Quella famiglia targata Barilla

Non molti giorni fa, Guido Barilla, il presidente della multinazionale di Parma, ha incautamente pronunciato, nel programma radiofonico “La Zanzara”, una frase che molto ha fatto discutere: “sono per la famiglia tradizionale, non realizzerò mai uno spot con i gay”. La dichiarazione ha subito creato l’usuale chiacchiericcio mediatico su internet, dando vita – come sempre accade – ai due blocchi identitari dei sostenitori e dei detrattori.

 

Fermo restando che questi pseudo-dibattiti corrispondono ad altrettante manifestazioni di una precisa strategia volta a produrre la distrazione di massa rispetto ai rapporti di forza e alle contraddizioni reali, siamo fermamente convinti che l’omofobia debba essere incondizionatamente combattuta, come del resto tutte le forme di discriminazione. Delle quali – giova ricordarlo – il classismo imperante che il fanatismo dell’economia produce a propria immagine e somiglianza resta la più grande. Curioso il fatto che il coro virtuoso che denuncia tutte le discriminazioni quasi mai abbia qualcosa da dire sul rapporto di forza capitalistico, subdolamente vissuto come naturale. 

 

Chiarita la necessità di lottare contro tutte le forme di discriminazione, occorre rilevare che ben altra cosa è l’opportunità o, addirittura, la necessità di introdurre il matrimonio gay. Poiché si tratta di un argomento delicato e scivoloso, è bene partire col piede giusto, chiarendo preliminarmente – onde evitare equivoci e l’apertura immediata del fuoco incrociato da parte del politically correct – la nostra posizione: le coppie omosessuali devono essere tutelate e protette nei loro diritti civili e sociali.

 

Ma il punto della questione sta altrove. L’odierna discussione intorno al matrimonio gay non deve certo essere analizzata, come sempre si fa, dal punto di vista della difesa delle minoranze e dell’amore omosessuale (difesa che – lo ripetiamo – è giusta e massimamente degna di essere perseguita). La si deve guardare da un diverso angolo prospettico, che è quello dell’odierno processo di distruzione della famiglia tradizionale portata avanti dal capitalismo postborghese e postproletario. A questo tema, abbiamo dedicato un intero capitolo – il quinto – del nostro lavoro Minima mercatalia. Filosofia e capitalismo (Bompiani, 2012), a cui rimandiamo.

 

Ci limitiamo qui all’essenziale della questione, che sta in ciò: la distruzione della famiglia che si sta oggi verificando con intensità sempre crescente si inscrive nella logica di sviluppo di un capitalismo ormai del tutto incompatibile con le tradizionali forme borghesi – “etiche”, avrebbe detto Hegel – in cui si era sviluppato fino a prima del Sessantotto (famiglia, religione, Stato, ecc.). E la discussione sui matrimoni omosessuali, in questa prospettiva, non deve essere letta come funzionale al giusto e sacrosanto riconoscimento di diritti degli omosessuali, ma alla distruzione delle vecchie forme borghesi di esistenza, vetuste e “bacchettone” finché si vuole, ma pur sempre incompatibili con l’odierna dinamica di oscena estensione totalizzante del codice patologico della forma merce.

 

Se, infatti, la famiglia comporta, per sua natura, la stabilità affettiva e sentimentale, biologica e lavorativa, la sua distruzione risulta pienamente coerente con il processo oggi in atto di precarizzazione delle esistenze. La lotta ideologica contro la famiglia borghese avviene, per ironia della storia, proprio nel momento in cui il rapporto di forza capitalistico rende impossibile ai giovani sottoposti al lavoro flessibile e precario la costruzione di una famiglia!

 

 L’aveva splendidamente sottolineato Hegel: la stabilità professionale e quella affettiva di tipo familiare costituiscono il fondamento dell’“eticità”, là dove il capitalismo odierno di tipo post- e antiborghese dissolve entrambe. Più precisamente, rimuovendo la stabilità lavorativa tramite il precariato, rende, di fatto, impossibile il costituirsi del nucleo familiare nelle sue forme tradizionali. In questo senso, con le sue battaglie contro la famiglia tradizionale, la sinistra non ha smesso di lavorare per il re di Prussia, assecondando a livello teorico la dinamica stessa del mercato.

 

Non è un mistero, e occorre riflettervi: come avrebbe detto Hegel, il noto non è conosciuto. Dal Sessantotto, la sinistra promuove la stessa logica culturale antiborghese del capitalismo, tramite sempre nuove crociate contro la famiglia, lo Stato, la religione e l’eticità borghese, ossia – lo ripeto – contro tutti quei valori borghesi che sono incompatibili con un capitalismo pienamente sviluppato, ossia con l’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito dell’esistenza e del pensiero.

