GLORIE NOSTRANE

Morando conteso da Regione e Renzi

È la prima scelta di Chiamparino per mettere ordine ai conti in piazza Castello. Da un paio di giorni viene corteggiato da Delrio per conto del premier incaricato che lo vuole a un dicastero economico. Intanto Fassino lavora sottotraccia - di Stefano RIZZI

«Durante le sedute in Senato io in genere leggo e lavoro» raccontò un giorno Giulio Andreotti: «Mi interrompo raramente: una delle poche ragioni per cui lo faccio sono gli interventi di Morando, vale la pena di ascoltarli, sempre». Oggi, molti anni dopo quell’endorsement del Divo Giulio, proprio Enrico Morando potrebbe essere il nome in grado di dare una svolta alla non facile ricerca di una quadra per il dicastero dell’Economia da parte di Matteo Renzi. Ministro? Viceministro? Chissà. Che il Presidente del Consiglio incaricato ascolti,come Andreotti, l’ex senatore Pd è acclarato. Che lo faccia, Renzi, con attenzione lo conferma il ruolo di primo piano che Morando ha giocato nella stesura del programma economico del segretario Pd, come già accadde in passato per quello di Veltroni.

 

Ieri, in una giornata in cui la telefonata del finto Nichi Vendola al vero Fabrizio Barca ha fatto da megafono alle dure critiche di quest’ultimo nei confronti del leader Pd distogliendo, in parte, l’attenzione mediatica sul profilo del futuro titolare del dicastero economico, il nome di Morando avrebbe preso ad assumere ben maggiore consistenza nella casella più ostica per Renzi (e il fidatissimo Graziano Delrio), il tassello più determinante per l’azione di governo e il futuro del Paese.

 

Oltre alle capacità e all’esperienza parlamentare maturata nel settore dell’economia e delle finanze, Morando sarebbe in grado di rispondere positivamente a più di una domanda tra quelle che da più parti vengono rivolte al premier incaricato. Innanzitutto quello dell’ex senatore corrisponderebbe al profilo politico che ormai da più parti si indica rispetto a quello prettamente tecnico come necessario per una forte azione di governo. Questo senza il venire meno di indiscutibili competenze. Ma Morando, esperto e profondo conoscitore delle finanza pubblica come di quella privata, è e resta un politico a tutto tondo e, per sovrappiù, fedelissimo della prima ora di Renzi. Il quale potrebbe contare su una figura tecnicamente autonoma, ma di sua provata fiducia in grado di evitare dualismi come nel caso di Letta e Saccomanni o addirittura disastrose divergenze come accadde con Berlusconi e Tremonti. Saccomanni e Tremonti: due tecnici, appunto. Non irrilevante il gradimento di cui godrebbe al Colle: giovane esponente del Pci condivise con Napolitano le tesi miglioriste.  Altro punto a favore dell’eminenza grigia economica democrat è la sua visione del sistema bancario, del quale l’ex parlamentare non è mai stato organico, ma acuto e non di rado critico osservatore.

 

Uno dei suoi pallini, da tempo, è la nuova regolamentazione del ruolo della fondazioni bancarie. Ancora pochi giorni fa spiegava che se «le fondazioni hanno garantito la stabilità del sistema consentendo alle banche italiane di affrontare meglio di altri paesi la crisi finanziaria, ora occorre accelerare il processo di contenimento».  Parole, per certi versi rivoluzionarie (e in questo in perfetta sintonia con Renzi) quelle di Morando che muove pure critiche al ministero che potrebbe andare a occupare egli stesso: nel tempo non c’è stata «una efficace vigilanza del Tesoro» sul processo riduzione delle quote delle fondazioni nelle banche. «Quando il sistema bancario – dice Morando - è stato investito dalla crisi che ha colpito il sistema finanziario mondiale ed europeo avere in Italia degli azionisti delle banche che operano con un’ottica di lungo periodo è stato un elemento di vantaggio». Inoltre, «il tentativo di resistere alla riduzione delle quote ha costituito in alcuni casi un elemento di difficoltà. In tutto ciò c’è stato certamente nel tempo un difetto di vigilanza del Tesoro sulle fondazioni affinché l’eccesso di concentrazione venisse meno. Mentre Bankitalia ha sempre esercitato con scrupolo la vigilanza sulle banche, il ministero non sempre ha svolto al meglio il suo compito di vigilanza sul patrimonio delle fondazioni». Una stoccata, decisa. Per qualcuno coraggiosa, per altri avventata, ma nel dna dell’ex parlamentare che anni fa non pochi lo definivano uno che combatte contro i mulini a vento.

