La logica del dottor Spataro

Il dottor Armando Spataro, ex procuratore della repubblica di Torino, oggi in pensione, è stato ospite di Tiziana Panella nella trasmissione Tagadà in onda il 17 ottobre su La7. L’ex procuratore, intervenendo sul tema terrorismo islamico e possibilità che anche in Italia possano verificarsi attacchi terroristici come quelli di recente avvenuti in Belgio e Francia, ha detto: “In Italia qualcosa è stato seminato e la nostra prevenzione è importante. Pur esistendo un rischio che non può essere trascurato, noi abbiamo alle spalle un’ottima esperienza. Le istituzioni qui hanno saputo rispettare i diritti delle persone, a differenza di quanto accaduto in paesi come la Francia e l’Inghilterra, dove ci sono problemi ben maggiori. La realtà italiana è particolarmente positiva se pensiamo a quanto avviene in altre parti d’Europa: ad esempio, è possibile accettare che in Svezia abbiano bruciato il Corano? Dove sta il rispetto per la religione altrui? (...) Fermo restando la necessità di indagare e prevenire nel rispetto dei diritti, altrimenti non saremmo una democrazia, sono convinto che dobbiamo muoverci con calma e ragionare con freddezza. Inoltre sono contrario da tempo all’enfasi che si continua a dare al tema della sicurezza: la sciocchezza dei terroristi arrivati sui barconi è dimostrato dal fatto che non ce n’è stato neppure uno incriminato in Italia”.

Forse il dott. Spataro non era ancora a conoscenza che il terrorista tunisino, che ha ucciso due svedesi a Bruxelles, era arrivato a Lampedusa nel 2011 proprio a bordo di un barcone e, dopo aver soggiornato per qualche tempo in Italia, è andato in Svezia da dove è stato espulso. Tornato in Italia, nel 2016 la Digos lo ha identificato a Bologna come radicalizzato: voleva aderire alla jihad e partire per combattere. Dunque, la tesi sostenuta dal dottor Spataro (condizione sufficiente affinché un profugo, arrivato con i barconi, non sia terrorista è che non sia stato incriminato) risulta logicamente errata, come dimostrato da Abdesalem Lassoued, il pericoloso terrorista islamico che ha ucciso due persone al grido di Allah Akbar.

Purtroppo, però la logica causa-effetto delle Reti di Petri non è materia di studio per chi affronta il percorso di laurea in giurisprudenza e neanche nella preparazione ai concorsi di magistratura. Molti casi processuali dovrebbero essere analizzati con questa logica così come avviene di norma nella scienza. Ricordo, per esempio, l’11 settembre del 1978 quando lo svedese Ronnie Peterson, pilota della Lotus, perse la vita all’ospedale milanese di Niguarda in seguito alle gravi lesioni riportate il giorno prima in un incidente al via del GP d’Italia a Monza. L’allora trent’enne procuratore della repubblica dott. Armando Spataro, a cui era stata assegnata l’indagine sulle responsabilità penali dell’incidente, rinviò a giudizio il pilota Riccardo Patrese per una manovra di guida effettuata in corsa. Durante il processo il dottor Spataro tenne una requisitoria che durò un’ora e 42 minuti richiedendo per Riccardo Patrese una condanna per omicidio colposo di 8 mesi con la condizionale. La motivazione del pm fu che Patrese, nelle concitate fasi della partenza in cui avvenne l’incidente mortale, superando la linea bianca che delimitava la pista, avrebbe violato il codice sportivo e che questa violazione sarebbe stata la causa dell’incidente. Riccardo Patrese dimostrò che non c’era alcun regolamento che impedisse di superare la linea bianca e, dopo tre anni di “gogna giudiziaria”, fu assolto.

In Italia (uno dei pochi paesi) vige l’obbligatorietà dell’azione penale cioè la procura della Repubblica ha l’obbligo, in caso di incidente mortale, di aprire un fascicolo, però, nei casi in cui l’evidenza dei fatti dimostri la casualità dell’evento, il procuratore della Repubblica può, dopo aver aperto le indagini ed effettuato i dovuti accertamenti, richiedere al giudice l’archiviazione del caso e chiudere il fascicolo. Il dott. Spataro, non avendo richiesto l’archiviazione, era realmente convinto della colpevolezza di Riccardo Patrese. Le prove presentate, però, non erano conformi all’“ogni ragionevole dubbio” perché il giudice, in nome del popolo sovrano, ha assolto Patrese. L’avvocato Rodolfo Intelisano (esperto di Diritto dello Sport in campo motoristico) sull’accaduto scrisse: “Qui, per la prima volta un pilota, Riccardo Patrese, fu rinviato a giudizio per una manovra di guida effettuata in corsa, per quello che noi definiremmo un normale incidente di gara… Solamente in Italia un incidente di gara che coinvolge unicamente il pilota e ne provoca la morte, richiama l’intervento della magistratura, mentre all’estero questo non accade mai”.

print_icon