno migliore; vedere che i tuoi amici, solo per il fatto di esserlo, sono finiti nel tritacarne mediatico.

Si potrebbe continuare per ore a descrivere queste sofferenze e neppure sarebbero sufficienti.

Ma, la cosa più drammatica è che tutto questo accade nonostante la tua assoluta innocenza, tanto che a volte ti chiedi: dove avrò sbagliato? Cosa ho fatto di male per meritarmi tanto dolore?

Per fortuna ho avuto un grande aiuto dalla famiglia, dagli amici e dagli affetti veri e da un grande Avvocato che mi sono stati vicini in questi anni oscuri nei quali per sopravvivere mi ripetevo quanto mi ha insegnato un amico: “pensa, resisti, ricorda”, esercizi mentali che non ho mai smesso di fare e che mi hanno salvato dal baratro nel quale stavo per finire. (…)

 

L’assoluzione

Dopo cinque interminabili anni di indagini, finalmente arriva la sentenza di primo grado, ma solo perché con il mio grande amico ed eccezionale avvocato, Massimo Dinoia, abbiamo deciso di farci (termine avvocatesco) processare subito, scegliendo il giudizio abbreviato, altrimenti saremmo ancora nel processo e nella gogna mediatica che ne deriva. L’arringa del mio Avvocato è un capolavoro defensionale, ma qui mi preme sottolineare come abbia messo a nudo tutti gli errori, le forzature e le violazioni di legge commesse nei miei confronti, tanto che, terminato il processo, ho provveduto a denunciare nelle opportune sedi gli autori di dette condotte.

Inutile dirvi che da mesi tutto tace.

Tra questi soggetti vi sono anche coloro che, nonostante l’assoluzione da tutte le incolpazioni con la formula piena dell’insussistenza dei fatti, hanno proposto appello, fatto, di per sé, processualmente corretto e dovuto. Senonché, l’impugnazione, per la sua inconsistenza, è stata dichiarata inammissibile dalla Corte di Appello di Milano dopo che, nel corso dell’udienza, il Sostituto Procuratore Generale aveva dichiarato di non sostenere l’appello della locale Procura, non condividendone una sola parola. Fatto rarissimo nel panorama giudiziario italiano. Anche questa vicenda sarà oggetto di valutazione nelle sedi competenti, ma, visto che sono stato assolto in via definitiva, voi mi direte: in fondo è andato tutto bene, il sistema ha funzionato e un innocente non è stato condannato.

Purtroppo non è proprio così, perché, e qui sta la grande importanza di questo convegno, l’assoluzione non basta, non è sufficiente. Non basta perché, nel frattempo, sono stato sottoposto a svariati procedimenti disciplinari che, con una tempistica singolare, si chiudevano e si aprivano sempre sulle medesime vicende oggetto della sentenza definitiva di assoluzione e che a tutt’oggi sono ancora in corso.

Procedimenti che, nel frattempo, sono stati ritenuti sufficienti per impedirmi l’avanzamento in carriera alla settima valutazione di professionalità, la più rilevante, dal punto di vista economico, di tutta la carriera del Magistrato per me ferma dal 1° ottobre 2019, con tutti i danni da ciò derivati. Procedimenti che a tutt’oggi mi impediscono di presentare domande per incarichi direttivi, vedendomi così costretto ad attendere solo il pensionamento. L’assoluzione non basta, perché i giornali che mi hanno ricoperto di fango, ne hanno dato notizia con trafiletti o quant’altro, mentre le notizie sulle indagini a mio carico occupavano le prime pagine. L’assoluzione non basta perché le accuse infamanti che ti sono state mosse, ti sono state appiccicate addosso in modo indelebile, perché quando un magistrato è accusato di corruzione in atti giudiziari, la gravità del reato ipotizzato e l’infamia ad esso correlata, lascerà sempre il dubbio nell’utente della giustizia di avere a che fare con qualcuno che è disposto a calpestare la propria funzione piegata all’ottenimento di indebiti vantaggi. L’assoluzione non basta per ricreare quella onorabilità perduta, della quale necessita ognuno di noi per lavorare e vivere serenamente.

 

Chi paga?

