RICETTA

“Meno Regione e più sviluppo”

La sfida di Bonsignore (Ncd) a Chiamparino: "Chiuda tutti i carrozzoni pubblici e riduca drasticamente il perimetro della sua azione". Solo così la sua "tardiva conversione manifatturiera potrà essere credibile". Nessuna specie di Iri in piazza Castello

“La Regione meno fa e meglio è”. Soprattutto se l’obiettivo è quello di dare impulso alla ripresa economica e rilanciare il sistema delle imprese, la Regione ha un’unica strada: “ritirarsi il più possibile da tutti quegli ambiti che ha occupato indebitamente nell’ultimo ventennio”. È il guanto di sfida che Vito Bonsignore lancia a Sergio Chiamparino e alla sua “recente quanto tardiva conversione manifatturiera, dopo essersi distinto nell’opera di smobilitazione di quel poco di tessuto produttivo rimasto”. Politico di lungo corso, tra i sopravvissuti della Prima Repubblica, l’ex numero due del Ppe a Bruxelles è tornato a indossare i panni (peraltro mai del tutto smessi) dell’imprenditore e da uomo forte del Nuovo Centrodestra detta quella che dovrebbe essere l’agenda del neo governatore, non prima di chiedergli “un atto di contrizione e pentimento” per le scelte compiute alla guida del Comune di Torino.

 

“Non c’è bisogno di nessun piano di politica industriale né tantomeno di nuovi carrozzoni pubblici, vagheggiando improbabili Iri regionali, come sembra vogliano fare con Finpiemonte”, attacca Bonsignore. Anzi, la Regione deve rapidamente e radicalmente limare le proprie competenze e ridurre gli interventi: “In questi anni ha fatto l’immobiliarista, il prestatore di servizi, l’impresario culturale, il gestore di terme”, mestieri a dir poco impropri per la pubblica amministrazione, quasi sempre svolti con risultati disastrosi “da personale politico o sindacale privo di preparazione”, e che hanno sottratto spazio all’attività imprenditoriale. “Non solo – prosegue infervorandosi -, per occuparsi di tutto questo la Regione ha avuto bisogno di una massa crescente di denaro e per procacciarselo ha dovuto inevitabilmente aumentare le tasse. Si è innescato un meccanismo perverso, un circolo vizioso: i piemontesi continuano a pagare con le loro tasche le aberranti megalomanie dei politici che producono inefficienza e tolgono terreno all’iniziativa privata”. Non resta, quindi, che ridisegnare e ripensare i confini della pubblica amministrazione, in modo da liberare risorse – “e ridurre l’imposizione fiscale” – per quelli che sono i compiti precipui della Regione: “creare le condizioni strutturali, infrastrutturali, materiali e immateriali, per attrarre investimenti”.

 

Si tratta, per Bonsignore, di una rivoluzione copernicana: mettere al centro dell’azione pubblica il cittadino-utente e non il soggetto erogatore. “Dobbiamo offrire una formazione professionale efficiente, di alto livello, non rispondente agli interessi di chi organizza i corsi ma delle reali esigenze di manodopera qualificata richiesta dal mercato – spiega -. Invece continuiamo a finanziare corsi per birrai e pizzaioli…”. Così come occorre realizzare un sistema di trasporto locale “utile a chi ne usufruisce e non in funzione dei conti di chi li fornisce”, e progettare una sanità che, “coniugando e integrando cura, formazione e ricerca”, sia in grado di invertire il trend della mobilità passiva. Temi che andrebbero declinati in un programma di governo “e non nelle quattro paginette della propaganda elettorale, come ha fatto Chiamparino”. All’ottimismo della volontà, Bonsignore sceglie il pessimismo – “il realismo”, dice – della ragione. O della Regione. “Se li giudichiamo dal loro passato non possiamo attenderci nulla di buono”. E pensare che qualche esempio positivo anche tra gli amministratori del centrosinistra c’è, come dimostra il caso di Settimo Torinese: “Ecco, potrebbero andare tutti a lezione da Corgiat”.

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