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VERSO IL VOTO

Il Piemonte avvisa Salvini: "Faremo i conti alle elezioni"

Se il Sì alla Tav è una bomba per il M5s, con il No la Lega tradisce la sua base e compromette l'ipotizzata vittoria alle Regionali. Il mondo produttivo, il commercio, gli artigiani, la piccola impresa sono sul piede di guerra. La sindrome di Stoccolma di Forza Italia

Se l’asso nella manica di Matteo Salvini dovesse tramutarsi nel più misero due di picche, con la bocciatura della Tav o anche solo con l'ennesimo rinvio della decisione a dopo le europee in nome della ragion di Governo, sarebbe sul tavolo elettorale del Piemonte che la Lega rischierebbe seriamente di compromettere una partita, quella delle regionali, in cui la vittoria sembrava, almeno fino a ieri, scontata.

Il messaggio sovranista e i temi opportunamente riscaldati dell’immigrazione su cui il Capitano sa, a ragione, di poter contare per ricevere un ampio consenso nelle urne, assai poco potrebbero contro l’eventuale delusione del corpo elettorale, accreditato dai sondaggi (e dalle ultime elezioni) al Carroccio e chiamato a dargli fiducia per il governo della Regione, davanti alla mancata promessa di realizzare la Torino-Lione.

È chiaro, dunque, come sulla Tav non sia soltanto Chiara Appendino con la sua travagliata maggioranza a rischiare grosso nel caso di una decisione a favore dell’opera. Nel caso opposto sarebbe proprio il Carroccio a pagare il prezzo più alto. L’esasperazione per gli infiniti rinvii, successivi alle troppo rassicuranti parole di Salvini poi smentite dai fatti, è ormai al livello di guardia in quei ceti produttivi, tra quelle associazioni datoriali e di categoria cui la Lega non può che guardare a meno di ridimensionare in maniera pericolosa le sue aspettative, soprattutto in Piemonte. Il clima che si respirava ieri nell’ennesimo gabinetto di crisi delle 33 sigle riunite nel cartello Sì Tav è da scontro finale. “La pubblicazione dei bandi da parte di Telt sarà lo spartiacque. Nel caso in cui non dovessero partire siamo pronti a mobilitarci”, hanno annunciato all’unisono le organizzazioni di ogni colore. Un fronte nel quale non è difficile ravvisare ampie simpatie verso il centrodestra, anche tra coloro – è il caso del presidente degli industriali torinesi Dario Gallina – in passato avevano aperto una linea di credito nei confronti della sindaca grillina. Per non dire del numero uno della Confindustria piemontese, Fabio Ravanelli, che con i suoi trascorsi di consigliere comunale leghista, è tra quanti mostrano un crescente imbarazzo e una montante irritazione per la stucchevole manfrina governativa.

Ma è, questo, un avviso ancor più chiaro proprio per la Lega: impensabile una mobilitazione come quella annunciata e che va nella direzione ribadita da Sergio Chiamparino con la sua chiamata alle armi e poi, due mesi più tardi, un voto al partito che non ha saputo o voluto mantenere la promessa data. Eppure proprio a loro, poche settimane dopo la manifestazione del 10 novembre, incontrando lo scorso 9 dicembre al Viminale le rappresentanze nazionali e regionali delle principali categorie il ministro dell’Interno, affiancato da Giancarlo Giorgetti, aveva garantito il massimo impegno.

Sulla sincera determinazione dei dirigenti piemontesi del Carroccio, incominciando dal segretario regionale Riccardo Molinari, perché la questione si chiuda con un sì e in fretta non paiono esservi dubbi. Ci sono, piuttosto, su quanto essi potranno incidere sulla decisione che resta in capo al loro leader. Aprire una crisi di governo e tenersi stretto quel mondo delle imprese e del lavoro, assicurandosi la probabile vittoria anche in Piemonte, oppure salvaguardare l’alleanza con i Cinquestelle e mettere una seria ipoteca sul bacino elettorale di tutto il Nord, con una pericolosa prova nel voto piemontese? Inquietudini che lacerano lo stato maggiore della Lega piemontese e che lo stesso Molinari ha cercato di lenire l’altro giorno riunendo a Montecitorio i parlamentari: eletti che hanno trasmesso al loro capogruppo gli alti lai che si levano dai rispettivi territori.

“La Lega dica alle regioni del nord che non vuole più la Tav”, provocano fino allo sberleffo i piddini d’ogni grado. Affidando ai soli governatori leghisti del Veneto, Luca Zaia, e al lombardo Attilio Fontana il compito di tenere la posizione (e di contenere il dissenso della base produttiva), anche a costo di delineare un asse con l’avversario Chiamparino. Tutti gli altri tacciono, probabilmente su ordine di scuderia, persino dopo l’imbarazzante conferenza stampa del premier, nella quale tuttavia Giuseppe Conte non ha mancato di ribadire la sua opinione – che resta pur sempre quella del Presidente del Consiglio – contraria alla Tav. Parla solo Salvini: “Nessun ministro della Lega firmerà per fermare i lavori”, ha detto ieri sera in una trasmissione televisiva. “Di Maio mi dice di no? Vedremo chi ha la testa più dura. Io sono cocciuto e voglio che l’Italia vada avanti”, ha poi aggiunto mostrando muscoli che ricordano Ercolino sempre in piedi.

In questa babilonia quale saranno le mosse di Forza Italia, al netto delle solite dichiarazioni a favore della Torino-Lione? Mai un cenno a quell’alleanza elettorale della quale oltre ad essere, per i numeri, soci di minoranza i berluscones appaiono pure sempre più ostaggio. Anche e soprattutto su una questione come questa dove se la Lega rischia di perdere voti nel caso in cui non porti a casa la Tav, Forza Italia nel suo ruolo di cavalier servente e silente sarebbe condannata di fatto a sparire sostenendo nella corsa al governo della Regione il partito che non ha saputo tenere fede alle promesse o, peggio, ha sacrificato la Torino-Lione sull’altare del Governo con i Cinquestelle. Per cosa, poi? Per qualche consigliere regionale che gli azzurri potrebbero comunque eleggere anche rivendicando una posizione autonoma dalla Lega sulla grande opera e quindi sul concetto di sviluppo, magari incamerando anche parte di quei consensi che se le cose andranno così, saranno persi proprio dal partito di Salvini?

Lo stesso tergiversare sulla candidatura alla presidenza della Regione e il farsi largo l’ipotesi di una figura indicata dal Carroccio non dovrebbe che mettere in ulteriore allarme i capataz e gli strateghi forzisti: è chiaro che in caso di una bocciatura o comunque di un rinvio a dopo il voto della questione Tav, la Lega ha tutto l’interesse a governare la campagna elettorale con sue strategie, suoi messaggi e un suo uomo.

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