Forza Italia
INTERVISTA

"Il vero cambiamento è non aver paura di investire sul futuro"

Industria 4.0, grandi opere, blockchain, innovazione tecnologica. Un Paese che vuole crescere deve cogliere con coraggio queste sfide. Fca e la nuova impresa chiave di volta per Torino e il Piemonte di domani. Parla Bentivogli, leader della Fim, voce autorevole del riformismo

A costo di inciampare nel banale e stando ben lontano dal pur minimo rischio di piaggeria, la definizione di sindacalista 4.0 val la pena di affibbiarla, anzi appuntarla come le medaglie conquistate in battaglie difficili, a Marco Bentivogli. Non solo per la sua visione positiva del progetto di mutazione industriale avviato nel Paese dal suo amico ed ex ministro Carlo Calenda, ma soprattutto per quell’anomalia innovativa rispetto a vecchi stili e schemi del sindacato, peraltro ancora in auge in sacche di resistenza, che accomuna il segretario generale della Fim-Cisl alla rivoluzione tecnologica e digitale altrettanto necessaria al mondo dell’impresa.

Una volta, a sinistra, l'avrebbero chiamata autocritica, lui non teme dire che serve rimettersi in discussione. Così come non usa giri di parole per definire il condono, ammorbidito nella definizione di pace sociale, come uno schiaffo ai lavoratori e ai pensionati onesti. Decisamente critico nei confronti della manovra, durissimo contro la linea governativa che mette a rischio le grandi opere, in attesa di risposte rapide dal nuovo vertice di Fca sui nuovi modelli e gli investimenti, il quarantottenne di Conegliano Veneto guida i metalmeccanici della Cisl dal 2014.

Segretario Bentivogli, lei ha detto chiaramente che un sindacato che rinuncia alla vocazione realizzativa nel lavoro delle persone e parla solo di pensioni è sconfitto in partenza. E ha aggiunto che lo studio appena realizzato da Fim Cisl dimostra che il sindacato tradizionale è sempre più inutile e serve metterne in campo uno che sappia trovare soluzioni che tengano insieme la protesta e la proposta. Con quali strumenti, quali politiche ritiene possibile farlo?
“La campana del cambiamento è suonata da tempo e non solo per il sindacato, chi fa finta di non essersene accorto lo fa per pigrizia e per conservare se stesso. Ma non basterà. Siamo di fronte ad una grande trasformazione del lavoro e delle produzioni che cambierà la vita di tutti noi. Il digitale offre grandi opportunità ma se gli si contrappone tecnofobia reazionaria o la burocrazia si viene spazzati via. È il momento di rimettersi, con serenità ma con determinazione, in discussione".

Lei lo ha scritto in un libro dal titolo che non lascia spazio a dubbi: Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato.
“L’ho scritto non solo perché amo l’impegno sindacale, ma perché serve un sindacato che colga la sfida delle 3R e, dunque, fare scelte radicali, rifondative e rigenerative per cambiare davvero. Il sindacato è una delle più belle forme di solidarietà collettiva va reso attuale e centrale nei processi di trasformazione. Siamo stati molto forti nella protezione dei lavoratori ma con strumenti che si stanno logorando. L’occasione è utile, come si direbbe in inglese, per passare dalla job protection, la protezione del lavoro, ad essere skills developer ovvero sviluppatori di professionalità e competenze, nella nostra azione contrattuale. È giusto occuparsi di pensioni per superare molte iniquità ma la sfida fondamentale è rendere il lavoro degno e realizzativo. Bisogna liberarsi nel lavoro e non da esso”.

Le misure contenute nella manovra annunciata dal Governo par di capire sembrano alimentare nel sindacato più la protesta che la proposta. Rendono quest’ultima più difficile? Insomma è un aiuto o una penalizzazione per imprese e lavoratori?
“Questo Governo ha tutta la legittimità per governare ed è sempre un errore qualsiasi atteggiamento pregiudiziale. Bisogna, sempre stare sul merito, come ha giustamente ribadito Annamaria Furlan, in una fase in cui l’economia rallenta, se ci sono più sussidi assistenzialisti che investimenti, il tema della creazione del lavoro viene abbandonato. La Fim e la Cisl, su tutti questi fronti, e con qualsiasi Governo, non hanno mai disgiunto la protesta dalla proposta. Certo se dalla concertazione si passa a nessun confronto è complicato avere un luogo dove farci ascoltare. Il Rei, il reddito di inclusione, ottenuto grazie all’impegno dell’alleanza contro la povertà di cui Cgil Cisl e Uil sono state promotrici, è arrivato a 300mila famiglie e ben un milione di persone. Bastava raddoppiare lo stanziamento da 3 a 6 miliardi e raddoppiare la platea ma per un attivatore sociale di inclusione e non un sussidio. Un altro tema? Noi rappresentiamo lavoratori che non scelgono col commercialista quante tasse pagare, i condoni fiscali purtroppo non nuovi, da un lato sono piuttosto inefficaci per fare cassa ma al contempo sono un premio agli evasori e uno schiaffo ai lavoratori e ai pensionati onesti”.

