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I consumi fanno davvero crescere il Pil?

In Italia la gran parte degli economisti è keynesiana, convinta che per far ripartire l’economia è sufficiente stimolare i consumi anche tramite il debito pubblico. Se il ragionamento fosse corretto, dato che l’Italia ha uno dei debiti pubblici più alti del mondo, dovrebbe essere la nazione più ricca con un Pil crescente, il che non è. Le teorie di Keynes sono state smentite sia dal punto di vista teorico che pratico, ma continuano a godere di consenso perché consentono ai politici di giustificare le loro politiche interventiste in economia e agli economisti di fare i consiglieri del re.

Prima di introdurre la legge di Say che spiega che è l’offerta a guidare l’economia, facciamo un paio di considerazioni pratiche sul reddito di cittadinanza che dovrebbe guidare la ripresa dei consumi. Innanzitutto tale reddito potrà essere speso solo per beni di necessità, sostanzialmente la spesa del supermercato. Ma se il percettore di tale reddito si rivolge ad un supermercato che appartiene ad una catena straniera aiuterà il Pil di uno stato estero. Non siamo nazionalisti e la cosa non ci turba, perché l’economia è interlacciata in mille modi e quando un italiano compra un prodotto estero, si troverà uno straniero che compra prodotti italiani. Però un governo sovranista avrebbe dovuto farci caso, per quanto è spesso impossibile definire quando un prodotto è italiano.

La seconda considerazione è la qualità dei consumi: comprare un chilo di spaghetti dal discount spendendo meno di un euro, non è la stessa cosa che comprare un’auto o un elettrodomestico o dei mobili. Il contributo dei pochi euro spesi al discount non possono certo sollevare l’economia. Bisogna osservare, che in ogni caso le persone in difficoltà, tramite i contributi comunali o la Caritas qualcosa da mangiare la mettevano sotto i denti e l’attuale reddito di cittadinanza non potrà incrementare di molto la spesa per prodotti di prima necessità. Cosa diversa sarebbe stata tagliare l’Irpef per i ceti medi, per esempio tagliando l’aliquota del 38%. Il dipendente che si fosse trovato 100 o più euro in busta paga avrebbe potuto utilizzare questa cifra per acquisti più importanti e di “qualità” migliore nel senso delle ricadute economiche. Poteva pensare di comprare un televisore nuovo o cambiare l’auto tramite un finanziamento e così via. Tutti consumi che hanno ricaduta economica in termini di Pil ben diversa dal chilo di spaghetti del discount. L’auto coinvolge l’industria siderurgica, della gomma, dell’elettronica, della meccanica, del marketing e della distribuzione, ecc. Cento euro in più al mese possono convincere un dipendente ad accedere un finanziamento per comprare un’auto: a fronte di una rata mensile si mettono nell’economia 10/20 mila e ciò rappresenta sicuramente qualcosa di più significativo della spesa del supermercato.

Ritorniamo alla legge di Say che al contrario di Keynes, afferma che è l’offerta a guidare l’economia. Il ragionamento si basa su semplici considerazioni. Un imprenditore che voglia produrre dovrà affrontare delle spese, quali acquisto di materie prime, assunzioni di personale, affitti, elettricità, consulenze varie e tante altre ancora. Al momento di vendere il suo prodotto sul mercato in qualche modo si è creato i suoi acquirenti perché ci sono gli operai che ha assunto e i fornitori che ha utilizzato che possono spendere. Ovviamente l’imprenditore non vende i suoi prodotti ai suoi stessi dipendenti, ma a livello generale chi ha guadagnato dalla produzione di un bene è un acquirente in più che prima non c’era e che spenderà in qualche bene o servizio. Così un dipendente dell’industria dell’auto sarà acquirente dell’industria del mobile e quello dell’industria del mobili lo sarà per quella dell’auto così formando un equilibrio generale. Keynes criticò tale legge affermando che non tutto quello che viene guadagnato viene speso perché una parte della moneta viene tesaurizzata. Forse questo poteva avvenire in passato, ma considerando che gran parte delle transazioni avviene tramite operazioni bancarie, l’eventuale denaro fermo è in realtà un deposito bancario che le banche si premuniscono di prestarlo facendolo tornare nel circuito economico. Anzi, prestandolo moltiplicano il denaro in circolazione.

Detto ciò dovrebbe essere evidente la differenza fra dare un sussidio che teoricamente potrebbe spingere i consumi, e incentivare la creazione di imprese private. Nel primo caso i consumi di sussistenza non aiutano l’economia, mentre la creazione di un’impresa con l’assunzione di lavoratori con uno stipendio vero che può essere utilizzato anche per acquisti importanti e non solo per pasta e salsa di pomodoro del discount può far ripartire l’economia. Non solo, ma la creazione di un’impresa oltre al personale, implica l’utilizzo di immobili per uffici e linee di produzione spingendo il settore immobiliare, l’acquisto di macchinari, computer, arredi, materie prime, ecc. distribuendo guadagni in altri settori con possibili assunzioni di altro personale e così via. Infine una nuova impresa significa nuove entrate per lo stato.

Questi ragionamenti dovrebbero chiarire quali interventi sono più utili rispetto a sussidi di sussistenza distribuiti a pioggia. Non a caso, in Sardegna nella zona del Sulcis, chi ha proposto sussidi piuttosto che interessarsi allo sblocco di licenze e autorizzazioni per nuovi investimenti con la creazione di lavori veri è stato sonoramente bocciato. Le persone non sono stupide e capiscono la differenza fra un sussidio di sussistenza e un lavoro vero.

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