 

La difesa delle coppie omosessuali da parte della sinistra non ha il proprio baricentro nel giusto e legittimo riconoscimento dei diritti civili degli individui, bensì nella palese avversione nei confronti della famiglia tradizionale e, più in generale, della normalità borghese in ogni sua estrinsecazione. La sinistra – anche in questo caso, non è un mistero – simpatizza verso ogni forma di “diversità” e, insieme, ha un profondo odio snobistico verso la gente “normale”, verso la vecchia e rispettabile “normalità borghese”. È questo l’aspetto che, tacitamente, il politicamente corretto non può tollerare del discorso del signor Barilla, il suo rivendicare la famiglia tradizionale incompatibile con le logiche del mercato.

 

Avendo rinunciato al perseguimento di un avvenire alternativo rispetto alla prosa reificante dell’esistente, la sinistra ha scelto di investire culturalmente e politicamente sull’onestà, sulla legalità, sui diritti civili (in un integrale abbandono di quelli sociali). Lungo il piano inclinato che porta all’odierno baratro, in cui il maximum dell’emancipazione possibile sembra consistere nel matrimonio gay (Vendola), nella libertà di interrompere la propria vita individuale a piacimento (Pannella) e in cui la dimensione dei diritti sociali è stata messa del tutto in congedo, la sinistra si è accomiatata, di fatto, da ogni residua dissonanza con le logiche del reale e dell’onnimercificazione sempre più pervasiva.

 

Con Voltaire, occorre ripetersi finché non si sarà capiti: la vicenda tragicomica della sinistra sta in quella oscena e perversa complicità con il capitalismo trionfante; complicità che, peraltro, la sinistra stessa rivendica con orgoglio, legittimandola nella forma di una realistica considerazione dell’irreversibilità dei processi in atto. Restano impareggiabili, a questo proposito, le patetiche rassicurazioni pre-elettorali di Bersani (“i mercati non hanno nulla da temere dal PD!”, “siamo il partito più europeista”, e così via, di sciocchezza in sciocchezza). La cosiddetta sinistra o passa armi e bagagli all’ideologia del mercato (è il caso del “rottamatore” Renzi, con le sue ridicole serenate per il neoliberismo trionfante) o vive schizofrenicamente la propria identità, unendo un lessico da cooperativa anni Sessanta con l’accettazione supina delle logiche del mercato (esemplare, ancora una volta, Bersani).

 

La considerazione di Guido Barilla (certo goffa e fuori luogo), come anche la reazione indignata del popolo della sinistra, sono un prezioso segnalatore del problema a cui qui ho solo accennato telegraficamente: l’indignazione di cui il popolo della sinistra è ormai capace sembra riguardare sempre e solo il costume borghese tradizionale (famiglia tradizionale, religione, eticità dei costumi, ecc.), mai il capitale finanziario e l’agire troppo spesso criminale delle multinazionali.

 

L’innalzamento selvaggio dell’età pensionabile, i tagli lineari dei salari, l’erosione progressiva del welfare state vengono vissute come normali pratiche coessenziali al regime neoliberale, da accettarsi passivamente: si protesta sempre e solo per questioni che non sfiorano mai i rapporti di forza realmente esistenti. Ma i dominati, nell’intera storia umana, erano stati a tal punto integrati nell’ideologia dei dominanti.

 

Lo stesso Barilla sembra vivere sospeso in una scissione radicale: per un verso, vorrebbe la famiglia tradizionale; per un altro verso, è pienamente inserito nel circuito delle multinazionali e della loro distruzione programmata delle istanze borghesi.

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9 Commenti

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    16:51 Lunedì 22 Settembre 2014 MushRoom quale età dell'oro? (continuazione...)

    dicevo... la mancanza di serietà, di amore, di rispetto, di fedeltà, di fiducia reciproci all'interno della coppia. E su questi punti è necessario un esame di coscienza individuale. Non c'entra il mercato. Il mercato ha le sue colpe ma ciò che sei e ciò che fai dipende da TE. Nessuna coppia è mai scoppiata perché il figlio del vicino è gay o la panettiera è lesbica e come ogni altro individuo sulla Terra vuole vivere la sua vita senza discriminazione e persecuzione. Ciò che registro è tanta ipocrisia, meschinità, volgarità, viltà, negli atteggiamenti e nei sentimenti. Se ci si sposa o non ci si sposa o si divorzia o si rimane insieme malamente per ragioni del tutto frivole e superficiali è ancora una volta a responsabilità del singolo, basta scuse e spauracchi ridicoli che alimentano pregiudizi e chiusure nei confronti di persone che non fanno parte di nessuna lobby ma spesso vivono sofferenze indicibili sulla propria pelle.

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    15:33 Lunedì 22 Settembre 2014 MushRoom quale età dell'oro?