Di fronte a vicende di questo tipo, chiunque può capire quali e quanti danni l’innocente subisce e, tra tutti, il primo ed il più grave è il lento ma inesorabile trascorrere del tempo che diventa un cerchio di ferro che ti imprigiona e nel quale ti trovi intrappolato, senza una via di uscita. I giorni si susseguono uno uguale all’altro, nell’attesa di qualcosa che non arriva mai, aspettando di uscire dall’incubo nel quale sei precipitato e ti trovi in una fuga senza fine dal mondo e dalla vita che fino a quel momento ti sorrideva e che ora ti abbandona alla solitudine, al dolore ed alla sofferenza.

I danni sono incalcolabili e per tutti coloro che non hanno il “privilegio” di continuare a fare il proprio lavoro, sono anche la perdita delle proprie attività, dei propri clienti, dello studio messo in piedi a fatica e, soprattutto, di quella onorabilità, sulla quale si è costruita una carriera fatta di sudore, sacrifici e rinunce, in un attimo polverizzata.

Tutto spazzato via da indagini a volte superficiali o, peggio, alimentate solo da ambizioni di carriera o dal desiderio di annientare soggetti considerati pericolosi, magari solo perché hanno costruito importanti realtà economiche in antitesi con altre evidentemente più tutelate e così via in questa orrida sequela di pretesti e motivazioni.

Non ho numeri da sciorinare come oggi va di moda, le vite umane per me non sono dei numeri, ma in questi anni ho condiviso con professionisti, imprenditori, politici l’essere indagati e già condannati dai media sulla base di accuse inconsistenti, teoremi, prove raccolte illegalmente con un uso assolutamente abnorme di intercettazioni e spese processuali ad esse relative che nessuno mai pagherà.

Soprattutto, però, sappiamo che nessuno risarcirà mai queste persone, dopo che le accuse nei loro confronti saranno miseramente naufragate davanti ad un giudice, con la conseguente sentenza di assoluzione. E nessuno pagherà perché, nell’attuale sistema, il dolo o la colpa grave del magistrato nello svolgimento delle proprie attività, sono quasi impossibili da provare, tanto ampi sono i margini di discrezionalità del suo operato.

Naturalmente lo stesso ragionamento vale anche per chi si fosse trovato nelle situazioni descritte senza essere un professionista, ma un semplice lavoratore e padre di famiglia e, anche in questi casi, chi lo risarcirà dell’incubo vissuto?

Sappiamo, però, che tutti i professionisti, nessuno escluso, sono responsabili penalmente e civilmente dei danni causati a terzi nell’esercizio delle proprie attività. L’ingegnere, il medico, l’imprenditore, il commercialista rispondono tutti i giorni nei tribunali degli errori commessi, gli avvocati molto meno, i magistrati praticamente mai. Sarà forse perché l’interpretazione e l’applicazione delle norme è un’attività nella quale domina la discrezionalità o, in realtà, perché con il pretesto della discrezionalità si crea una classe di intoccabili? Se una terapia sbagliata può essere scoperta come causa di un danno al paziente; se il calcolo errato del cemento può essere individuato come causa del crollo di un edificio, perché la violazione delle norme sostanziali o processuali commessa dal magistrato non spalanca le porte alla affermazione della sua responsabilità in danno di un innocente poi assolto? 

Occorre, naturalmente che sia fornita la prova di condotte quantomeno colpose, che siano causalmente connesse al danno subito da parte di chi lo asserisce, ma ciò non accade mai o quasi mai perchè il sistema esistente non lascia molto spazio alle vittime di indagini o processi malfatti che siano state poi assolte da ogni accusa, magari dopo aver subito quel linciaggio mediatico del quale ci si ricorda solo quando è troppo tardi.

Per questo alla domanda iniziale “chi paga?” io non risponderei “nessuno”; io risponderei: l’innocente finito poi assolto da ogni accusa. E paga per un sistema che deve essere profondamente riformato, se non vogliamo considerare queste vittime come il costo fisiologico dell’esercizio della giurisdizione, quasi che fossero quelle vittime del progresso di cui una volta si parlava e che spesso hanno pagato inutilmente per tutti.

                                                                                                                                             

Che fare?

La risposta deve fornirla la politica, quella con la P maiuscola, garantendo il costante equilibrio tra i poteri dello Stato. Ma la società civile, cioè noi, non può continuare a tacere come se fosse inutile formulare proposte, perché è proprio da chi si trova spesso esposto a questi rischi che devono venire le istanze di un effettivo cambiamento di rotta e, del resto, siamo tutti qui per questa ragione.

