SACRO & PROFANO

Ultimo San Giovanni per Nosiglia

A ottobre compirà 75 anni e dovrà lasciare la guida della diocesi di Torino. A meno di una (improbabile) proroga concessa dal Papa. L'iter della successione è già stato avviato: tre piemontesi in pole, ma Bergoglio potrebbe riservare sorprese

La dozzina di seminaristi per un territorio che conta un paio di milioni di abitanti è l’immagine più diretta ed efficace per confermare quella crisi delle vocazioni che non lascia, ormai da anni, indenne la Diocesi di Torino. E che sarà una delle questioni cruciali, una sorta di emergenza che rischia la cronicità, di cui dovrà occuparsi cercando di porvi rimedio il successore di Monsignor Cesare Nosiglia.

Quella di oggi, infatti, potrebbe essere per l’arcivescovo l’ultima celebrazione di San Giovanni in cattedrale alla guida della Chiesa torinese, incarico cui era stato chiamato da Papa Benedetto XVI nel 2010. Il prossimo 5 ottobre Nosiglia compirà 75 anni, età in cui i vescovi rassegnano le dimissioni aprendo alla successione. Una procedura che viene preparata con ampio anticipo e che prevede una serie di passaggi preliminari e propedeutici alla decisione del Pontefice.

Decisione, va ricordato, che abitualmente tiene conto di quel lavoro silenzioso e complicato effettuato nella fase iniziale dalle Conferenze episcopali regionali, non potendosi tuttavia escludersi sorprese con nomine altre rispetto alla rosa (solitamente composta almeno di tre nomi) arrivata, dopo un lungo percorso, all’attenzione del Papa. Per questo, ma soprattutto per la riservatezza che circonda l’iter, è sempre difficile comprendere quanto incidano i suggerimenti e quanto sia quella del Papa una decisione magari avulsa da essi. Le variabili e gli interrogativi che suggeriscono non finiscono qui, anzi incominciano proprio dalle dimissioni, quelle che nel caso di Torino Nosiglia presenterà in autunno.

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Nel caso in cui si profilino difficoltà, come peraltro sembra accadere ad oggi per quanto riguarda la Diocesi torinese, nel trovare una sintesi comune sulle indicazioni da inviare in Vaticano tramite la Nunziatura apostolica in Italia retta dallo svizzero Emil Paul Tscherrig è possibile ipotizzare una proroga. È successo per il cardinale Angelo Bagnasco a Genova, confermato per due anni da Papa Francesco, ma non è accaduto per un altro porporato, Angelo Scola che la lasciato la guida della chiesa ambrosiana al suo vicario Mario Angelo Delpini.

L’ipotesi di un prolungamento dell’incarico a Nosiglia resta, dunque, nel novero delle possibilità con l’incognita su un eventuale accoglimento da parte del Papa. Anzi la Conferenza Episcopale del Piemonte avrebbe mostrato, già in questa fase, una sorta di due fronti: uno che auspica un ricambio rapido e l’altro che, registrando un clima di incertezza sulle indicazioni dei possibili successori propende per una soluzione come quella adottata per la diocesi genovese anche al fine di provare a completare la svolta intrapresa negli ultimi tempi da Nosiglia, protagonista di una innegabile “conversione” al verbo bergogliano.

Proveniente da quella “destra” incarnata dal cardinal Camillo Ruini, con la salita al soglio pontificio di Bergoglio, Nosiglia ha interpretato il messaggio papale sul terreno più forte e attuale, qual è il tema dell’accoglienza, dell’impegno deciso, tangibile a favore dei migranti, ma anche degli emarginati. Molto ha fatto l’arcivescovo e molto gli viene riconosciuto, ma forse non ha torto che ciò non basta per liberare la curia torinese da un’immagine di una certa stanchezza. Poco è stato fatto, rilevano i critici, per contrastare quella crisi delle vocazioni che sebbene accomuni tutte le realtà ecclesiali italiane a Torino è particolarmente acuta, come dimostrano gli accorpamenti di parrocchie, spesso rette, da sacerdoti molto avanti in età. Uno scenario che avvicina la chiesa torinese a quei Paesi, come la vicina Francia, in cui il cattolicesimo è ormai in via di estinzione. La rete di oratori, associazioni ecclesiali, volontariato appare sfilacciata, la stessa presenza operativa dei vari ordini religiosi non ha trovato iuna adeguata valorizzazione on una curia in cui, a detta di molti, “si vive alla giornata”. E a soffrirne è anche la presenza pubblica, il controverso impegno politico (e pre-politico) dei credenti: tra l’interventismo della stagione ruiniana e il tranquillo ripiegamento dei tempi correnti, il rischio che corre la Chiesa è quello dell’irrilevanza.

