RETROSCENA

Una poltrona per due. Nel nuovo Senato

L'inner circle renziano pensa a un presidente torinese della futura assemblea di Palazzo Madama. Per Fassino, se rieletto, sarebbe il coronamento della sua lunga carriera. Ma la carica potrebbe essere offerta a Chiamparino per sottrarlo al fronte nemico

Metti che il prossimo presidente del Senato sia uno dei “due di Torino”, per usare la consolidata definizione coniata da Matteo Renzi accomunando con perfida simpatia Piero Fassino e Sergio Chiamparino. Certo è un viaggio nel futuro reso ancor più complicato dai mille “se” e altrettanti “dipende”. Epperò, c’è chi già ne parla. Sottovoce rispetto al megafono renziano pronto aumentare il volume via via che si avvicinerà la data del referendum sulle riforme che, tra le più eclatanti e note, annovera quella dell’assemblea di Palazzo Madama, Camera Alta ribassata nel rango e rinnovata (e smagrita) nel segno delle autonomie locali.

 

A voler scommettere la reazione del Chiampa allo scenario sussurrato si vince senz’altro puntando su uno scontato “esageruma nen”. La verità è, invece, imperscrutabile. Come, del resto, non poco altro in questo periodo in cui all’interno del Pd si respira un’aria di tregenda, con preoccupazioni che si fanno meno dissimulabili anche tra chi non si è mai messo in posizione rispetto al segretario-premier. Tra questi quei “diversamente renziani”, non ipercritici a priori ma neppure omologati al Verbo fiorentino, di cui Chiamparino è tra gli esempi alti e palesi. Le distanze da Matteo, le ha prese senza infingimenti nella dura partita delle scelte economiche che hanno toccato gli enti locali e le ha marcate con le sue dimissioni da presidente della Conferenza delle Regioni. Lo strappo vero non c’è mai stato e chissà semmai ci sarà, ma il filo che unisce i due non è più forte come agli inizi. Tanto che lo stesso parlottare a lungo, lontano da orecchi tesi, tra il governatore e il ministro delle Infrastrutture Graziano Delrio, ieri a Novara, ha lasciato il dubbio che l’oggetto del colloquio sia stato solo la logistica.

 

Tra porti e ferrovie, nessuno può escludere si sia ragionato di qualche cambiamento di rotta anche in vista del congresso del prossimo anno e di una locomotiva, Renzi, che talvolta corre senza tenere conto dei segnali che indicano la necessità di un rallentamento e magari una sosta in stazione, per quella che i ferrovieri una volta chiamavano “verifica” e che ora viene sollecitata, con crescente allarme, da parte di chi teme un deragliamento. Non un interlocutore a caso Delrio, per Chiamparino. Al ministro si devono alcune posizioni, tra cui un ormai datato avvertimento circa la deriva verdiniana, che lo hanno collocato in una posizione certamente più distante rispetto al Giglio Magico, flagellato dalla brutta vicenda di Banca Etruria e mascariato dai veleni di Palazzo che trasudano dalle intercettazioni del caso Guidi.

 

Un Pd, al cui interno ci si guarda straniti e si cerca di scrutare l’orizzonte, oltre la prova - più pesante del previsto - del referendum sulle trivelle, ma soprattutto alle prossime Comunali che, anche nella Torino storica roccaforte del centrosinistra, non saranno una passeggiata per Fassino. E poi c’è il congresso con le ricerche e le valutazioni di posizionamento già in atto. Perché in gioco non c’è solo la riconferma di Renzi e probabili alternative, più meno contrapposte (da Roberto Speranza a Enrico Rossi, per ora). Ci sono le candidature e (soprattutto) le ricandidature per un Parlamento che da capace autobus si riduce a poco più di un’utilitaria: meno posti, più dura la lotta per il seggio a Montecitorio.

