TOTEM & TABU'

Un premio per uscire dal gregge degli Agnelli

Moncalvo autore di “Agnelli Segreti”, un libro che Elkann, Montezemolo, Gabetti e Grande Stevens non vogliono che leggiate, vi chiede di disubbidire. E anticipa per i nostri lettori una “sfida” singolare che ha lanciato al giornalismo nostrano

Quasi quasi mi viene voglia di lanciare una provocazione, che credo possa dimostrare lo stato della stampa (e della libertà di stampa) in Italia molto più di qualsiasi convegno, classifica mondiale, predica di Celentano, post di Beppe Grillo, o dissertazione con la bocca a culo di gallina dell’ex assessore genovese della giunta della famosa sindaco Marta Vincenzi, il noto Carlo Freccero, eroica vittima del sistema e del regime con stipendio e strapuntino Rai anche se si lamenta che non gli danno nulla da fare (e allora perché non si dimette e, se è così pregiata la sua opera, non si mette sul mercato e cerca un altro datore di lavoro?).

La provocazione è questa: mi impegno da queste pagine a offrire un premio di 50.000 euro (diconsi cinquantamila) al primo giornalista che avrà il coraggio di parlare - anche male, anche malissimo, se crede (ci mancherebbe altro) - del mio nuovo libro intitolato “Agnelli segreti - Peccati, passioni e verità nascoste dell’ultima ‘famiglia reale’ italiana”, edito da Vallecchi e da poche settimane in vendita, e in classifica.

Dopo aver lanciato il premio veniamo, come è consuetudine, alle restrizioni imposte dal “regolamento”. Il premio è riservato solo ai giornalisti dei due quotidiani di casa Agnelli, in primis “La Stampa” e “Corriere della Sera”, e si estende anche a settimanali della RCS Group, presieduta da Paolo Mieli: “Oggi” e “Il Mondo”, tanto per fare un esempio, e soprattutto “A”, diretto da Maria Latella, sempre attenta alle foto e alle notizie (positive) che riguardano, John, Lapo, Lupo, Lavinia, Leone, Oceano, Vita.

La scommessa è troppo facile, direte: è certo che, nonostante la mia disponibilità e generosità, non ci saranno concorrenti e quindi io non dovrò mai pagare questa somma. Come è possibile, infatti, che ci sia qualcuno nelle redazioni dei due giornaloni di Torino e Milano, qualche collega che “osi” fino a questo punto e sia così sconsiderato da violentare se stesso e vincere la propria vocazione all’autocensura, specie quando si tratta della “Real casa” proprietaria? Pensate che si riesca a trovare qualche giornalista talmente libero e sconsiderato che parli e scriva - lo ripeto: anche male, anche malissimo - di un libro molto documentato nelle sue 532 pagine che fa pelo e contropelo a John Elkann, eminente presidente dell’Editrice La Stampa e membro del patto di sindacato di RCS Group, cioè padrone del Corriere? Senza pensare che nel volume sono ampiamente citati, e non sempre in maniera commendevole per i loro comportamenti, altri personaggi di un certo peso nel panorama editoriale: l’avv. Franzo Grande Stevens (a lungo membro del cda del “Corriere” insieme al suo adorato Jaky Elkann), Luca di Montezemolo (ex presidente della FIEG, Federazione editori giornali, cui sono attribuibili molte sfolgoranti carriere e direzioni), Giovanna Recchi (potente signora torinese, figlia di Marida Recchi, dell’omonimo impero di costruzioni, sorella del presidente dell’ENI, ma soprattutto e da pochi anni consorte felice dell’ottantacinquenne Gianluigi Gabetti, il deus-ex-machina dell’Impero Fiat oltreché “precettore”, tutore, custode, controllore, mentore, e chissà quante altre cose, del pallido ed emaciato Jaky). Ah, dimenticavo: la signora Recchi, indicata col suo cognome da nubile e non da maritata, ovviamente, fa parte del Cda dell’Editrice La Stampa, è ampiamente citata nel libro - guarda caso era stata “messa”, in qualità di psichiatra vicino, molto vicino al povero Edoardo Agnelli (scomparso tragicamente dodici anni fa), primogenito dell’Avvocato - ma soprattutto il suo illustre e potente marito è il vero protagonista di gran parte del volume, sia davanti che dietro le quinte di molti affari, operazioni, visite a Vaduz, statuti di stiftung, anstalt e fondazionipiene di strane clausole. Molte delle quali davvero sorprendenti, dato che andavano contro gli interessi della moglie e dei due figli dell’Avvocato: e quindi viene da chiedersi se Gianni Agnelli le ha firmate “spontaneamente”, oppure – per caso - gli sono state invece fatte firmare, o è stato indotto e “convinto”  a firmarle proprio dai suoi due “consiglieri”, cioè Gabetti & Grande Stevens? E sulla base di quale “potere di convincimento”?  

