Solo la politica può fermare il declino

Caro Direttore,
si torna a parlare del declino di quella che centosessant’anni fa era la capitale politica e che trent’anni fa era la capitale dell’auto italiana ed europea.

Come sai, se una malattia non è accertata, non si inizia a curarla. Prima si accerta la malattia più aumentano le speranze per curarla e prima si recupera il benessere.  Vale nella nostra vita, vale per le città. Prima si cura la malattia prima la metà della città che sta male inizierà a stare meglio. Malgrado io avessi denunciato il declino sin dal febbraio 2008, la maggioranza di sinistra che governa Torino dal 1993 non ha mai voluto ammetterlo così la grande stampa cittadina dedita a paginate rosee sul lavoro dei sindaci ex comunisti. Come sai i medici migliori sono quelli che ti avvertono prima della malattia, quelli che te lo dicono con anni di ritardo non sono proprio i migliori.

Con i dati forniti da Banca d’Italia, secondo cui dal 2001 al 2019 Torino ha perso 18 punti rispetto alle altre città italiane, non si può più evitare di parlare di declino di Torino. Da circa un mese se ne sta discutendo, anche se il dibattito si è attorcigliato tra gli urbanisti e tra chi propone l’alleanza, suicida, con Milano e il sottoscritto e il presidente delle Comunità Montane che invece proponiamo l’alleanza con Lione, ben sapendo che le Alpi rischiano di essere una barriera soffocante o escludente come diceva Cavour. Se ne interessano anche altri studiosi che però corrono il rischio di rivolgersi a coloro che non hanno mai fatto una battaglia contro il declino della città perché come sai a spostare l’Autorità dei Trasporti a Torino e a fare la battaglia per salvare la Tav ci ho pensato io con l’aiuto delle madamin.

Sono i politici che possono fare la differenza. Sono stati i politici e in alcune fasi i grandi imprenditori a rilanciare Torino. Fu infatti Cavour a rilanciare con lo Stato Unitario e con le infrastrutture l’economia del vecchio Stato sabaudo che prima del traforo del Frejus aveva un Pil di 1/4 rispetto agli inglesi. Nel dopoguerra l’Italia venne rilanciata da De Gasperi che invece di governare da solo dopo la vittoria schiacciante del ’48 si alleò con Pli, Pri e Psdi e con il sindacato che aveva avuto il coraggio di separarsi dal sindacato di sinistra. Anche i governi centristi, oltre alla riforma agraria e al Piano Casa di Fanfani, usarono la politica delle infrastrutture come l’Autostrada del Sole e le altre. Nel 1975 prima della vittoria delle sinistre a Torino, Milano e Genova, il nostro Paese aveva la seconda rete autostradale europea.

Torino, la città più bombardata, si rilanciò alla grande grazie a imprenditori che scommettevano sulla industria e non sulla finanza e grazie ad amministratori come Peyron e Grosso. Senza il piano autostrade e trafori del prof. Grosso le nostre aziende che dovevano esportare per crescere avrebbero fatto molta più fatica. Senza Peyron che seppe portare Torino al grandissimo evento di Italia 61, risanando la zona di corso Polonia e Corso Unità d’Italia in una delle aree espositive e verdi più belle d’Europa portando a Torino 6 milioni di persone con i mezzi e le disponibilità di allora. Italia 61 con Torino Esposizioni ci diede una vetrina internazionale enorme e i trafori del S. Bernardo, del Monte Bianco e del Frejus ci diedero lo sbocco alle nostre produzioni di cui godiamo ancora oggi se è vero che l’interscambio con la Francia ci dà un saldo positivo di 10 miliardi di euro. Senza quell’interscambio positivo il Piemonte e l’Italia sarebbero più poveri.

Torino si può solo rilanciare se si allea con le città che hanno un motore economico più forte come Lione, come Genova e come Milano e che saranno unite da una rete di Av che le avvicinerà molto. Non solo con una di esse perché Torino che non ha voluto o saputo difendere la sua industria dell’auto da anni ha un motore economico più debole e purtroppo, come vediamo da tante cose, un’amministrazione cittadina meno efficiente e uno Stato più lento nel costruire le infrastrutture.

Festeggiamo in questi giorni l’anniversario della fine dei lavori del primo traforo ferroviario alpino. Ci vollero solo 13 anni, e non avevano i mezzi di oggi. Per la Tav siamo impegnati da quasi 30 anni e ne mancano ancora. La Storia ricorderà molto negativamente chi l’ha ostacolata e chi l’ha rallentata. Oggi abbiamo la prova che la chiusura del traforo autostradale del Frejus per la Francia della Maurienne avendo spostato il transito dei tir al traforo del Bianco ha fatto aumentare l’inquinamento nella Valle d’Aosta.

Pensa se con coraggio nel 2018/2019 noi non avessimo salvato la Tav. Ecco perché bisogna fare tutto il possibile per accelerare i lavori della Tav, l’unica e vera risposta alle esigenze di crescita della economia e del lavoro in modo sostenibile. Che i ragazzi di Fff non lo abbiano capito mi dispiace anche se spero sempre in un confronto con loro.

Torino per uscire dal declino ha bisogno di sociologi e urbanisti bravi ma ha ancor più bisogno di politici che, conoscendo bene la Storia, hanno la vision sul futuro, la competenza e la determinazione per costruirlo. Ecco perché saranno importanti le prossime elezioni regionali.

*Mino Giachino, responsabile trasporti e logistica di FdI Piemonte

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