Lei ha sempre avuto, fin dall’inizio un approccio positivo ad Industria 4.0, teme che questo Governo possa in qualche modo frenarla?
"Abbiamo avuto sul piano alcune rassicurazioni che mi auguro abbiano le coperture necessarie. Sono preoccupato per il credito di imposta sulla formazione spendiamo molto meno e male in materia di formazione professionale. Industria 4.0 non è un’opzione, è la traiettoria dello sviluppo dei prossimi anni. Chi non innova, sarà fuori dai processi di crescita e sviluppo. Semmai c’è da occuparsi del pezzo di sistema industriale che non ha più investito in innovazione e formazione, è ripiegato su se stesso e si distacca dal gruppo di testa ogni giorno. Allo stesso tempo chi traina le esportazioni inizia anch’esso a rallentare. L’incertezza sulle manovre di finanza pubblica e contro l’Europa stanno rallentando i piani di investimento. Il sistema industriale è impaurito e teme si arrivi presto ad un credit crunch, la restrizione ulteriore di accesso al credito, che rischia di essere letale per il nostro sistema più innovativo. Era invece il momento per rassicurare, tenere insieme il Paese e costruire politiche sulle Pmi e il Sud".

Il Piemonte ha sofferto molto la crisi e, dopo la fine di Torino come one company town con Fiat, sta puntando molto proprio su Industria 4.0. Qual è la sua visione di una regione che ha dovuto affrontare un cambiamento così forte e pesante quale quello del sia pure parziale abbandono della sua grande industria dell’auto?
"Una monocultura industriale non fa mai bene e mi sembra che puntare sull’attrazione di iniziativa industriale e sui competence center e i digital innovation hub sia un investimento di medio termine che potrà dare maggiore dinamismo in prospettiva. Detto ciò Fca è ancora importante come lo è Leonardo e l’intreccio con un tessuto di medie e piccole imprese che hanno molto da dire".

Lei ha sempre rivendicato l’accordo con Fca, sente la mancanza di Sergio Marchionne? Ha già colto in maniera chiara la figura di un interlocutore con il sindacato come lo è stato, nel bene e nel male, il manager scomparso e, soprattutto, cosa di aspetta dai nuovi vertici Fca?
"Quegli accordi sono stati impegnativi, avevamo tutti contro. Oggi in pochi riconoscono che fu proprio questa parte del sindacato a salvare il settore automotive in Italia e decine di migliaia di posti di lavoro. Da Michael Manley e Pietro Gorlier ci aspettiamo che si riparta e metta in campo quanto presentato il 1 giugno accelerando sui tempi. Bisogna al più presto dire dove si faranno i nuovi modelli e anticipare l’avvio degli investimenti. Pomigliano, Mirafiori e Melfi in primis avranno problemi di saturazione degli impianti se non si accelera E poi dopo l’annuncio della Renegade ibrida a Melfi, bisogna capire cosa accade dei siti che producono motori oggi, a partire da Pratola Serra e Cento che realizzano motori diesel. Tutti parlano di elettrico e denunciano ritardi dei costruttori di auto ma è tutto il Paese in ritardo in termini di infrastrutture e di normative da adeguare rapidamente".

Alcune imprese stanno trasferendosi dal Piemonte all’estero. Non funziona la misura antidelocalizzazione contenuta nel decreto dignità?
"In via di principio è giusto che chi riceva denaro pubblico per consolidare la propria presenza nel nostro paese se disattende questo impegno restituisca i soldi. In termini pratici è ben poco. Bisogna lavorare affinché il nostro Paese sia un habitat favorevole per impresa e lavoratori dove consolidare i propri investimenti e magari attrarne di nuovi. Come? Se l’energia costa troppo, la burocrazia uccide l’impresa, la formazione è rara, la ricerca e l’innovazione è impossibile, le infrastrutture carenti, se l’accesso al credito è costosissimo, se la giustizia garantisce non la certezza del diritto ma del contenzioso, perché restare? Ecco partiamo da qui".

Tornando al Governo, la posizione sulle Grandi Opere è chiara così come l’ostracismo del M5s: Tav e Terzo Valico rischiano di essere definitivamente bloccati e già ora subiscono dei rallentamenti mettendo a rischio posti di lavoro. Come pensa andrà a finire e cosa si può fare per impedire conseguenze pesantissime per l’occupazione, ma anche per lo sviluppo dei prossimi anni e decenni?
"Ci sarà una grande iniziativa della Cisl a Genova il 30 ottobre proprio sulle infrastrutture. Pensiamo che non solo bisogna completare rapidamente quelle messe in cantiere ma avviarne di nuove e moderne, materiali e immateriali. Dietro quelle posizioni del Governo c’è una cultura anti-industriale pericolosissima. Le imprese metalmeccaniche hanno bisogno di infrastrutture. Siamo l’unico paese al mondo in cui quando si pensa ad una grande opera, invece di pensare al benessere che porterà si pensa alla corruzione. Fermare le città e il paese per paura di sbagliare, lo abbiamo già visto, non risparmia neanche dalle infiltrazioni criminali e da l’ultimo colpo di grazia alla nostra economia".

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