EMERGENZA COVID

Monoclonali, ancora poche cure

Il Piemonte è in fondo alla classifica per l'utilizzo della terapia che può evitare ricoveri e casi gravi. Da assessorato e Dirmei pressante "invito" alle Asl per utilizzare questa opportunità. Manno: "Aumenteremo gli ospedali dove poter somministrare il farmaco"

“Abbiamo i frigoriferi pieni di anticorpi monoclonali”, diceva già due mesi fa Giovanni Di Perri, primario infettivologo dell’Amedeo di Savoia, ma nonostante la notevole disponibilità, di questa terapia contro il Covid sperimentata e approvata nonché pagata dal servizio sanitario, il Piemonte fa un uso ancora troppo limitato.

Lo attesta l’ultima rilevazione dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco dove a fronte di un utilizzo, verificato fino a giovedì scorso, di 10.064 dosi in tutto il Paese quelle somministrate sul territorio piemontese sono soltanto 420, ovvero il 4,17% del totale nazionale. Percentuale decisamente bassa rispetto a molte altre regioni e a quasi tutte (salvo la Valle d’Aosta e il Friuli Venezia Giulia, il cui numero di abitanti non è certo paragonabile a quello del Piemonte) quelle del Nord. Basti notare che il Veneto, la cui popolazione è di fatto sovrapponibile a quella del Piemonte di monoclonali ne ha somministrato 1557 dosi e la Liguria che ha meno di un terzo di residenti ha utilizzato questi farmaci in 557 casi.

Il dato che meglio pone in evidenza lo scarso ricorso a questi farmaci, non certo per mancanza di necessità, da parte della sanità piemontese è il numero di prescrizioni giornaliere per un milione di abitanti prendendo in esame la settimana dal 17 al 23 settembre. A fronte di un media nazionale di 7,23 e punte di 31,9 per il Veneto, 19,23 della Toscana, il Piemonte resta in fondo alla classifica con 1,39 somministrazioni giornaliere per milione di abitanti. Ancora un dato conferma come esista un caso piemontese sui monoclonali. Se in Emilia Romagna a fronte di un 2.421 nuovi positivi registrati sempre nella stessa settimana presa in esame le cure con monoclonali sono state 18, per i 1.566 nuovi positivi piemontesi la stessa terapia si è fermata a 6 somministrazioni, mentre in Veneto a 3003 positivi sono corrisposti 119 trattamenti.

Il faro acceso da Di Perri nei mesi scorsi sullo scarso utilizzo di monoclonali si è intensificato nel corso dell’ultima riunione al Dirmei e con un intervento piuttosto deciso dello stesso assessore alla Sanità. “Abbiamo una notevole disponibilità di questi farmaci – sottolinea Luigi Icardi – che non vengono ancora utilizzati in tutti quei casi che lo richiederebbero, riducendo non solo i ricoveri, ma soprattutto evitando che in alcuni soggetti la malattia possa avere un decorso anche grave”. Venerdì scorso ai direttori generali delle Asl e ai responsabili dei loro distretti collegati in videoconferenza è arrivato un messaggio forte e chiaro. “Sull’uso di questa terapia il Piemonte fino ad oggi non è stato particolarmente brillante”, la premessa del direttore del Dirmei Emilpaolo Manno che ai vertici delle aziende ha chiesto di indicare quali ulteriori strutture ospedaliere potrebbero essere adibite alle somministrazioni dei monoclonali. Una delle possibili cause della scarsa applicazione di questa cura, che si sostanzia in un’unica flebo e un paio d’ore di permanenza in ospedale, potrebbe essere proprio il ridotto numero di strutture abilitate e la loro concentrazione nei grandi ospedali. Se fino ad oggi si può effettuare la somministrazione nei reparti di malattie infettive, nel giro di qualche settimana anche gli ospedali più piccoli, quelli di provincia potrebbero fornire il farmaco. “In questo modo si ridurrebbero le distanze e quindi i tempi che per questa terapia sono fondamentali – spiega Manno –. Come noto, per avere efficacia non si devono superare i cinque giorni dai primi sintomi”.

Un altro aspetto che va rivisto e merita qualche aggiustamento riguarda i medici di famiglia. Spetta a loro avviare il paziente verso la terapia con i monoclonali, in base a criteri ben definiti e che riguardano i fattori di rischio che portano a consigliare vivamente la terapia monoclonale per evitare gravi conseguenze a causa del Covid. Sempre facendo in fretta, per quel limite di tempo di cui si è appena detto. 

“Attraverso le Asl, già ai primi di agosto avevamo inviato un documento in cui richiamando le linee guida, si ribadiva la necessità della massima sinergia tra tutti i soggetti interessati, ovviamente a partire dai medici di medicina generale, primo riferimento per il paziente”, ricorda Claudio Sasso coordinatore per la medicina territoriale nell’ambito del Dirmei. “Oltre ad aumentare il numero di ospedali dove poter fare il trattamento con i monoclonali, stiamo pensando anche a iniziative di divulgazione e sensibilizzazione – spiega il direttore del Dirmei – non solo rivolta ai medici di famiglia, ma anche gli stessi cittadini per far conoscere sempre di più questa opportunità che fino ad oggi, purtroppo, in Piemonte è stata davvero utilizzata troppo poco”.    

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