Sotto questo profilo il libro dimostra, con decine e decine di incredibili documenti, che i due “consiglieri della Corona” erano al corrente degli affari dell’Avvocato, dato che hanno firmato insieme a lui mandati fiduciari e altri tipi di contratti di mandato, in almeno cinque occasioni. Qualcuno obietterà che si tratta della scoperta dell’acqua calda: i due – che Margherita Agnelli definisce “les usurpateurs”, gli usurpatori, in un libro inedito che è stato stampato in Svizzera in sole cinque copie riservatissime e di cui una è entrata in nostro possesso (ne parleremo in un prossimo articolo) – hanno sempre sostenuto, anche in un’aula di tribunale e nelle loro memorie difensive per il “processo del rendiconto”, che non sapevano nulla degli affari di Gianni Agnelli. Anzi, hanno usato parole di disprezzo nei confronti della figlia dell’Avvocato, che li ha chiamati in causa per ottenere da loro, in qualità di co-erede insieme a sua madre, il rendiconto del patrimonio del padre che lei ritiene sia nascosto all’estero. Non siamo mica “ragionieri” o contabili – e non vogliamo nemmeno essere confusi nemmeno con Brunetto, il cameriere che riempiva anche la vasca da bagno dell’Avvocato -, hanno risposto con alterigia di fronte alle legittime richieste della figlia a caccia dei miliardi (di euro) che non si trovano più!

Ebbene, nel mio libro ci sono le prove che i due, invece, “non potevano non sapere”, secondo una formula tanto utilizzata nel passato e nel presente ogni volta in cui c’è di mezzo qualche potente che agisce in modo palese od occulto. Il fatto è che ci sono due sentenze di tribunale, ovviamente a Torino, che hanno sposato questa tesi con una motivazione e un risvolto davvero singolare: che la figlia non è riuscita a dimostrare che Gabetti & Grande Stevens avevano ricevuto un contratto di mandato, scritto od orale, da Gianni Agnelli. Al che Margherita ha replicato: “Ma come potevo dimostrarlo se la Corte non ha nemmeno ammesso i quaranta testimoni, tra cui i due diretti interessati, che i miei avvocati volevano interrogare in aula? Come si fa a provare una cosa se ti impediscono di farlo?”.

Fatte queste premesse è chiaro che i cinquantamila euro messi a disposizione di un giornalista “coraggioso” (o “sconsiderato” o “kamikaze”) che osi parlare di questo libro su uno dei giornali della Casa, non verranno sicuramente mai assegnati. Ma, per allargare il campo, e per far capire che i tentacoli dell’Ufficio Stampa Fiat – quello stesso che diffonde comunicati, come quello sui 19 operai assunti per ordine del Giudice del Lavoro di Roma, e subito dopo li smentisce, rivelando che regna una certa confusione che ai tempi della mitica signorina Rubiolo (o di Marco Benedetto, di Guido Coppini o di Sandro Casazza) al vertice della direzione comunicazione di corso Marconi non si era mai verificata - arrivano dovunque, in tutte le redazioni, allarghiamo il campo dei possibili concorrenti ammessi ad ambire a queste cinquantamila cucuzze. Oltre ai giornalisti di RCS e “La Stampa” ci mettiamo anche quelli di “Mediaset” e della Mondadori: state certi che anche loro staranno zitti e non scriveranno nulla, non perché non siano desiderosi di intascarsi cinquantamila piccioli ma perché non vogliono e non osano farlo. Le società televisive ed editoriali del Cavaliere infatti ogni anno intascano un bel gruzzolo di milioni di euro dalla Fiat sotto forma di pubblicità, sia televisiva che cartacea. Lo si è già visto quando ho proposto un’anticipazione al direttore di “Panorama” (non ha nemmeno risposto) o quando, come nel caso di Clemente J. Mimun direttore del TG5, per un libro precedente (“I Lupi & gli Agnelli”) gli inviai un sms rievocando un grosso favore che gli avevo fatto e chiedendogli se, almeno nella rubrica dei libri del suo TG, poteva parlare del volume. Nessuna risposta. Stavolta, ovviamente, non gli ho chiesto più nulla…