 

E solo lì. Perché a Palazzo Madama siederanno consiglieri regionali e sindaci. Il meccanismo esatto dovrà essere previsto da una legge che ancora, ovviamente, non c’è. Ma non serve per immaginare, con qualche supporto logico, che proprio il nuovo Senato potrebbe vedere per la prima volta nella storia dell’Italia repubblicana un piemontese sullo scranno che mai è stato occupato – partendo da Ivanoe Bonomi per arrivare a Pietro Grasso – da un politico di terra allobroga. Tra i mille “se” e altrettanti “dipende”, una certezza: alla prima composizione del nuovo Senato il Piemonte concorrerà eleggendo sei senatori tra gli attuali consiglieri in carica, insieme a un sindaco, che si dà per scontato – se verrà rieletto Fassino – sarà quello del capoluogo.

 

Quattro inquilini di Palazzo Lascaris alla maggioranza e due alle opposizioni, è quanto si prevede. Anche se il capogruppo dem Davide Gariglio fa un ulteriore passo in avanti. L’altra sera partecipando, ad Alessandria, a un dibattito proprio sulle riforme con i parlamentari Emanuele Fiano (relatore del ddl Boschi domani in aula) e Cristina Bargero, il segretario regionale del Pd ha detto chiaramente che “è indubbia la necessità che in Senato ci siano i presidenti di Regione anche se non è previsto nel nuovo testo della Costituzione” e quindi “scontata l’elezione di Chiamparino”. Gariglio spiega come egli ritenga “necessario che venga eletta anche una figura importante e di rilievo come l’assessore al Bilancio”. Altra candidatura certa annunciata, dunque, quella di Aldo Reschigna. “Mi piacerebbe andasse a Roma anche l’assessore alla Sanità, vista l’importanza della materia. Purtroppo non è possibile”. Già, Antonio Saitta, non essendo stato eletto, resta fuori e lascia uno dei posti alle future trattative che saranno ovviamente estese agli alleati di maggioranza.

 

Del sindaco, Gariglio non fa cenno: è scontato. Ovviamente confidando nella vittoria di Fassino. In caso contrario quello del Senato, per il Pd a Torino, sarebbe l’ultimo dei problemi. Nello scenario auspicato da via Masserano, il Piemonte avrà nei due di Torino altrettanti cavalli di razza tra cui scegliere quello da piazzare allo scranno più alto di Palazzo Madama. Entrambi con le carte in regola e più di un atout da giocare sul tavolo nazionale: tutti e due hanno alle spalle una onorevole esperienza parlamentare, ambedue sono o sono stati (nel caso di Chiamparino) al vertice degli organismi di rappresentanza: la Conferenza delle Regioni e l’Anci. Per Fassino sarebbe il riconoscimento del suo lungo impegno nel partito e nei suoi progenitori, ma anche una gratificazione e un risarcimento per quegli incarichi accarezzati (financo il Quirinale), ma non ottenuti. Per Chiamparino la presidenza di Palazzo Madama coronerebbe una prestigiosa carriera, sia pure soltanto per un anno giacché il suo eventuale mandato terminerebbe con la fine della legislatura regionale nel 2019.

 

Molto dipenderà se la scelta cadrà su un sindaco, riportando il nuovo Senato a quel ruolo di casa dei primi cittadini d’Italia originariamente immaginato da Renzi, oppure su un presidente di Regione. I “se” e i “dipende” sono, ovviamente, molti di più. A incominciare a quelli legati al futuro prossimo venturo del Pd, chiamato a una serie di prove – dalle amministrative alle politiche, passando per referendum e congresso – per nulla facili.

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3 Commenti

  1. avatar-4
    10:37 Lunedì 11 Aprile 2016 capkirk Il referendum costituzionale

    deve essere la tomba per il PD.

  2. avatar-4
    11:01 Domenica 10 Aprile 2016 daniele galli metti un NO al referendum

    "quello costituzionale" in autunno. Così eviteremo il peso del doppio lavoro a persone già così tanto occupate, inoltre consentiremo a Renzi di esprimersi per la prima volta in altri campi diversi dalla politica.P.S. ma Chiamparino da già per scontato che per le firme farlocche tutto vada in cavalleria ?

  3. avatar-4
    10:31 Domenica 10 Aprile 2016 usque tandem Un "senato" inutile

    Per cui vanno benone entrambi....

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