Sgombriamo, intanto, il campo da alcuni luoghi comuni quali:

“il sistema funziona perfettamente perché vi sono tre gradi di giudizio che consentono di tutelare gli innocenti”.

Falso. È falso perché, come abbiamo visto, i danni patiti dall’innocente non si riparano con la sua assoluzione.

Oppure, altro luogo comune: “la legge va interpretata e non si può colpevolizzare il magistrato che esercita la propria discrezionalità”.

Falso. È falso perché nessuno, con un minimo di buon senso, potrebbe mettere seriamente in discussione il fatto che la legge vada interpretata.

Ma se il medico, sbagliando l’interpretazione dei sintomi o di un esame clinico, formula la diagnosi errata, lo stesso potrà essere perseguito e condannato a risarcire i danni cagionati al paziente. Se la casa crolla per il calcolo errato, il professionista ne risponde. E così il magistrato che, sbagliando pure lui, utilizza prove raccolte contra legem o verbalizza quello che il teste non ha detto o accetta supinamente quanto gli propone qualche zelante ufficiale di polizia giudiziaria, finendo poi per accusare qualcuno magari di gravissimi reati che poi non sussistono, non può non rispondere del proprio operato in tutte quelle situazioni nelle quali ha portato avanti processi inquinati da errori a carico di persone che poi sono state pienamente assolte.

L’interpretazione della legge, come si può comprendere, in casi come questi non c’entra nulla.

E, ancora, si dice: “l’insindacabilità dell’operato del Giudice è garanzia della sua indipendenza, rendere quell’operato sindacabile, significa minare l’autonomia del magistrato e, con essa, la credibilità della sua funzione”.

Falso. È falso perché nessun professionista, nessun lavoratore, nessun cittadino, può godere della insindacabilità nelle attività che svolge verso terzi, qualora qualcuno ne denunci gli errori. Nessuna autonomia sarà mai minata dal riconoscimento di errori ed omissioni, laddove questi si siano verificati. Altrimenti dovremmo rendere insindacabile l’operato di qualsiasi professionista dal quale dipende la nostra vita, solo perché la sua sindacabilità lo espone al vaglio critico del suo operato.

Un ultimo, ma non meno rilevante, errore che si commette è quello di ritenere che il controllo sull’attività del magistrato e la affermazione di responsabilità nel caso di sua colpa, potrebbe paralizzare l’attività della magistratura, anche solo per la preoccupazione di essere costantemente bersaglio di critiche e azioni legali.

Anche questo è falso. È falso perché il chirurgo che ci opera è soggetto proprio a quel controllo senza che tremi la sua mano quando usa il bisturi; l’ingegnere che progetta il viadotto non rinuncia all’incarico perché se poi crollerà a causa di un suo errore dovrà risarcire le vittime del disastro e gli esempi potrebbero continuare all’infinito.

La realtà, purtroppo, è, invece, quella che conosciamo: tutti i professionisti sono chiamati a rispondere dei propri errori, i magistrati quasi mai. Ma la situazione è del tutto modificabile se solo ci sarà la volontà di farlo. In primo luogo, cominciamo a rendere obbligatoria l’assicurazione per la responsabilità civile del magistrato, introducendo la responsabilità dello stesso sulla base delle varie categorie di colpa. Assicurazione che potrebbe essere posta a carico dello Stato, come del resto accade per molti datori di lavoro, quale benefit retributivo.

In secondo luogo, occorre una profonda riforma della responsabilità disciplinare del magistrato. Da un lato, il giudizio disciplinare deve essere affidato ad organi realmente terzi, non controllati da correnti e politica, questi sì magari composti da avvocati e giudici scelti mediante sorteggio e con la partecipazione al giudizio obbligatoria e a spese dello Stato di chi è stato vittima dell’illecito disciplinare, la cui configurazione deve essere automatica, in presenza di fatti o responsabilità emersi in sede penale o civile. (…)

Ma vi è un fronte ulteriore e principale concausa della perdita di onorabilità degli inquisiti sul quale occorre intervenire con decisione se si vuole realmente arginare il fenomeno e si tratta della gestione delle vicende da parte dei media. Anche qui direte: la libertà di stampa non può essere compressa, è un bene costituzionale connesso ad ogni stato che si professi democratico e queste sono giustissime considerazioni. Solo che, come spesso accade in Italia, la libertà diventa arbitrio ed il potere ad essa connesso un potere senza limiti.