    Francamente non capisco a quale aurea età della famiglia tradizionale, regno di nobili ideali e valori oltre che di pace, amore, armonia, si faccia riferimento. Ricordo sia per testimonianze reali che per studi fatti, ovviamente non all'altezza dei suoi, di famiglie chiuse in un microcosmo chiuso, impenetrabile, dove regnava l'ignoranza più becera, la sopraffazione, la violenza, il silenzio, dove in genere a dominare era la figura del padre-padrone, che a piacimento poteva usare la cinghia e se scappava un omicidio era per il sacrosanto onore da proteggere, e le donne, lasciate incolte, senza risorse sia materiali che intellettuali, senza possibilità di emanciparsi, ma oberate dai lavori di casa e dei campi erano considerate alla stregua di bestie da soma e forni per produrre figli, anche a decine. Poi certo ci saranno state classi privilegiate ma il nocciolo non cambia. Certamente allora i matrimoni duravano di più, perché che piacessero o meno non c'era alternativa di fuga, non c'era alcuna libertà, quindi se ora i tempi non sono felici non rimpiango quelli passati, per nulla. Il capitalismo ha un milione di colpe ma vorrei solamente si smettesse di imputare a cospirazione di lobby estranee, che siano gay o finanziarie (quest'ultime senz'altro ci sono e hanno potere sulle nostre esistenze sociali ma le nostre scelte private, intime, sono ancora a nostra esclusiva responsabilità) la deriva della famiglia tradizionale. A mettere in crisi la famiglia è la mancanza di s

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    07:51 Venerdì 07 Marzo 2014 Roberto Schena Insomma, Fusaro come Borghezio, Ratzinger e Formigoni

    Vedere nei matrimoni gay un colpo alla famiglia tradizionale, che è eterosessuale, quindi per sua natura non concorrenziale, è un non senso. Oltretutto nella richiesta di matrimonio da parte dei gay c'è un'evidente allinearsi alle forme tradizionali della famiglia. Fusaro poi sembra totalmente ignorare il tema della genitorialità omosessuale, che è umanissimo, non freddamente capitalistico. Mi sembra evidente che se Fusaro è per la famiglia tradizionale, non consentirebbe per legge nemmeno le adozioni. Infine, mi sembra strano che un marxista adoperi termini come "famiglia tradizionale", quando si sa benissimo già dai tempi di Hengels che un simile concetto varia a seconda delle latitudini e del tempo. Fusaro si propone come catto-comunista, nel senso di catto-tradizionalista, non è diverso da quanto sostengono Borghezio, Ratzinger o gli "intellettuali" ultraconservatori del Cesnur, i ciellini di Formigoni, Lupi e Mauro, Casapound. Tutta gente "contraria" al capitalismo, vero?

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    18:38 Martedì 12 Novembre 2013 Ale Non compreró piú la pasta barilla per questo...

    Perché barilla, con la sua ritrattazione é per me sinonimo di subdola ipocrisia morale!Hai detto una cosa senza avere il coraggio di difenderla solo xché ti costa denaro? Io non sono che una singola ma per me questo non é un uomo e di conseguenza la sua pasta. I miliardi li hanno fatti con miliardi di singoli, bene, io mi ritiro.

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    15:12 Martedì 22 Ottobre 2013 felago assiomi

    Non ci sono diritti civili senza quelli sociali, come non c'è libertà senza giustizia. Le armi di distrazione di massa danno priorità ai primi (diritti civili e libertà) per poter distruggere i secondi (diritti sociali e giustizia.

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    12:07 Domenica 20 Ottobre 2013 ATTILIO.BERARDI Qualche perplessità

    Che la migliore strategia per contrastare il capitalismo dei nostri giorni,sia difendendo le vecchie forme borghesi di esistenza, anche se lo ha affermato Hegel, mi lascia molti dubbi.Se bastasse la "coscienza infelice" saremmo in ben altro mondo.

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    19:38 Mercoledì 09 Ottobre 2013 dome82 ottima a nalisi

    ho letto il libro di Fusaro (minima mercatalia) e seguo le sue conferenze e incontri vari, le sue analisi e idee mi sono piu che familiari e le condivido quasi in toto in generale, ma in questo caso particolare sono del tutto d`accordo con Diego.Lo smantellamento delle tradizioniali fattispecie sociali fa il paio ed e` prodromico all`etichetta di sessista o omofobo per chiunqhe osi obiettare, in modo civile e ragionato, una sua opposizione riguardo alla specifica questione del matrimonio omosessuale.Fermi restino tutti i paletti (che Fusaro fissa bene all`inizio del suo articolo) che sono la cruciale difesa dei diritti di pari dignita` e pari trattamento difronte alla legge che valgono per tutti gli esseri umani.

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    22:04 Lunedì 07 Ottobre 2013 sandra

    concordo, ma sono ragionamenti troppo sofisticati, ahimè

  9. avatar-4
    21:49 Lunedì 07 Ottobre 2013 Leonida Perchè l'aut-aut

    Condivido la diagnosi di una sinistra italiana pienamente inserita nel clima post-politico europeo delle sinistre: l'abiura alla critica dei rapporti di forza e di produzione, l'accettazione dell'egemonia del maercato e l'incapacità di andare oltre un rapporto tecnico-manageriale che lascia al capitale decidere spazi e tempi. Non mi convince, però, l'idea che l'unica diga alla penetrazione neoliberale siano i valori tradizionali borghesi. In effetti, essi sono stati dirottati già da tempo, o hanno dimostrato di essere semplicemente un altro tipo di schiavitù. Non è che c'è altro lì fuori, irriducibile al capitale come ai valori borghesi, a cui bisogna dar forza, riconoscendolo, riconoscendoci?

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