Come il mercato salvò gli intoccabili

 

Qui a Occidente siamo probabilmente caduti vittime della sindrome della pancia piena: nonostante tutto, godiamo ancora di un elevato benessere diffuso, e ne godiamo ormai da così tanto tempo che non ci ricordiamo più di quando eravamo poveri, e di che cosa ci ha portato fuori dalla povertà.

 

Ecco che libri dalle tesi pittoresche come il famigerato tomone anticapitalista di Thomas Pikkety conoscono un grandissimo successo nelle librerie d’Europa come d’America. Eppure, per fortuna ogni tanto escono anche libri di segno opposto, che con molta più credibilità ci raccontano tutta un’altra storia.

 

È il caso del lavoro di tre studiosi appena pubblicato da Random House India, realizzato grazie al contributo della John Templeton Foundation. S’intitola Defying the Odds. The Rise of Dalit Entrepreneurs, che potremmo tradurre con Sfidando la sorte. L’ascesa degli imprenditori Dalit (il termine con cui si tende oggi a chiamare gli intoccabili, il gruppo di persone tradizionalmente collocate al gradino più basso nella rigida società castale indiana).

 

Il Financial Times ne ha dato un’anticipazione mercoledì e si tratta di una storia assolutamente affascinante. Alla faccia dei Piketty e dei suoi compagni anticapitalisti dalla pancia piena e il maglione di cachemire, la verità è che il mercato ha fatto e sta facendo moltissimo per far uscire queste persone dalla condizione di grave discriminazione in cui si erano trovati per secoli.

 

Con una caratteristica che gli è tipica, il mercato non ha discriminato in base al colore della pelle o all’appartenenza a un gruppo piuttosto che a un altro, e ha colto nello stato di minorità in cui venivano tenuti i Dalit un grande serbatoio di domanda inespressa, e quindi una grande opportunità di scambi e nuove relazioni.

 

Ecco che, grazie alle riforme pro-mercato dei primi anni ’90, sono potuti nascere i primi imprenditori Dalit, e questo ha gettato le basi per una loro autentica emancipazione, che si è accompagnata anche a misure più tipicamente stataliste come le azioni positive, ma per il raggiungimento della quale la parte del leone l’ha fatta proprio la possibilità per gli intoccabili di iniziare a essere “toccati” dal mercato, cioè parte di scambi e relazioni economiche, sia dal lato della domanda che di quello dell’offerta.

 

Con ogni probabilità, anche l’odiosa segregazione dei neri americani sarebbe durata molto meno se non fosse stata cristallizzata per legge: i vari Martin Luther King e Rosa Parks avrebbero trovato terreno molto più fertile contro il razzismo se avessero dovuto combattere solo pregiudizi, e non leggi come le famigerate “Jim Crow”, che usavano la forza dello stato per discriminare i neri, e che hanno richiesto sentenze costituzionali per essere abbandonate (la sentenza simbolo della fine della segregazione razziale ha appena compiuto 60 anni).

 

E in fondo anche una storia come quella, di cui scrissi qualche mese fa, della maestra Marva Collins, è solo un altro esempio di emancipazione grazie alla libertà, d’insegnamento e d’impresa, contro i vincoli e lefalse elemosine di uno Stato che a tutte le latitudini crea miseria e corrosione dei legami sociali.

 

Anziché trastullarci coi masochismi à la Piketty, dovremmo quindi profonderci in lodi verso il sistema di mercato. Quello stesso sistema di mercato che è alla base di un altro formidabile fenomeno dei tempi moderni, ovvero la caduta costante dei prezzi dei beni di consumo durevoli, registrata ancora di recente da un report dell’Istat americano.

 

Senza che facciamo niente, il capitalismo di per sé ci rende più ricchi, perché, per venderci più cose possibili, è di per sé incentivato a farcele costare sempre meno. E anche un bambino comprende che, più i prezzi scendono, più cose possiamo comprare, con buona pace dei folli cantori dell’inflazione, anch’essi vittime dell’illusione statalista per cui due più due fa cinque se lo Stato e i suoi economisti hanno deciso così, in virtù di qualche fantomatico moltiplicatore.

 

Prima di ridiventare tutti intoccabili o poco più, prendiamo coscienza finché siamo in tempo dei prodigi del mercato. Un po’ di inventiva e la libertà di sperimentare e scambiare sono la soluzione migliore a tutti i nostri problemi. Non la soluzione perfetta, che non è di questo mondo, ma infinitamente preferibile a un mondo di leggi ingiuste approvate da chi si ritiene migliore degli altri e deve usare la forza per imporre una supremazia che altrimenti non otterrebbe mai.

 

Cose inaudite.

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