E pensare che anche programmi “coraggiosi”, come “Striscia la Notizia” o “Le Jene”, potrebbero trovare materiale interessante in quelle pagine. Ma forse è una missione impossibile: infatti la signora Cristina Gabetti, figlia di Gianluigi e titolare di una rubrica su “Striscia” al sabato in cui insegna a risparmiare, a riciclare, a ricucire, a rattoppare, dovrebbe spiegare all’interno del programma di Antonio Ricci se è vero o no che ha o aveva una o due “fondazioni” in Liechtenstein, di nome “Kalla” e “Gnu”, nella quale figurava all’inizio col suo nome e cognome e poi, chissà perché, lo ha fatto cambiare mettendo solo il cognome del marito e cancellando ogni traccia del cognome paterno. Così come ha, o avrebbe, fatto suo fratello. Lo abbiamo chiesto al loro augusto per poter scrivere la sua versione nel libro. Ovviamente: nessuna risposta.

Mah! Le tracce di queste due fondazioni (chissà se sono state poi aperte, se sono ancora aperte e sono funzionanti, e che cosa racchiudono?) hanno cominciato ad emergere dopo una  affettuosissima lettera che “il Gentiluomo di Sua Santità”, il Prof. Dr. Dr. (in Liechtenstein ogni laurea consente di ripetere il titolo di studio nel biglietto da visita) Herbert Batliner, titolare di un avviatissimo studio di “consulenza tributaria e fiscale per grandi ricchi a Vaduz, in Liechtenstein, e considerato dalla Procura di Bochum – la punta di diamante nella lotta all’evasione fiscale in Germania – ha scritto a Gabetti per ringraziarlo della squisita e indimenticabile ospitalità (a spese dell’IFI, ovviamente) che gli ha riservato a Torino qualche anno fa.  

Come potete pretendere che “la Stampa” che, contrariamente allo Spiffero – unico in Italia -, non diede nemmeno la notizia delle seconde nozze di Gabetti con Gianna Recchi (evidentemente per loro non era una notizia che riguardasse i torinesi!) racconti o parli di un libro che racconta queste cose? Non mettono nemmeno quelle cinque righe che non si negano a nessuno nella pagina di cronaca degli appuntamenti in città (non lo hanno fatto nemmeno martedì scorso per la serata al Circolo dei Lettori e certo non lo faranno per l’appuntamento di giovedì 6 dicembre alle ore 17,30 alla Libreria COOP di piazza Castello: ma potrete verificare voi stessi…).

E allora, visto che questi cinquantamila euro non verranno assegnati, non resta che consolarsi con tutti coloro, e sono tanti e li ringrazio, che invece hanno scritto e stanno scrivendo sui loro giornali o sui loro siti online di questo e su questo libro che Jaky Elkann, Gabetti, Grande Stevens, la Fiat, “Libera & Bella” Montezemolo (di cui “La Stampa” e il “Corriere” l’altro giorno hanno perfino dimenticato di raccontare come è stato contestato a Napoli, tipo lancio delle monetine a Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael, mentre lasciava una pizzeria dopo la presentazione del suo movimento politico, il “partito dei carini”) non vogliono assolutamente che voi leggiate per sapere, per capire, per conoscere, per indignarvi, per sorprendervi, e anche per – i meno educati - imprecare. Volete provare a disubbidire? Volete dimostrare di saper “osare”, essere coraggiosi, ribellarvi al loro potere? Comprate il libro, leggetelo, diffondetelo, consigliatelo. Fate voi da tam-tam, visto che molti giornalisti (come quello che dice di essere il più giovane direttore nella storia della “Stampa” dimenticando che c’è stato prima di lui un “certo” Curzio Malaparte, assurto al vertice a soli 29 anni!) non sanno, non vogliono, non osano, non possono nemmeno scriverne sui loro giornali. 

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