 

Cresciuto a pane e Pci (a soli 26 anni era segretario provinciale ad Alessandria) nel 1986 presentò al comitato centrale che precedette il congresso di Firenze del 1986 una mozione bollata di eresia con la quale il giovane arrivato dalla periferia piemontese chiedeva il superamento del centralismo democratico e l’adesione del partito all’Internazionale socialista. Quella mozione, naturalmente, finì bocciata, ma di fatto ebbe il suo riconoscimento postumo pochi anni dopo con la caduta del Muro di Berlino e la svolta della Bolognina, descritta allora da Napolitano al congresso del 1990 come l’inizio «del momento di transizione verso una grande forza di sinistra democratica con la vocazione riformista, di progresso e di governo».

 

Morando aveva visto lontano. Ma non si era fermato: proprio dopo la svolta riprese a scuotere la sinistra italiana. Nel 2001 sfidò Piero Fassino e Giovanni Berlinguer su chiare posizioni liberalsocialiste al congresso dei Democratici di sinistra di Pesaro: i “liberal” chiedevano un profondo rinnovamento del partito e l’apertura ad altri riformismi di matrice laica e cattolica, con la nascita di un nuovo soggetto politico. Anche in quell’occasione finì in minoranza e dovette attendere altri sei anni, il 2007, per vedere concretizzarsi quel progetto politico immaginato da anni: il Pd. In verità l’impulso verso la nascita di un partito democratico riformista e liberale, Morando aveva cominciato a darla già con l’Ulivo di Romano Prodi e con la nascita nel 1999 dell’associazione Libertà eguale, think tank che ha fondato insieme a Emanuele Macaluso, Magda Negri e Sergio Chiamparino. Poi all’affacciarsi di Renzi, Morando è stato tra i primi ad intuirne le potenzialità.

 

Quando molti storcevano il naso e arricciavano i baffi solo a sentir parlare di rottamazione, Morando come ama ricordare si definì un “autorottamato”. Quattro legislature, la presidenza della commissione Finanze erano il passato, il futuro era dietro le quinte a lavorare al programma del futuro segretario, così come aveva lavorato a quello di Veltroni anni prima. «Non si può cambiare il Paese se prima non si cambia il Pd» disse al Foglio in una tormentata vigilia della primarie, riassumendo in maniera plastica la linea renziana. E che Renzi sappia di poter contare su Morando, in una fase segnata da alcune probabili rinunce come quella di Lucrezia Reichlin o già incassate come nel caso di Andrea Guerra, sembra in queste ore equivalere a una crescita delle quotazione dell’ex senatore nel borsino ministeriale.

 

Nelle stesse ore Piero Fassino in partenza per gli Usa dove riceverà un riconoscimento “per le attività svolte per la promozione dell’immagine dell’Italia all’estero”,  detta alle agenzie la sua risposta a chi gli chiede della possibilità che sia lui il prossimo ministro dell’Economia: «confermo che continuo a fare il mio lavoro di sindaco, come ogni giorno». Parole che rimbalzate negli ambienti romani sarebbero risuonate un po’ stridenti in chi racconta di una discreta quanto intensa attività diplomatica del sindaco torinese al fine di entrare nella compagine di governo. Boatos? Gossip intinti nel veleno? Che il nome di Fassino circoli è un fatto. Forse circola, fuori dalla stanza in cui Renzi e Delrio stanno dando corpo alla futura squadra, più di quello di Morando. E anche questo potrebbe giocare a favore dell’ex senatore democratico che ha incarnato l’anima liberale della sinistra italiana fin dai tempi in cui segretario del Pci era Alessandro Natta. Le tesi dell’ala migliorista del partito erano, allora, una piccola minoranza. Morando le sosteneva e ne discuteva insieme a Macaluso, Gerardo Chiaromonte e, l’uomo del Colle, Re Giorgio.

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