Ecco perché sarà un compito gravoso quello che attende il suo successore. E forse anche per questo, oltre che per le innegabili dinamiche interne, non si profila semplice l’elaborazione di quel documento da inviare alla Nunziatura.

Questo non vuol dire che non abbiano preso a girare alcuni nomi di possibili “eredi” dell’arcivescovo a Torino da nove anni e per tutto questo tempo con la presenza del suo predecessore, Severino Poletto, probabilmente vissuta come sarebbe inevitabile per chiunque si trovi una figura alta e presente come quella del cardinale. Proprio l’arcivescovo emerito che ricevette la berretta cardinalizia da Papa Wojtyla, sembrerebbe aver manifestato in qualche modo il suo apprezzamento all’eventuale nomina dell’attuale vescovo di Alba, monsignor Marco Brunetti.

Cinquantasette anni, originario di Nichelino, primo di quattro figli, Brunetti entrato nel Seminario Minore diocesano a Giaveno e ordinato sacerdote nel 1987 dal cardinale Anastasio Ballestrero, è uno dei tre vescovi di cui si parla come possibili suggerimenti da far pervenire Oltretevere.

Nella probabile rosa c’è anche la guida della chiesa Monregalese: Egidio Miragoli, vescovo di Mondovì da meno di due anni è originario di Cremona ed è alla sua prima esperienza al vertice di una diocesi. Per la sua ascendenza lombarda, la sua candidatura viene bollata di “rito ambrosiano”, ipotizzando una sorta di strisciante commissariamento della diocesi meneghina (che, va detto, in anni passati ha allungato non poco la propria egemonia fin sotto la Mole).

Il terzo nome che si sussurra è quello di monsignor Marco Arnolfo, nominato da Papa Francesco nel 2014 vescovo di Vercelli e fino ad allora a Orbassano, considerato per i suoi trscorsi nelle parrocchie della cintura torinese un profondo e attento conoscitore di quelle realtà, come le periferie, sempre più all'attenzione anche e soprattutto della Chiesa bergogliana.

Sarà questa la terna di nomi che perverrà in Vaticano? Potranno spuntarne altri?

C’è, per esempio, chi guarda con attenzione a un altro pastore della chiesa piemontese: il francescano Vittorio Francesco Viola, custode del Convento e della Basilica Papale di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, docente al Pontificio Istituto Liturgico Sant’Anselmo, all’Istituto Teologico di Assisi e alla Pontificia Università Lateranense, da poco meno di cinque anni è vescovo di Tortona.

Nato a Biella nel 1965, Padre Viola aveva suscitato stupore e ammirazione un paio di anni fa quando nel profilarsi di una grave crisi occupazionale a causa di un provvedimento parlamentare non aveva esitato a rivolgersi con una lettera aperta ai politici rammentando loro come “una legge che non tutela il bene primario del posto di lavoro finisce per tradire la sua missione sociale”.

La vicenda finì bene. E molti pensarono anche a quell’inatteso quanto forte appello del vescovo, che lo scorso Natale celebrò la messa con gli operai della Pernigotti, la storica azienda di Novi Ligure le cui maestranze rischiano da mesi il posto di lavoro. Padre Viola pare avere scarse chance di succedere a Nosiglia se dovesse prevalere la prassi della scelta tra i nomi suggeriti.

Una prassi, appunto. Peraltro non sempre seguita in Vaticano, anche per precedenti nomine al vertice della chiesa torinese, in Vaticano. E forse ancora meno "vincolante" con Papa Francesco.

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