Nei paesi anglosassoni la stampa è forse ancor più libera che da noi, ma da tempo si è data delle regole per garantire il rispetto delle persone e chi sbaglia paga pesantemente. Qui quando il pennivendolo di turno si mette al servizio del magistrato senza scrupoli, il danno che questa commistione crea è enorme e nessuno, come al solito, lo ripara. Spesso escono articoli nel corso di indagini che dovrebbero essere e restare segrete e il giornalista, insufflato dall’inquirente, pubblica con ogni dovizia di particolari ciò che gli è stato passato. E poi quando vengono messi in piedi simulacri di inchieste sulle “inaccettabili fughe di notizie”, il giornalista solleva il segreto professionale sulla fonte e tutto finisce lì, anche se tutti sappiamo come sono andate realmente le cose.

Restano, invece, e per sempre gli sfaceli personali e professionali che certe notizie provocano, disastri ai quali nessuno pone un freno. E quando, dopo anni di tormenti e articoli sapientemente redatti, colui che è stato indicato come il corrotto, il capo della banda o, peggio ancora, il pedofilo, il mostro di turno, viene assolto con formula piena, la notizia esce in formato ridotto ed al poveretto, magari, viene anche offerta un’intervista per spiegare le sue ragioni.

E, allora, per arginare questo malcostume dilagante, perché non proviamo a pensare ad una cauzione che il giornalista sia tenuto a versare quando pubblica notizie coperte da segreto o comunque attinenti alla fase delle indagini? Cauzione che potrebbe essere versata in un Fondo apposito, istituito presso il Ministero della Giustizia, che verrà versata a chi, al termine del procedimento, venga archiviato o assolto.

In altri termini, riteniamo che comprometta la libertà di stampa il divieto di pubblicare nominativi e vicende nel corso delle indagini preliminari? Benissimo, allora consentiamolo, però previo versamento di una cauzione di una certa consistenza che verrà consegnata al malcapitato indagato sbattuto in prima pagina e poi prosciolto. Non sarà certo il ristoro da ogni danno, ma almeno sarà un contributo al riscatto della vittima della gogna mediatica e magari, per il giornalista, una remora in più a pubblicare notizie ancora in divenire.

 

Per concludere con Sant’Agostino

Molte possono essere le cose da fare per arginare questa deriva, nella quale chiunque di noi può essere trascinato e distrutto e siamo qui per formulare proposte e trovare soluzioni. E, indubbiamente, l’adozione di specifici correttivi, può essere di aiuto a contenere i danni di un sistema ormai fuori controllo. Ma fino a quando l’impianto culturale sul quale poggiano le degenerazioni di questo sistema non muterà, sarà difficile impedire che persone perbene subiscano i danni derivanti da processi mal condotti o svolti sulla base di pregiudizi e ostilità o, peggio, di ideologie.

Dobbiamo tutti impegnarci a fondo, ognuno nel suo ambito, perché una Giustizia libera da correnti, da pseudo-ideologie e odio possa prevalere, impedendo che, in nome di valori che nulla hanno a che fare con essa, vengano istruiti processi, svolte indagini, violata la riservatezza delle persone e perseguitati innocenti.

Dobbiamo capire che l’errore, che, come in tutte le cose umane, può essere sempre possibile anche nel fare giustizia, va tollerato, ma va, invece, duramente represso quando si accompagna alla violazione di quella Legge alla quale il magistrato è soggetto nel suo operato, perché questa condotta inescusabile travalica lo stesso errore e non può essere accettata in un sistema di diritto e in uno stato civile e democratico, quale quello disegnato dalla nostra Costituzione.

E allora vorrei concludere questo intervento ricordando il Vescovo di Ippona, Sant’Agostino, che molti secoli fa ci ha insegnato che la Speranza ha due bellissimi figli: l’Indignazione per come le cose vanno, per non tollerare le ingiustizie, per non abituarci al male ed il Coraggio, il coraggio di cambiare ciò che non funziona, di combattere perché la Giustizia torni ad abitare tra noi e questo obiettivo mi accompagnerà sempre.

 

L’intervento del dottor Andrea Padalino è stato pronunciato ieri al convegno “Assoluzione e onorabilità del professionista: come tutelare i diritti dell’innocente”, promosso dall’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili di Milano

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