Legge anti-Uber, incompetenti all’unanimità

Quello che è accaduto ieri in Consiglio Regionale del Piemonte, con l’approvazione della legge anti-Uber, tocca livelli di gravità ancora mai raggiunti da una politica pur avvezza a vette d’indecenza clamorose. La legge contra personam, nella fattispecie persona giuridica, è infatti quanto di più ignobile un consesso di legislatori possa partorire, uno stupro del diritto per biechi favoritismi elettorali.

 

Che di legge contra personam si tratti non è un’opinione di chi scrive, ma è apertamente dichiarato in home page sul suo sito dal Consiglio Regionale del Piemonte, dove da ieri campeggia come novità principale un comunicato dal titolo più eloquente possibile: “Uber, il Piemonte dice no”.

 

Complimenti per il candore, ma con questo siamo di fronte a qualcosa di inedito, nella galleria degli orrori della politica piemontese e non. In effetti, non è certo la prima legge contra personam che la storia ricordi, ma sino ad ora si aveva il pudore di spacciarle per iniziative almeno formalmente generali e astratte. Naturalmente non lo erano nella sostanza, ma almeno, pur calpestandolo nel caso concreto, si salvaguardava a parole il sacro principio per cui le leggi non devono mai riguardare singole persone, fisiche o giuridiche, ma una generalità di soggetti non predeterminati.

 

Non era una cosa da poco. La prassi italiana è infatti piena di cosiddette leggi-provvedimento, ovvero ossimori concettuali per cui lo strumento legislativo viene piegato ad interessi particolarissimi, che nulla hanno a che fare con la generalità e astrattezza che dovrebbero essere proprie di un atto avente forza di legge. Ma era importante mantenere almeno la finzione: anche se di leggi generali e astratte non se ne facevano più da decenni, non era cosa da poco ricordarsi del dover essere, almeno nelle forme, e l’ipocrisia di spacciare per generali e astratte leggi che non lo erano affatto aveva almeno il merito di preservare l’importanza del principio.

 

Ora, invece, si compie il definitivo omicidio del diritto, rivendicando apertamente, sul sito del Consiglio Regionale, che una legge ha un nemico ben preciso, con una partita iva e una ditta ben individuati. Un abisso di degradazione giuridica da cui sarà molto difficile riprendersi. Fin qui, comunque, il dato politico.

 

A livello giuridico, quel che colpisce è che un simile strappo sia stato compiuto approvando non una legge come un’altra, ma una legge palesemente incostituzionale. E ciò, anche a voler tralasciare la natura contra personam (che già di per sé solleva molti dubbi di legittimità), per almeno altri due motivi.

 

Uno è di merito, ed è il contrasto tra le disposizioni di questa legge e, da un lato, la libertà di iniziativa economica, garantita almeno a parole dalla nostra Costituzione, e dall’altro il diritto dell’Unione Europea, a cui tutte le nostre leggi si devono conformare. Il diritto europeo garantisce la libertà di circolazione all’interno dei Paesi membri per prestare servizi o avviare un’attività in modo stabile, e nonostante la direttiva servizi, che dà attuazione a questa libertà fondamentale, escluda i taxi dal proprio campo di applicazione, l’eccezione non compare nei trattati, che questa libertà garantiscono. E poiché la legge regionale fresca fresca di approvazione intacca in modo evidente la libertà garantita dai trattati, è evidente che contrasta con il diritto europeo, e quindi in via indiretta viola la Costituzione italiana, che il diritto europeo impone di rispettarlo.

 

Ma se sul merito c’è anche chi potrebbe non essere d’accordo (i taxisti e i politici che si vogliono comprare i loro voti a danno dei consumatori), c’è un altro aspetto su cui non ci dovrebbero essere dubbi: l’ignobile legge in questione disciplina evidentemente la materia della concorrenza. Peccato che la Corte Costituzionale abbia ormai chiarito in modo univoco che tale materia, che in gergo tecnico rientra tra quelle cosiddette trasversali, è di competenza esclusiva dello Stato. In pratica, per evitare divergenze tra Regione e Regione, la Costituzione stabilisce che di queste questioni si possa occupare solo lo Stato centrale, e le Regioni non hanno quindi la competenza per occuparsene.

 

Condivisibile o meno, anche in questo caso che le cose stiano così non è solo una convinzione di noi einauditi. Tutto ciò era infatti stato chiaramente messo in evidenza nel corso dell’iter legislativo non solo da Uber, com’è ovvio che sia, ma in modo molto puntuale dagli stessi uffici legislativi del Consiglio Regionale. Eppure la politica ha scelto di infischiarsene apertamente del diritto, e di violentarlo a proprio uso e consumo: dopo tutto, le elezioni potrebbero essere dietro l’angolo, per cui meglio comprarsi tutti i voti possibili, tanto pagano i consumatori beffati.

 

E qui torniamo al dato politico. La legge, la prima del suo genere in Italia, non solo è passata in tempi record, ma addirittura se ne è dichiarata l’urgenza, come se non esistessero questioni più pressanti di cui occuparsi, dalle tasse alla burocrazia al lavoro. E come se UberPop, il bersaglio della legge, non fosse al momento bloccato per effetto di una decisione del Tribunale di Milano, fatto che evidentemente fa venir meno la dichiarata urgenza.

 

Ma soprattutto, la legge è passata all’unanimità. In tutto il Consiglio Regionale, non si trova uno straccio di consigliere a cui importi qualcosa dei consumatori, della legittimità costituzionale, degli obblighi derivanti da trattati internazionali (la cui violazione dovrebbe peraltro comportare una loro responsabilità diretta), e in fin dei conti della libertà. E quel che è peggio è che a promuovere l’iniziativa siano stati i consiglieri di centrodestra, rimasti perfino insoddisfatti perché avrebbero voluto sanzioni molto più pesanti, che il centrosinistra però (bontà sua) ha mitigato, pur votando poi anch’esso a favore dell’ignominiosa proposta (evidentemente, ai sinistri la costituzione interessa proteggerla solo quando limita il mercato, mai le poche volte in cui lo protegge).

 

Non resta che sperare nella solita, di per sé malsana supplenza giudiziaria, e veder dichiarare illegittima l’infame legge bipartisan dai giudici costituzionali. Perché ciò accada in fretta, occorre che il governo Renzi impugni la legge davanti alla Consulta. Ora che non c’è più Mr Corporazione Lupi, potrebbe anche succedere, e speriamo che succeda davvero. Ma anche nella non così probabile ipotesi in cui il governo e la Corte ci mettano una pezza, resta fermo che la politica piemontese, con la sua unanimità anti-Uber, ha scritto ieri una delle pagine più vergognose della sua quasi cinquantennale storia. Da qui, si può solo risalire: cadere più in basso sarà davvero difficile.

 

Cose inaudite.

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