LEGALITA'

’ndrangheta, in Piemonte non è doc

La Cassazione smonta la tesi della Procura di Torino che in appello aveva condannato due imputati con l’accusa di ricoprire posizioni di rilievo nella gerarchia criminale. “Vi sono episodi ma mancano prove di un contesto organizzato”

La ’ndrangheta in Piemonte non è doc, vi sono episodi criminali, intimidazioni, azioni inequivocabilmente di matrice mafiosa ma è tutto da dimostrare che siano collegati alla malapianta calabrese e, ancor di più, che i vari attori e livelli locali abbiano legami organici con la struttura madre. Insomma, non è affatto certo quello che è sembrato emergere dal primo processo dell’inchiesta Minotauro. Lo sostiene la Cassazione: “Non è dubitabile che si siano verificati fatti di intimidazione indicativi dell’esistenza di un’organizzazione criminale riconducibile a soggetti di origine calabrese” e persino di “tipo mafioso”, ma quello che manca è la conferma dell’attività di cosche “in un contesto organizzato”. e in contatto con le “case madri” in Calabria. Dice questo la sentenza con cui la, la scorsa settimana, la Corte Suprema ha annullato la condanna di due imputati, Francesco D’Onofrio e Francesco Tamburi. I giudici hanno ordinato un nuovo processo.

 

D’Onofrio e Tamburi erano stati condannati in appello a 15 e 8 anni di carcere in qualità di “figure di vertice” della ‘ndrangheta, che a Torino e provincia era articolata, secondo l’accusa, in nove cosche chiamate “locali” e in una struttura, definita “crimine”, dedicata a svolgere azioni violente “nell’interesse dell’intera compagine”. Alle obiezioni della difesa, secondo la Cassazione, la Corte d’appello ha però opposto “risposte carenti e in parte contraddittorie”. Ora nel nuovo processo i giudici dovranno (“eventualmente e se possibile”) accertare se i “fenomeni criminali”, che in Piemonte esistono, siano davvero inquadrati “in un contesto organizzato su quella base territoriale”. La Cassazione critica la Corte d’appello perché non ha saputo dimostrare la presenza della banda chiamata “Crimine”. Anzi, ha portato degli argomenti di “obiettiva fragilità”, al punto da “prestare il fianco” agli affondi della difesa quando “paventava addirittura che la ‘Crimine’ fosse stata creata dagli inquirenti per poter incasellare i casi dubbi circa l’appartenenza a una ‘locale’ di alcuni soggetti”.

 

I due imputati - difesi dagli avvocati Aldo Albanese e Roberto Lamacchia - erano stati condannati dal gup Alessandra Bassi con rito abbreviato concluso il 27 ottobre del 2011, dopo esser stati raggiunti dall’ordine d’arresto del tribunale torinese mentre erano già in carcere per l’operazione “Crimine” della Dda di Reggio Calabria, scattata il 13 luglio 2010. D’Onofrio, un ex militante di Prima Linea condannato a dieci anni, ha sempre respinto l’accusa di essere entrato nella ‘ndrangheta: “Io dissento totalmente dalla mafia”. Il secondo imputato, Tamburi, titolare di una nota pizzeria di Grugliasco secondo le indagini, era salito nella scala gerarchica della ‘ndrangheta fino alla carica di “capo società”. Anche lui si è sempre professato innocente. Le condanne di D’Onofrio e Tamburi furono le prime ad essere pronunciate dal tribunale di Torino nel quadro dei procedimenti in cui si articolava Minotauro. La militanza in Prima Linea aveva portato D’Onofrio ad essere arrestato negli anni Ottanta. In seguito si sarebbe avvicinato alla criminalità organizzata. D’Onofrio, che è originario di Vibo Valentia, ha spiegato che frequentava molti calabresi ma che non per questo era diventato mafioso.

 

Nell’inchiesta Minotauro figura avere partecipato – con altri presunti ‘ndranghetisti – ad un incontro elettorale con l’assessore regionale Claudia Porchietto. Interrogato in proposito direttamente dall'allora procuratore Gian Carlo Caselli, ha ammesso la sua presenza con una serie di distinguo: “Figuratevi se sono d’accordo con quelle idee politiche. Ho anche affermato che secondo me diceva delle sciocchezze”. Per lui è stato annullato “senza rinvio” un capo d’accusa che riguardava la violazione della legge sulle armi: fu notato mentre consegnava a un altro uomo un giornale arrotolato in modo tale che sembrava contenere qualcosa.